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CassazionesentenzaSezione 1

Cassazione n. 27012/2025

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B. LIBERTA' di MILANO lette e sentite le conclusioni del PG, in persona di [OSCURATO:PERSONA], che ha chiesto il rigetto del ricorso; [OSCURATO:PERSONA]

1. Il Tribunale del riesame di Milano, in accoglimento dell’appello proposto dal Pubblico ministero ai sensi dell’art. 310 cod. proc. pen., applicava a [OSCURATO:PERSONA] (già detenuto per altro in regime di art. 41-bis ord. pen.) la misura della custodia cautelare in carcere per il capo 1 delle contestazioni ovvero per art. 416-bis,commi primo, secondo, terzo, quarto, quinto e sesto, cod. pen.

«per aver fatto parte, con altre persone allo stato non ancora individuate, di una imponente e capillarmente strutturata associazione mafiosa, operante prevalentemente nel territorio lombardo, in particolare, tra la città di Milano ela sua provincia, la città di Varese e la sua provincia, costituita da appartenenti alle tre diverse organizzazioni di stampo mafioso cosa nostra, ‘ndrangheta e camorra avente struttura confederativa orizzontale, nell’ambito della quale, i vertici di ciascuna delle tre componenti mafiose operano sullo stesso livello, contribuendo alla realizzazione di un “sistema mafioso lombardo”,e in particolare nell’ ambito degli appartenenti alla ‘ndrangheta, nella articolazione territoriale della locale di Legnano - Lonate - Pozzolo, alleata e/o collegata alla Locale di Cirò (KR) dominata dalla cosca [OSCURATO:PERSONA] - come giudizialmente attestato nell’ambito del procedimento c.d.

“Infinito”(sentenza emessa dal Tribunale di [OSCURATO:PERSONA].

VIII emessa in data [OSCURATO:DATA_NASCITA] - [OSCURATO:PERSONA] + 43 all’esito del giudizio ordinario del procedimento “Infinito”), nonché nell’ambito del procedimento cd.

“[OSCURATO:PERSONA]”(sentenza Tribunale di [OSCURATO:PERSONA] n. 391 del [OSCURATO:DATA_NASCITA], confermata in data 15/6/2012 dalla Corte d’Appello di Milano, divenuta irrevocabile il 16/4/2013); nonché nell’ambito del procedimento cd.

“Krimisa’’ (sentenza [OSCURATO:PERSONA] n. 1100 del [OSCURATO:DATA_NASCITA], confermata dalla Corte d’appello Milano in data 30/11/2021 e divenuta definitiva il 20/01/2023; sentenza del Tribunale di [OSCURATO:PERSONA] n. 632 del [OSCURATO:DATA_NASCITA], confermata dalla Corte d’appello con sentenza n. 5724del 13/9/2021) - rappresentata da [OSCURATO:PERSONA], [OSCURATO:PERSONA], [OSCURATO:PERSONA], [OSCURATO:PERSONA], [OSCURATO:PERSONA], [OSCURATO:PERSONA], [OSCURATO:PERSONA], [OSCURATO:PERSONA], [OSCURATO:PERSONA], [OSCURATO:PERSONA]». [OSCURATO:PERSONA], secondo quanto contestato nell’imputazione, insieme a [OSCURATO:PERSONA] e altri, ha cercato di ricostituire una componente della ‘ndrangheta costituita dalla locale di Legnano - Lonate - Pozzolo, di cui era già stato al vertice, come affermato dalle sentenze definitive della Corte di appello di Milano citate nel capo d’imputazione.

Alle riunioni avrebbero partecipato altri membri della locale, tra cui [OSCURATO:PERSONA], [OSCURATO:PERSONA], [OSCURATO:PERSONA] e [OSCURATO:PERSONA]. [OSCURATO:PERSONA] come capo della locale ha compiti di decisione, pianificazione e individuazione delle azioni da compiere e delle strategie da adottare per la realizzazione degli scopi illeciti dell’associazione, con un ruolo decisionale determinante, impartendo le istruzioni a [OSCURATO:PERSONA] per la ricostituzione della “rinnovata” locale e la pianificazione delle strategie dell’associazione, ricevendo periodicamente somme di denaro dalla compagine per il suo mantenimento in carcere.

Viene evidenziato come non si tratti di un ne bis in idem rispetto alle precedenti condanne, perché il periodo è successivo al maggio 2019, data del suo arresto.

La volontà di [OSCURATO:PERSONA] è stata veicolata dal figlio Alfonso.

Le conversazioni intercettate e trascritte sono state interpretate nel senso che il [OSCURATO:PERSONA] voleva mantenere la sua posizione di comando della locale.

Risulta dalle conversazioni intercettate che Rosi, Cristello e Bellusci hanno raccolto 1.000 euro da consegnare a [OSCURATO:PERSONA] a riprova che egli è ancora “associato”. [OSCURATO:PERSONA], nel fornire istruzioni per la ricostituzione della locale tramite una lettera, aveva dato indicazioni di mantenere i precedenti rapporti già intercorsi con i Nicastro (mafiosi originari di Gela).

I Nicastro, infatti, intervengono al pranzo di ricostituzione della locale, quale segno della partecipazione alla nuova compagine. [OSCURATO:PERSONA], quindi, è protagonista di una mutazione di soggetti operanti a seguito dell’arresto di altri componenti.

L’ordinanza, inoltre, richiama i rapporti risalenti tra [OSCURATO:PERSONA] e i Nicastro di cui un componente, divenuto collaboratore di giustizia non aveva mai reso dichiarazioni nei confronti di [OSCURATO:PERSONA], quindi, non lo aveva “tradito”.

Rosi e Cristello, pertanto, si dicono pronti a lavorare con i Nicastro come da direttive del [OSCURATO:PERSONA] che rappresenta il garante tra loro e i Nicastro.

L’estorsione indicata al capo 11, infine, è dimostrativa del fatto che i Nicastro e Rosi lavorassero effettivamente insieme.

I Nicastro, Rosi e Bellusci dimostrano anche di conoscere il precedente contrasto tra Pace e Amico.

Nelle conversazioni trascritte si comprende come il Rosi voglia attuare le direttive del [OSCURATO:PERSONA].

In definitiva, [OSCURATO:PERSONA] partecipa alla compagine mafiosa che ben conosce avendo dato le sue direttive, riscuotendo nel frattempo i versamenti effettuati dagli altri associati tramite suoi familiari che, a loro volta, gliele inoltrano.

2. Avverso tale provvedimento [OSCURATO:PERSONA] ricorre per cassazione, tramite due diversi avvocati, affidandosi a due motivi.

Con il primo motivo, l’avvocato [OSCURATO:PERSONA] denuncia la violazione di legge, anche processuale, e il vizio della motivazione in relazione all’erronea applicazione delle norme di procedura penale in materia di misure cautelari per assenza dei gravi indizi e per carenza e illogicità della motivazione sulla scelta della misura della custodia cautelare in carcere.

In particolare, il ricorso sostiene che il precedente rigetto da parte del Gip all’accoglimento della misura cautelare, nuovamente richiesta e successivamente ottenuta dal Pm con l’appello, era corretto e sorretto dall’esclusione della sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza a carico del ricorrente per l’assenza della prova dell’esistenza del vincolo associativo di stampo mafioso operativo sul territorio di Legnano - Lonate - Pozzolo per la quale non è stato considerato sufficiente richiamare la sentenza Krimisa (nella quale il [OSCURATO:PERSONA] era stato condannato proprio come elemento di vertice della locale esistente sul territorio), senza considerare che il [OSCURATO:PERSONA] era da tempo detenuto in regime di art. 41-bis ord. pen., quindi assente dal territorio e incapace di svolgere tale funzione.

Non vi è neanche la prova che il [OSCURATO:PERSONA] avesse aderito al progetto di ricostituzione di tale locale di ‘ndrangheta come dal progetto di [OSCURATO:PERSONA] - emergente dalle conversazioni intercettate - il quale potrebbe aver affermato il falso ovvero millantato al pari di uno degli interlocutori di queste conversazioni, come nel caso di [OSCURATO:PERSONA].

Si evidenzia, ancora, che il [OSCURATO:PERSONA], già condannato due volte nella veste di capo promotore della suddetta locale, non può essere considerato responsabile di condotte altrui ovvero essere nuovamente condannato per il medesimo fatto.

È stata prodotta, in sede di appello, la documentazione relativa ad alcuni bonifici con cui la moglie del [OSCURATO:PERSONA] ha inviato piccole somme al marito per il suo mantenimento in carcere,così da potersi escludere che quel denaro provenisse dall’associazione.

Rispetto alla possibilità che un capomafia possa continuare a dirigere l’associazione dal carcere, si sostiene che il regime di art. 41-bis ord. pen., a cui il [OSCURATO:PERSONA] è sottoposto da anni, non consente di comunicare liberamente poiché tutti i colloqui sono registrati e le lettere, sia in entrata che in uscita, sono lette dal personale della Polizia penitenziaria per cui si sarebbe dovuto dare la prova di tale capacità di “governo” dal carcere e ciò non è stato fatto.

Si afferma, inoltre, che nei procedimenti “[OSCURATO:PERSONA]”e “ Krimisa” , in cui i [OSCURATO:PERSONA] sono stati ritenuti intranei all’associazione, la cd.

“casa madre” (ovvero l’associazione originaria del territorio calabrese di riferimento, nella specie i [OSCURATO:PERSONA] di Cirò) avrebbe dato l’autorizzazione alla ricostituzione della locale lombarda a condizione che loro ne fossero esclusi.

Si contestano, infine, le interpretazioni delle conversazioni intercettate come riportate nel provvedimento impugnato.

Esse, infatti, sono riferibili a fatti passati già accertati da sentenze passate in giudicato e non sono dimostrative di condotte attuali, comunque successive a quanto già accertato giudizialmente.

Con un secondo motivo, l’avvocato [OSCURATO:PERSONA]Agostino denuncia la violazione di legge, anche processuale, in relazione agli artt. 309 e seguenti nonché 192 cod. proc. pen. e il vizio della motivazione ritenuta manifestamente contraddittoria e illogica.

In particolare, si evidenzia inizialmente una violazione processuale - meritevole per ciò solo l’annullamento dell’ordinanza impugnata - da parte del Pm che avrebbe depositato con una memoria denominata“ atti nuovi e mai portati all ’ attenzione del G ip ” autore del precedente rigetto della sua richiesta pochi giorni prima dell’udienza in camera di consiglio di fronte al Tribunale del riesame quale giudice d’appello, senza notificare alcunché alla difesa.

Successivamente, in relazione alla lettera di [OSCURATO:PERSONA] relativa alla ricostituzione della locale di ‘ndrangheta Legnano - Lonate - Pozzolo, si contesta l’effettiva esistenza di tale documento poiché esso non è mai stato trovato e, comunque, tale presunta lettera non sarebbe potuta uscire a causa del regime di cui all’art. 41-bis ord. pen. a cui il [OSCURATO:PERSONA] è da anni sottoposto.

L’inesistenza di tale missiva sarebbe provata dal fatto che nessuno ne ha citato il contenuto né, tantomeno, ha riferito di averla letta.

Si afferma come il precedente rigetto del Gip alla misura richiesta dal Pm fosse corretto e aderente al materiale investigativo laddove, invece, non è dimostrata l’esistenza dell’ipotizzato consorzio di associazioni criminali di gruppi diversi basata su interpretazioni di stralci di conversazioni intercettate e sulla comune finalità di profitto.

Si contesta che la conversazione ambientale intercettata n. 1069 RIT 663/20 del 12 aprile 2021, indicata a pag. 248 dell’ordinanza impugnata,sarebbe dimostrativa del fatto che l’eventuale lettera sarebbe stata scritta da [OSCURATO:PERSONA] prima del suo arresto, avvenuto nel maggio 2019, mentre il Rosi, che cita tale missiva, sarebbe stato scarcerato nel maggio 2020 ovvero un anno dopo l’arresto del [OSCURATO:PERSONA].

Si aggiunge che non vi è prova di alcun rapporto tra il Rosi e [OSCURATO:PERSONA] nonché si evidenzia che un “patto di non belligeranza” tra gruppi criminali non può corrispondere a un “consorzio di mafia” così che , pertanto , rimane indimostrato .

Ciò sarebbe anche desumibile anche dall’interrogatorio del collaboratore di giustizia [OSCURATO:PERSONA] (definitosi “braccio destro” del [OSCURATO:PERSONA]), depositato dal Pm al Tribunale della libertà, nel quale si fa riferimento ai pregressi rapporti tra la locale diretta dal [OSCURATO:PERSONA] e i Nicastro in relazione ai loro reciproci “sconfinamenti”, senza che sia indicata alcuna altra cointeressenza.

Si contesta, infine, l’attualità delle esigenze cautelari e la sussistenza di un ne bis in idem rispetto alle precedenti condanne per le quali il [OSCURATO:PERSONA] si trova già detenuto in regime di art. 41-bis ord. pen., dal maggio 2019.

3. Il Procuratore generale, intervenuto con requisitoria scritta, ha chiesto il rigetto del ricorso. [OSCURATO:PERSONA]

1. Il ricorso è infondato per le ragioni che seguono. 2.Va, in premessa, ricordato che i limiti della cognizione della Corte di cassazione, anche in relazione ai provvedimenti riguardanti l’applicazione di misure cautelari, sono individuabilinell’ambito della specifica previsione normativa contenuta nell’art. 606 cod. proc. pen., con laconseguenza che, qualora venga denunciato il vizio di motivazione di un’ordinanza, esso deveassumere i connotati indicati nell’art. 606 lett. e) cod. proc. pen., e cioè riferirsi alla mancanzadella motivazione, alla sua contraddittorietà o alla sua manifesta illogicità (Sez.

U, n. 19 del25/10/1994, [OSCURATO:PERSONA], Rv. 199391).

Il controllo, pertanto, deve essere limitato alla congruità e coerenza delle valutazioni compiute: sicché esse si sottraggono al sindacato di legittimità una volta accertato che il processo formativo del convincimento del giudice nonabbia subito il condizionamento di un procedimento induttivo contraddittorio o illogico, ovverodi un esame incompleto o impreciso degli elementi che devono necessariamente assistere il contenuto di un’ordinanza applicativa di misura coercitiva personale (Sez. 1, n. 6972 del 07/12/1999, dep. 2000, Rv. 215331; Sez. 1 n. 4491 del 03/07/1996, Schiani, Rv.205643).

Ancora, va rammentato come Sez.

U, n. 11 del 23/02/2000, Audino, Rv. 215828,abbia affermato che «intema di misure cautelari personali, allorché sia denunciato, con ricorso per cassazione, vizio dimotivazione del provvedimento emesso dal tribunale del riesame in ordine alla consistenza dei graviindizi di colpevolezza, alla Corte suprema spetta il compito di verificare, in relazione alla peculiarenatura del giudizio di legittimità e ai limiti che ad esso ineriscono, se il giudice di merito abbia datoadeguatamente conto delle ragioni che l’hanno indotto ad affermare la gravità del quadro indiziario acarico dell’ indagato, controllando la congruenza della motivazione riguardante la valutazione deglielementi indizianti rispetto ai canoni della logica e ai principi di diritto che governanol’apprezzamento delle risultanze probatorie».Tale pronuncia costituisce un orientamento consolidato della giurisprudenza di legittimità che, da ultimoè stato ribadito, fra le tante, con Sez. 2 n. 27866 del 17/06/2019, Mazzelli, Rv. 276976.Tenuto conto anche della specificità della valutazione compiuta nella fase cautelare,va evidenziata la «diversità dell’oggetto della delibazione cautelare, preordinata a un giudizio prognostico in termini di ragionevole e alta probabilità di colpevolezza,rispetto a quella di merito, orientata invece all’acquisizione della certezza processuale in ordine alla colpevolezza dell’imputato» (Sez. 2, n. 11509 del 14/12/2016, dep. 2017, P., Rv. 269683; Sez. 5, n.50996 del 14/10/2014, S., Rv. 264213).

Altre decisioni (Sez. 2, n. 9106 del 12/02/2021, Caradonna, Rv. 280747; Sez. 6, n. 13809 del 17/03/2015, O.,Rv. 262965) hanno, altresì, chiarito che «in tema di motivi di ricorso per cassazione, non sonodeducibili censure attinenti a vizi della motivazione diversi dalla sua mancanza, dalla sua manifestaillogicità, dalla sua contraddittorietà (intrinseca o con atto probatorio ignorato quando esistente, oaffermato quando mancante), su aspetti essenziali ad imporre diversa conclusione del processo,sicché sono inammissibili tutte le doglianze che “attaccano” la persuasività, l’inadeguatezza, la mancanza di rigore o di puntualità, la stessa illogicità quando non manifesta, così come quelle chesollecitano una differente comparazione dei significati probatori da attribuire alle diverse prove oevidenziano ragioni in fatto per giungere a conclusioni differenti sui punti dell’attendibilità, dellacredibilità, dello spessore della valenza probatoria del singolo elemento».

2.1. Rispetto al tema comune rappresentato nei due motivi di ricorso, secondo il quale la prima decisione di rigetto del Gip di Milano sarebbe stata più convincente rispetto a quella assunta da parte del Tribunale del riesame in funzione di giudice dell’appello de libertate, la giurisprudenza di questaCorte non è uniforme nel ritenere necessaria una motivazione “rafforzata”.

In alcune pronunce, anche recenti, si è affermato che «in caso diribaltamento, da parte del tribunale del riesame in funzione di giudice dell’appello delibertate, della precedente decisione del primo giudice reiettiva della domanda cautelare, nonè richiesta una motivazione rafforzata, in ragione del diverso standard cognitivo che governail procedimento incidentale, ma è necessario un confronto critico con il contenuto dellapronunzia riformata, non potendosi ignorare le ragioni giustificative del rigetto, che devonoessere, per contro, vagliate e superate con argomentazioni autonomamente accettabili,tratte dall’intero compendio processuale» (Sez. 3, n. 31022 del 22/03/2023, Necchi, Rv.284982 – 04; Sez. 5, n. 28580 del 22/09/2020, M., Rv. 279593).

Esiste un altroindirizzo secondo il quale «in tema di appello cautelare, la riforma in senso sfavorevole all’indagato della decisione impugnata impone al tribunale, inassenza di mutamenti del materiale probatorio acquisito, un rafforzato onere motivazionale,valevole a superare le lacune dimostrative evidenziate dal primo giudice, essendonecessario confrontarsi con le ragioni del provvedimento riformato e giustificare, conassoluta decisività, la diversa scelta operata» (Sez. 1, n. 47361 del 09/11/2022, [OSCURATO:PERSONA],Rv. 283784.

In motivazione, la Corte ha precisato che, pur non essendo necessaria ladimostrazione, oltre ogni ragionevole dubbio, dell’insostenibilità della decisione riformata,ogni divergente valutazione adottata dal tribunale deve essere comunque dotata di maggiorepersuasività e credibilità razionale).

In ogni caso, entrambi gli orientamenti richiedono, peril caso in cui il Tribunale della libertà accolga la domanda cautelare, riformando in sede diappello ai sensi dell’ art. 310 cod. proc. pen. la decisione di rigetto del Giudice per le indaginipreliminari, un percorso motivazionale articolato che tenga conto degli argomenti a sostegnodella decisione liberatoria impugnata, se interferenti con i presupposti della divergentevalutazione adottata in appello, configurandosi altrimenti un vizio di motivazione.

Ancora, sui limiti di sindacabilità da parte di questa Cortedei provvedimenti adottati dal giudice della impugnazione dei provvedimenti sulla libertàpersonale, che, secondo il condiviso orientamento di legittimità, l’ordinamento non riconosce allaCorte di cassazione alcun potere di revisione degli elementi materiali e fattuali delle vicendeindagate, ivi compreso lo spessore degli indizi, né quello di riconsiderare le caratteristichesoggettive dell’indagato, ivi compreso - ed è questo il profilo qui rilevante - l’apprezzamentodelle esigenze cautelari e delle misure ritenute adeguate, trattandosi di valutazioni rientranti nelcompito esclusivo e insindacabile del giudice a cui è stata chiesta l’applicazione della misuracautelare, nonché del tribunale del riesame.

Il controllo di legittimità sui punti devoluti è, perciò,circoscritto, nella disamina dell’atto impugnato, alla verifica che il relativo testo sia rispondentea due requisiti, uno di carattere positivo e l’altro negativo, la cui presenza rende l’attoincensurabile in sede di legittimità ovvero l’esposizione delle ragioni giuridicamente significativeche lo hanno determinato, da una parte e l’assenza di illogicità evidenti, ossia la congruità delle argomentazioni rispetto al fine giustificativo del provvedimento, dall’altra (Sez. 6 n. 2146 del 25/5/1995,Rv. 201840; sez. 2 n. 56 del 7/12/2011, Rv. 251760; Sez. 2, n. 9212 del 02/02/2017, Rv.269438; Sez. 2, n. 31572 del 08/06/2017, Rv. 270463).

2.2. Ulteriore principio, ribadito anche dalle Sezioni Unite di questa Corte – che viene in rilievo nel procedimento in esame, in cui le prove sonocostituite in parte da captazioni di conversazioni – secondo cui, in temad’intercettazioni di conversazioni o comunicazioni, l’interpretazione del linguaggio adoperatodai soggetti intercettati, anche quando sia criptico o cifrato, costituisce questione di fatto,rimessa alla valutazione del giudice di merito, la quale, se risulta logica in relazione allemassime di esperienza utilizzate, si sottrae al sindacato di legittimità (Sez.

U, n. 22471 del26/02/2015, Sebbar , Rv. 263715; Sez. 3, n. 44938 del 05/10/2021, Gregoli, Rv. 282337).

A ciò va aggiunto che il contenuto d’intercettazioni, telefoniche o ambientali, dalle qualiemergono elementi di accusa nei confronti dell’indagato, anche quando sono captate fraterzi, può costituire fonte diretta di prova della sua colpevolezza senza necessità di riscontri,ai sensi dell’art. 192, comma 3, cod. proc. pen., fatto salvo l’obbligo del giudice di valutare ilsignificato delle conversazioni intercettate secondo criteri di linearità logica (tra le molte, Sez. 5,n. 48286 del 12/07/2016, Cigliola, Rv. 268414).

3. Occorre, a questo punto, trattare preliminarmente, il motivo sviluppato da secondo difensore in relazione all’”abusivo” deposito di una memoria da parte della Procura della repubblica senza che essa fosse stata preliminarmente messa a disposizione della difesa.

È da rilevare, infatti, che la memoria evidenziata è stata depositata in data 04/4/2024 per l’udienza del [OSCURATO:DATA_NASCITA], ovvero con il rispetto del termine di cinque giorni prima dell’udienza come previsto dagli artt. 310, comma 2, e 127, comma 2, cod. proc pen., peraltro, come affermato da Sez.

U, n. 18339 del 31/03/2004, Donelli e altro, Rv. 227357, «nel procedimento conseguente all’appello proposto dal P.M. contro l’ordinanza reiettiva della richiesta di misura cautelare personale, è legittima la produzione di documentazione relativa ad elementi probatori “nuovi”, preesistenti o sopravvenuti, sempre che, nell’ambito dei confini segnati dal “devolutum”, quelli prodotti dal P.M. riguardino lo stesso fatto contestato con l’originaria richiesta cautelare e in ordine ad essi sia assicurato nel procedimento camerale il contraddittorio delle parti, anche mediante la concessione di un congruo termine a difesa, e quelli prodotti dall’indagato, acquisiti anche all’esito di investigazioni difensive, siano idonei a contrastare i motivi di gravame del P.M. ovvero a dimostrare che non sussistono le condizioni e i presupposti di applicabilità della misura cautelare richiesta» (conforme, Sez. 5, n. 42847 del 10/06/2014, Ambrus e altro, Rv. 261244).

Appare opportuno ribadire anche l’ulteriore principio affermato da questa Corte secondo cui «nel procedimento conseguente all’appello proposto dal pubblico ministero avverso il provvedimento reiettivo della richiesta di misura cautelare personale, il pubblico ministero ha facoltà di produrre elementi probatori “nuovi”, preesistenti o sopravvenuti, in relazione ad ogni profilo, anche non oggetto del gravame, rilevante ai fini della decisione sulla cautela, i quali non devono necessariamente essere indicati nell’atto di impugnazione, stante la non applicabilità dell’art. 603 cod. proc. pen.» (Sez. 5, n. 17970 del 07/02/2020, Giacobbi, Rv. 279398).

4. Rispetto ai vizi motivazionali rappresentati, date le sopra indicate coordinate ermeneutiche, l’ordinanza impugnata ne è immune.Infatti, in relazione alla necessità da parte del tribunale di offrire unamotivazione dotata di maggiore persuasività rispetto alla decisione di rigetto impugnata dal Pm, ritiene il Collegio che detto obbligo diriconsiderazione sia stato adeguatamente soddisfatto dal Tribunale e che l’ordinanza inpunto sulla gravità indiziaria abbia fornito una motivazione congrua, esaustiva e immune da profili dimanifesta illogicità, oltre che puntualmente ancorata alle emergenze acquisite di cui ha datoconto in termini adeguati, quindi in definitiva, in linea con quanto richiesto dalla giurisprudenza di legittimità.

4.1. La cognizione del Tribunale ha, invero, compreso tutte le risultanze fattuali, non limitandosi a una lettura atomistica degli indizi, ma valorizzandoli attraverso una letturaunitaria, evidenziando, in primo luogo, le plurime criticità presenti nell’apparato giustificativocon cui il Giudice per le indagini preliminari aveva escluso la sussistenza degli elementicostitutivi del reato associativo, ponendo in risalto gli errori di metodo, oltre che di naturalogica e giuridica.

Al riguardo il Tribunale ha rilevato che, ponendosi ripetutamente in contrasto con i principi affermati dalla giurisprudenza di legittimità, quel Giudice aveva operato unavalutazione frazionata degli indizi, parcellizzando e isolando gli elementi offerti dall’accusa, non adeguatamente considerato le precedenti condanne irrevocabili di molti indagati per violazione dell’art. 416-bis cod. pen., ritenendo decisiva l ’ epoca risalente di consumazione dei reati associativi pur inassenza di elementi dimostrativi dell’intervenuto recesso, quanto mai indispensabile,secondo le massime di esperienza, per un effettivo allontanamento dal contesto criminalemafioso, nonché considerato ostative ai fini della configurabilità dell’affectio societatis lecontrapposizioni e i contrasti intervenuti tra gli indagati del reato associativo, pur trattandosi, secondo l’esperienza giudiziaria, di eventi fisiologici nella vita di ogni gruppo delinquenziale, specie se di natura mafiosa, svalutando la circostanza, di cui una delle intercettazioni dà chiaramente conto, delpagamento delle spese a favore de l [OSCURATO:PERSONA] e ritenuto irrilevanti i numerosi incontritra alcuni esponenti di vertice, nonostante il contenuto delle conversazioni intercettate durante tali riunioni desse conto, in modo chiaro, delle dinamiche e delle singole appartenenze ad un complesso organismo associativo dedito anche ad attività illecite.

Da ultimo, il Gip, nella sua decisione di rigetto aveva sottovalutato i pur dimostrati legamidegli indagati con le mafie storiche.

Ciò posto, il Tribunale ha, con motivazione logica e aderente alle emergenze indiziarie, chiarito le ragioni della sussistenza di gravi indizi del delitto contestato al capo 1), inteso come costituzione diun’associazione che è legata a uno specifico territorio, costituita tra soggetti già appartenenti o comunque collegati alle mafie storiche,denominate cosa nostra, ‘ndrangheta e camorra - avente carattere autonomo rispetto ai clandi provenienza degli associati coi quali, tuttavia, questi ultimi i continuano a mantenere rapporti e essere dotata di struttura orizzontale e di una cassa comune - nonché finalizzata allacommissione sia dei reati tipici dei sodalizi mafiosi, sia alla costituzione di società dedite a attività lecite la cui illiceità riguarda la provenienza del denaro investito ovvero lagestione e il raggiungimento dello scopo di profitto a favore dell’associazione per delinquere.

5. Venendo, quindi, al merito dei motivi di ricorso in relazione alle denunciate violazioni di legge, va rilevato che entrambi i motivi, proposti da due differenti difensori, sono reiterativi delle motivazioni già posti alla base del rigetto da parte del Gip, senza considerare le ragioni espresse dal Tribunale.

In particolare, essi lamentano l’erronea interpretazione da parte del Tribunale delle conversazioni intercettate che, come da giurisprudenza sopra citata, si sottrae al sindacato di legittimità salvo che si sia in presenza di travisamento della prova, ossia nel caso in cui il giudice di merito ne abbia indicato il contenuto in modo difforme da quello reale e la difformità risulti decisiva ed incontestabile(Sez. 3, n. 6722 del 21/11/2017, dep. 2018, Rv. 272558), il che non si ravvisa nel caso oggi in scrutinio.

5.1. La motivazione espressa dal Tribunale del riesame, riletta anche in relazione ai rilievi critici contenuti nel ricorso, evidenzia la sussistenza degli elementi indiziari a carico del [OSCURATO:PERSONA] che nelle ragioni di doglianza del ricorrente risultano, come detto, essere rivalutative e dirette a sollecitare attraverso la parcellizzazione della valutazione degli elementi di prova, una diversa valutazione del quadro indiziario, per fare rivivere quel giudizio espresso dal Gip, convincentemente superato dal Tribunale.

5.2. Il particolare del mancato ritrovamento della “lettera” alla base del progetto di ricostruzione della locale di cui l’indagato era già al vertice, non appare essere determinante nel senso sottolineato in ricorso, poiché il contenuto della missiva, redatta prima dell’arresto intervenuto nel 2019 (vedi intercettazione riportata a pag. 148 dell’ordinanza impugnata), appare avere un valore, coerente con le massime d’esperienza sui sodalizi di stampo mafioso, perdurante anche nel periodo di carcerazione sofferto dal “boss”, in assenza di una sua dissociazione, che, evidentemente, non si è mai verificata.

La circostanza che il Rosi sia stato scarcerato un anno dopo del [OSCURATO:PERSONA] non esplica alcun effetto sulla già manifestata volontà di ricostituzione della locale da parte del precedente reggente, allo stesso modo, un “patto di non belligeranza”, pur non equivalendo ad un “consorzio di mafia”,ne è logicamente un presupposto necessario.

Infine, l’ulteriore elemento portato dalla difesa, secondo la quale il “braccio destro” del [OSCURATO:PERSONA] non avrebbe confermato alcun rapporto di cointeressenza non è riferibile ai fatti oggetto dell’ordinanza impugnata che si riferisce a condotte le quali, pur traendo origine dalla lettera redatta dal [OSCURATO:PERSONA] prima del suo arresto, si sono svolte dopo il maggio del 2019.

6. In relazione alla lamentata applicazione della custodia cautelare in carcere nei confronti del [OSCURATO:PERSONA], indagato del reato diassociazione mafiosa, la presunzione relativa di pericolosità sociale,di cui all’art. 275, comma 3, cod. proc. pen. come novellato dalla legge n. 47 del 2015, può essere superata solo quando daglielementi a disposizione del giudice (presenti agli atti o addotti dalla parte interessata) emerga chel’associato abbia stabilmente rescisso i suoi legami con l’organizzazione criminosa, sicché, inassenza di elementi a favore, sul giudice della cautela non grava un onere di argomentare inpositivo circa la sussistenza o la permanenza delle esigenze cautelari (Sez. 5, n. 45840 del14/06/2018 Rv. 274180).

In tema di misure cautelari, ai fini del superamento della presunzione relativa di sussistenzadelle esigenze cautelari di cui all’art. 275, comma 3, cod. proc. pen., anche in relazione al reato di partecipazione ad associazioni mafiose “storiche” deve essere espressamente considerato dal giudice, alla luce di una esegesi costituzionalmente orientata della citata presunzione, il tempo trascorso dai fatti contestati, ove si tratti di un rilevante arco temporale privo di ulteriori condotte dell’indagato sintomatiche di perdurante pericolosità, potendo lo stesso rientrare tra “gli elementi daiquali risulti che non sussistono esigenze cautelari”, cui si riferisce lo stesso art. 275, comma 3, cod.proc. pen. (Sez. 6, n. 2112 del 22/12/2023, Rv. 285895).

In tema di custodia cautelare in carcere, la presunzione relativa di pericolosità sociale postadall’art. 275, comma 3, cod. proc. pen. determina la necessità che il giudice, senza dover dar contodella ricorrenza dei “pericula libertatis”, si limiti a apprezzare le ragioni della sua esclusione, ovequeste siano state evidenziate dalla parte o siano direttamente evincibili dagli atti, tra le quali, inparticolare, rilevano sia il fattore “tempo trascorso dai fatti”, che deve essere parametrato alla gravitàdella condotta, sia la rescissione dei legami con il sodalizio di appartenenza, desumibile da indicatori concreti, quali le attività risocializzanti svolte in regime carcerario, volte al reinserimento nel circuitolavorativo lecito, nonché l’assenza di comportamenti criminali (Sez. 5, n. 806 del 27/09/2023, Rv.285879), elementi che, nel caso di specie, sono insussistenti.

Il provvedimento impugnato, infatti, ha fatto buon governo di tali principi; la presunzione relativalegata ex lege al titolo di reato per il quale è stata emessa la misura non è stata superata; ilricorrente non ha allegato alcun elemento da cui sia possibile evincere che vi sia stata unarescissione di legami con il sodalizio di appartenenza, né è trascorso un tale lasso di tempo dai fattida richiedere al giudice uno sforzo motivazionale maggiore proprio per fondare i periculalibertatis, potendosi limitare, come correttamente fatto dal Tribunale di Milano, il giudice della cautela arichiamare la presunzione relativa. 7.Rispetto, infine, al contestato ne bis in idem osserva il Collegio che i segmenti di condotta giudicati nelle due vicende processuali non sono sovrapponibili, ponendosi tra loro in un rapporto di consequenzialità temporale, nel più ampio contesto dell’operatività della locale di Legnano - Lonate - Pozzolo.

La conferma di è nel fatto che ci si riferisce a una condotta associativa che è proseguita anche durante la detenzione patita dal [OSCURATO:PERSONA] e per un periodo successivo a quello preso in considerazione dalla precedente sentenza di condanna, rendendo, sotto questo profilo, destituito di fondamento l’assunto difensivo.

Né tale consequenzialità consortile costituisce ex se una causa ostativa rispetto alla celebrazione di un nuovo processo penale nei confronti di un soggetto che, come il [OSCURATO:PERSONA], in passato, è stato giudicato per l’appartenenza allo stesso sodalizio criminoso, come costantemente affermato da questa Corte, secondo cui «in tema di applicazione del principio del “ne bis in idem” e di divieto di un secondo giudizio, nel caso di procedimento per il delitto di cui all’art. 416-bis cod. pen., al fine di escludere la medesimezza del fatto, non rilevano né, dal punto di vista del soggetto, eventuali mutamenti nelle modalità di partecipazione (attività e ruoli), né, dal punto di vista dell’organizzazione, eventuali mutamenti in ordine ai suoi equilibri interni in relazione al numero dei componenti, ma è necessario accertare che il soggetto sia passato ad una diversa organizzazione criminale ovvero che si sia verificata una successione nelle attività criminali tra organismi diversi, sia pure con lo stesso nome ed operanti nello stesso territorio» (Sez. 1, n. 2260del 08/11/2013, dep. 2014, Imperio, Rv. 258750; si vedano, in senso sostanzialmente conforme, anche Sez. 6, n. 28116 del 26/03/2015, Nucera, Rv. 262928; Sez. 2, n. 8697 del 18/01/2005, Romito, Rv. 230791).

Né potrebbe essere diversamente, atteso che, ai fini della valutazione di un’ipotesi di identità processuale riguardante il delitto di cui all’art. 416-bis cod. pen., rilevante ai sensi dell’art. 649 cod. proc. pen., per medesimo fatto deve intendersi quello che risulta dai suoi elementi costitutivi, rappresentati dalla condotta, dall’evento e dal nesso di causalità, rispetto ai quali non rilevano né i mutamenti delle modalità della partecipazione associativa né la modifica o eventualmente l’ampliamento dell’oggetto del programma criminoso o del numero degli affiliati.

Ne consegue che i riferimenti compiuti dalla difesa del ricorrente alla sussistenza di un’ipotesi di ne bis in idem, nel caso

Anonimizzato ex art. 52 D.Lgs. 196/2003
B. LIBERTA' di MILANO lette e sentite le conclusioni del PG, in persona di [OSCURATO:PERSONA], che ha chiesto il rigetto del ricorso; [OSCURATO:PERSONA] 1. Il Tribunale del riesame di Milano, in accoglimento dell’appello proposto dal Pubblico ministero ai sensi dell’art. 310 cod. proc. pen., applicava a [OSCURATO:PERSONA] (già detenuto per altro in regime di art. 41-bis ord. pen.) la misura della custodia cautelare in carcere per il capo 1 delle contestazioni ovvero per art. 416-bis,commi primo, secondo, terzo, quarto, quinto e sesto, cod. pen. «per aver fatto parte, con altre persone allo stato non ancora individuate, di una imponente e capillarmente strutturata associazione mafiosa, operante prevalentemente nel territorio lombardo, in particolare, tra la città di Milano ela sua provincia, la città di Varese e la sua provincia, costituita da appartenenti alle tre diverse organizzazioni di stampo mafioso cosa nostra, ‘ndrangheta e camorra avente struttura confederativa orizzontale, nell’ambito della quale, i vertici di ciascuna delle tre componenti mafiose operano sullo stesso livello, contribuendo alla realizzazione di un “sistema mafioso lombardo”,e in particolare nell’ ambito degli appartenenti alla ‘ndrangheta, nella articolazione territoriale della locale di Legnano - Lonate - Pozzolo, alleata e/o collegata alla Locale di Cirò (KR) dominata dalla cosca [OSCURATO:PERSONA] - come giudizialmente attestato nell’ambito del procedimento c.d. “Infinito”(sentenza emessa dal Tribunale di [OSCURATO:PERSONA]. VIII emessa in data [OSCURATO:DATA_NASCITA] - [OSCURATO:PERSONA] + 43 all’esito del giudizio ordinario del procedimento “Infinito”), nonché nell’ambito del procedimento cd. “[OSCURATO:PERSONA]”(sentenza Tribunale di [OSCURATO:PERSONA] n. 391 del [OSCURATO:DATA_NASCITA], confermata in data 15/6/2012 dalla Corte d’Appello di Milano, divenuta irrevocabile il 16/4/2013); nonché nell’ambito del procedimento cd. “Krimisa’’ (sentenza [OSCURATO:PERSONA] n. 1100 del [OSCURATO:DATA_NASCITA], confermata dalla Corte d’appello Milano in data 30/11/2021 e divenuta definitiva il 20/01/2023; sentenza del Tribunale di [OSCURATO:PERSONA] n. 632 del [OSCURATO:DATA_NASCITA], confermata dalla Corte d’appello con sentenza n. 5724del 13/9/2021) - rappresentata da [OSCURATO:PERSONA], [OSCURATO:PERSONA], [OSCURATO:PERSONA], [OSCURATO:PERSONA], [OSCURATO:PERSONA], [OSCURATO:PERSONA], [OSCURATO:PERSONA], [OSCURATO:PERSONA], [OSCURATO:PERSONA], [OSCURATO:PERSONA]». [OSCURATO:PERSONA], secondo quanto contestato nell’imputazione, insieme a [OSCURATO:PERSONA] e altri, ha cercato di ricostituire una componente della ‘ndrangheta costituita dalla locale di Legnano - Lonate - Pozzolo, di cui era già stato al vertice, come affermato dalle sentenze definitive della Corte di appello di Milano citate nel capo d’imputazione. Alle riunioni avrebbero partecipato altri membri della locale, tra cui [OSCURATO:PERSONA], [OSCURATO:PERSONA], [OSCURATO:PERSONA] e [OSCURATO:PERSONA]. [OSCURATO:PERSONA] come capo della locale ha compiti di decisione, pianificazione e individuazione delle azioni da compiere e delle strategie da adottare per la realizzazione degli scopi illeciti dell’associazione, con un ruolo decisionale determinante, impartendo le istruzioni a [OSCURATO:PERSONA] per la ricostituzione della “rinnovata” locale e la pianificazione delle strategie dell’associazione, ricevendo periodicamente somme di denaro dalla compagine per il suo mantenimento in carcere. Viene evidenziato come non si tratti di un ne bis in idem rispetto alle precedenti condanne, perché il periodo è successivo al maggio 2019, data del suo arresto. La volontà di [OSCURATO:PERSONA] è stata veicolata dal figlio Alfonso. Le conversazioni intercettate e trascritte sono state interpretate nel senso che il [OSCURATO:PERSONA] voleva mantenere la sua posizione di comando della locale. Risulta dalle conversazioni intercettate che Rosi, Cristello e Bellusci hanno raccolto 1.000 euro da consegnare a [OSCURATO:PERSONA] a riprova che egli è ancora “associato”. [OSCURATO:PERSONA], nel fornire istruzioni per la ricostituzione della locale tramite una lettera, aveva dato indicazioni di mantenere i precedenti rapporti già intercorsi con i Nicastro (mafiosi originari di Gela). I Nicastro, infatti, intervengono al pranzo di ricostituzione della locale, quale segno della partecipazione alla nuova compagine. [OSCURATO:PERSONA], quindi, è protagonista di una mutazione di soggetti operanti a seguito dell’arresto di altri componenti. L’ordinanza, inoltre, richiama i rapporti risalenti tra [OSCURATO:PERSONA] e i Nicastro di cui un componente, divenuto collaboratore di giustizia non aveva mai reso dichiarazioni nei confronti di [OSCURATO:PERSONA], quindi, non lo aveva “tradito”. Rosi e Cristello, pertanto, si dicono pronti a lavorare con i Nicastro come da direttive del [OSCURATO:PERSONA] che rappresenta il garante tra loro e i Nicastro. L’estorsione indicata al capo 11, infine, è dimostrativa del fatto che i Nicastro e Rosi lavorassero effettivamente insieme. I Nicastro, Rosi e Bellusci dimostrano anche di conoscere il precedente contrasto tra Pace e Amico. Nelle conversazioni trascritte si comprende come il Rosi voglia attuare le direttive del [OSCURATO:PERSONA]. In definitiva, [OSCURATO:PERSONA] partecipa alla compagine mafiosa che ben conosce avendo dato le sue direttive, riscuotendo nel frattempo i versamenti effettuati dagli altri associati tramite suoi familiari che, a loro volta, gliele inoltrano. 2. Avverso tale provvedimento [OSCURATO:PERSONA] ricorre per cassazione, tramite due diversi avvocati, affidandosi a due motivi. Con il primo motivo, l’avvocato [OSCURATO:PERSONA] denuncia la violazione di legge, anche processuale, e il vizio della motivazione in relazione all’erronea applicazione delle norme di procedura penale in materia di misure cautelari per assenza dei gravi indizi e per carenza e illogicità della motivazione sulla scelta della misura della custodia cautelare in carcere. In particolare, il ricorso sostiene che il precedente rigetto da parte del Gip all’accoglimento della misura cautelare, nuovamente richiesta e successivamente ottenuta dal Pm con l’appello, era corretto e sorretto dall’esclusione della sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza a carico del ricorrente per l’assenza della prova dell’esistenza del vincolo associativo di stampo mafioso operativo sul territorio di Legnano - Lonate - Pozzolo per la quale non è stato considerato sufficiente richiamare la sentenza Krimisa (nella quale il [OSCURATO:PERSONA] era stato condannato proprio come elemento di vertice della locale esistente sul territorio), senza considerare che il [OSCURATO:PERSONA] era da tempo detenuto in regime di art. 41-bis ord. pen., quindi assente dal territorio e incapace di svolgere tale funzione. Non vi è neanche la prova che il [OSCURATO:PERSONA] avesse aderito al progetto di ricostituzione di tale locale di ‘ndrangheta come dal progetto di [OSCURATO:PERSONA] - emergente dalle conversazioni intercettate - il quale potrebbe aver affermato il falso ovvero millantato al pari di uno degli interlocutori di queste conversazioni, come nel caso di [OSCURATO:PERSONA]. Si evidenzia, ancora, che il [OSCURATO:PERSONA], già condannato due volte nella veste di capo promotore della suddetta locale, non può essere considerato responsabile di condotte altrui ovvero essere nuovamente condannato per il medesimo fatto. È stata prodotta, in sede di appello, la documentazione relativa ad alcuni bonifici con cui la moglie del [OSCURATO:PERSONA] ha inviato piccole somme al marito per il suo mantenimento in carcere,così da potersi escludere che quel denaro provenisse dall’associazione. Rispetto alla possibilità che un capomafia possa continuare a dirigere l’associazione dal carcere, si sostiene che il regime di art. 41-bis ord. pen., a cui il [OSCURATO:PERSONA] è sottoposto da anni, non consente di comunicare liberamente poiché tutti i colloqui sono registrati e le lettere, sia in entrata che in uscita, sono lette dal personale della Polizia penitenziaria per cui si sarebbe dovuto dare la prova di tale capacità di “governo” dal carcere e ciò non è stato fatto. Si afferma, inoltre, che nei procedimenti “[OSCURATO:PERSONA]”e “ Krimisa” , in cui i [OSCURATO:PERSONA] sono stati ritenuti intranei all’associazione, la cd. “casa madre” (ovvero l’associazione originaria del territorio calabrese di riferimento, nella specie i [OSCURATO:PERSONA] di Cirò) avrebbe dato l’autorizzazione alla ricostituzione della locale lombarda a condizione che loro ne fossero esclusi. Si contestano, infine, le interpretazioni delle conversazioni intercettate come riportate nel provvedimento impugnato. Esse, infatti, sono riferibili a fatti passati già accertati da sentenze passate in giudicato e non sono dimostrative di condotte attuali, comunque successive a quanto già accertato giudizialmente. Con un secondo motivo, l’avvocato [OSCURATO:PERSONA]Agostino denuncia la violazione di legge, anche processuale, in relazione agli artt. 309 e seguenti nonché 192 cod. proc. pen. e il vizio della motivazione ritenuta manifestamente contraddittoria e illogica. In particolare, si evidenzia inizialmente una violazione processuale - meritevole per ciò solo l’annullamento dell’ordinanza impugnata - da parte del Pm che avrebbe depositato con una memoria denominata“ atti nuovi e mai portati all ’ attenzione del G ip ” autore del precedente rigetto della sua richiesta pochi giorni prima dell’udienza in camera di consiglio di fronte al Tribunale del riesame quale giudice d’appello, senza notificare alcunché alla difesa. Successivamente, in relazione alla lettera di [OSCURATO:PERSONA] relativa alla ricostituzione della locale di ‘ndrangheta Legnano - Lonate - Pozzolo, si contesta l’effettiva esistenza di tale documento poiché esso non è mai stato trovato e, comunque, tale presunta lettera non sarebbe potuta uscire a causa del regime di cui all’art. 41-bis ord. pen. a cui il [OSCURATO:PERSONA] è da anni sottoposto. L’inesistenza di tale missiva sarebbe provata dal fatto che nessuno ne ha citato il contenuto né, tantomeno, ha riferito di averla letta. Si afferma come il precedente rigetto del Gip alla misura richiesta dal Pm fosse corretto e aderente al materiale investigativo laddove, invece, non è dimostrata l’esistenza dell’ipotizzato consorzio di associazioni criminali di gruppi diversi basata su interpretazioni di stralci di conversazioni intercettate e sulla comune finalità di profitto. Si contesta che la conversazione ambientale intercettata n. 1069 RIT 663/20 del 12 aprile 2021, indicata a pag. 248 dell’ordinanza impugnata,sarebbe dimostrativa del fatto che l’eventuale lettera sarebbe stata scritta da [OSCURATO:PERSONA] prima del suo arresto, avvenuto nel maggio 2019, mentre il Rosi, che cita tale missiva, sarebbe stato scarcerato nel maggio 2020 ovvero un anno dopo l’arresto del [OSCURATO:PERSONA]. Si aggiunge che non vi è prova di alcun rapporto tra il Rosi e [OSCURATO:PERSONA] nonché si evidenzia che un “patto di non belligeranza” tra gruppi criminali non può corrispondere a un “consorzio di mafia” così che , pertanto , rimane indimostrato . Ciò sarebbe anche desumibile anche dall’interrogatorio del collaboratore di giustizia [OSCURATO:PERSONA] (definitosi “braccio destro” del [OSCURATO:PERSONA]), depositato dal Pm al Tribunale della libertà, nel quale si fa riferimento ai pregressi rapporti tra la locale diretta dal [OSCURATO:PERSONA] e i Nicastro in relazione ai loro reciproci “sconfinamenti”, senza che sia indicata alcuna altra cointeressenza. Si contesta, infine, l’attualità delle esigenze cautelari e la sussistenza di un ne bis in idem rispetto alle precedenti condanne per le quali il [OSCURATO:PERSONA] si trova già detenuto in regime di art. 41-bis ord. pen., dal maggio 2019. 3. Il Procuratore generale, intervenuto con requisitoria scritta, ha chiesto il rigetto del ricorso. [OSCURATO:PERSONA] 1. Il ricorso è infondato per le ragioni che seguono. 2.Va, in premessa, ricordato che i limiti della cognizione della Corte di cassazione, anche in relazione ai provvedimenti riguardanti l’applicazione di misure cautelari, sono individuabilinell’ambito della specifica previsione normativa contenuta nell’art. 606 cod. proc. pen., con laconseguenza che, qualora venga denunciato il vizio di motivazione di un’ordinanza, esso deveassumere i connotati indicati nell’art. 606 lett. e) cod. proc. pen., e cioè riferirsi alla mancanzadella motivazione, alla sua contraddittorietà o alla sua manifesta illogicità (Sez. U, n. 19 del25/10/1994, [OSCURATO:PERSONA], Rv. 199391). Il controllo, pertanto, deve essere limitato alla congruità e coerenza delle valutazioni compiute: sicché esse si sottraggono al sindacato di legittimità una volta accertato che il processo formativo del convincimento del giudice nonabbia subito il condizionamento di un procedimento induttivo contraddittorio o illogico, ovverodi un esame incompleto o impreciso degli elementi che devono necessariamente assistere il contenuto di un’ordinanza applicativa di misura coercitiva personale (Sez. 1, n. 6972 del 07/12/1999, dep. 2000, Rv. 215331; Sez. 1 n. 4491 del 03/07/1996, Schiani, Rv.205643). Ancora, va rammentato come Sez. U, n. 11 del 23/02/2000, Audino, Rv. 215828,abbia affermato che «intema di misure cautelari personali, allorché sia denunciato, con ricorso per cassazione, vizio dimotivazione del provvedimento emesso dal tribunale del riesame in ordine alla consistenza dei graviindizi di colpevolezza, alla Corte suprema spetta il compito di verificare, in relazione alla peculiarenatura del giudizio di legittimità e ai limiti che ad esso ineriscono, se il giudice di merito abbia datoadeguatamente conto delle ragioni che l’hanno indotto ad affermare la gravità del quadro indiziario acarico dell’ indagato, controllando la congruenza della motivazione riguardante la valutazione deglielementi indizianti rispetto ai canoni della logica e ai principi di diritto che governanol’apprezzamento delle risultanze probatorie».Tale pronuncia costituisce un orientamento consolidato della giurisprudenza di legittimità che, da ultimoè stato ribadito, fra le tante, con Sez. 2 n. 27866 del 17/06/2019, Mazzelli, Rv. 276976.Tenuto conto anche della specificità della valutazione compiuta nella fase cautelare,va evidenziata la «diversità dell’oggetto della delibazione cautelare, preordinata a un giudizio prognostico in termini di ragionevole e alta probabilità di colpevolezza,rispetto a quella di merito, orientata invece all’acquisizione della certezza processuale in ordine alla colpevolezza dell’imputato» (Sez. 2, n. 11509 del 14/12/2016, dep. 2017, P., Rv. 269683; Sez. 5, n.50996 del 14/10/2014, S., Rv. 264213). Altre decisioni (Sez. 2, n. 9106 del 12/02/2021, Caradonna, Rv. 280747; Sez. 6, n. 13809 del 17/03/2015, O.,Rv. 262965) hanno, altresì, chiarito che «in tema di motivi di ricorso per cassazione, non sonodeducibili censure attinenti a vizi della motivazione diversi dalla sua mancanza, dalla sua manifestaillogicità, dalla sua contraddittorietà (intrinseca o con atto probatorio ignorato quando esistente, oaffermato quando mancante), su aspetti essenziali ad imporre diversa conclusione del processo,sicché sono inammissibili tutte le doglianze che “attaccano” la persuasività, l’inadeguatezza, la mancanza di rigore o di puntualità, la stessa illogicità quando non manifesta, così come quelle chesollecitano una differente comparazione dei significati probatori da attribuire alle diverse prove oevidenziano ragioni in fatto per giungere a conclusioni differenti sui punti dell’attendibilità, dellacredibilità, dello spessore della valenza probatoria del singolo elemento». 2.1. Rispetto al tema comune rappresentato nei due motivi di ricorso, secondo il quale la prima decisione di rigetto del Gip di Milano sarebbe stata più convincente rispetto a quella assunta da parte del Tribunale del riesame in funzione di giudice dell’appello de libertate, la giurisprudenza di questaCorte non è uniforme nel ritenere necessaria una motivazione “rafforzata”. In alcune pronunce, anche recenti, si è affermato che «in caso diribaltamento, da parte del tribunale del riesame in funzione di giudice dell’appello delibertate, della precedente decisione del primo giudice reiettiva della domanda cautelare, nonè richiesta una motivazione rafforzata, in ragione del diverso standard cognitivo che governail procedimento incidentale, ma è necessario un confronto critico con il contenuto dellapronunzia riformata, non potendosi ignorare le ragioni giustificative del rigetto, che devonoessere, per contro, vagliate e superate con argomentazioni autonomamente accettabili,tratte dall’intero compendio processuale» (Sez. 3, n. 31022 del 22/03/2023, Necchi, Rv.284982 – 04; Sez. 5, n. 28580 del 22/09/2020, M., Rv. 279593). Esiste un altroindirizzo secondo il quale «in tema di appello cautelare, la riforma in senso sfavorevole all’indagato della decisione impugnata impone al tribunale, inassenza di mutamenti del materiale probatorio acquisito, un rafforzato onere motivazionale,valevole a superare le lacune dimostrative evidenziate dal primo giudice, essendonecessario confrontarsi con le ragioni del provvedimento riformato e giustificare, conassoluta decisività, la diversa scelta operata» (Sez. 1, n. 47361 del 09/11/2022, [OSCURATO:PERSONA],Rv. 283784. In motivazione, la Corte ha precisato che, pur non essendo necessaria ladimostrazione, oltre ogni ragionevole dubbio, dell’insostenibilità della decisione riformata,ogni divergente valutazione adottata dal tribunale deve essere comunque dotata di maggiorepersuasività e credibilità razionale). In ogni caso, entrambi gli orientamenti richiedono, peril caso in cui il Tribunale della libertà accolga la domanda cautelare, riformando in sede diappello ai sensi dell’ art. 310 cod. proc. pen. la decisione di rigetto del Giudice per le indaginipreliminari, un percorso motivazionale articolato che tenga conto degli argomenti a sostegnodella decisione liberatoria impugnata, se interferenti con i presupposti della divergentevalutazione adottata in appello, configurandosi altrimenti un vizio di motivazione. Ancora, sui limiti di sindacabilità da parte di questa Cortedei provvedimenti adottati dal giudice della impugnazione dei provvedimenti sulla libertàpersonale, che, secondo il condiviso orientamento di legittimità, l’ordinamento non riconosce allaCorte di cassazione alcun potere di revisione degli elementi materiali e fattuali delle vicendeindagate, ivi compreso lo spessore degli indizi, né quello di riconsiderare le caratteristichesoggettive dell’indagato, ivi compreso - ed è questo il profilo qui rilevante - l’apprezzamentodelle esigenze cautelari e delle misure ritenute adeguate, trattandosi di valutazioni rientranti nelcompito esclusivo e insindacabile del giudice a cui è stata chiesta l’applicazione della misuracautelare, nonché del tribunale del riesame. Il controllo di legittimità sui punti devoluti è, perciò,circoscritto, nella disamina dell’atto impugnato, alla verifica che il relativo testo sia rispondentea due requisiti, uno di carattere positivo e l’altro negativo, la cui presenza rende l’attoincensurabile in sede di legittimità ovvero l’esposizione delle ragioni giuridicamente significativeche lo hanno determinato, da una parte e l’assenza di illogicità evidenti, ossia la congruità delle argomentazioni rispetto al fine giustificativo del provvedimento, dall’altra (Sez. 6 n. 2146 del 25/5/1995,Rv. 201840; sez. 2 n. 56 del 7/12/2011, Rv. 251760; Sez. 2, n. 9212 del 02/02/2017, Rv.269438; Sez. 2, n. 31572 del 08/06/2017, Rv. 270463). 2.2. Ulteriore principio, ribadito anche dalle Sezioni Unite di questa Corte – che viene in rilievo nel procedimento in esame, in cui le prove sonocostituite in parte da captazioni di conversazioni – secondo cui, in temad’intercettazioni di conversazioni o comunicazioni, l’interpretazione del linguaggio adoperatodai soggetti intercettati, anche quando sia criptico o cifrato, costituisce questione di fatto,rimessa alla valutazione del giudice di merito, la quale, se risulta logica in relazione allemassime di esperienza utilizzate, si sottrae al sindacato di legittimità (Sez. U, n. 22471 del26/02/2015, Sebbar , Rv. 263715; Sez. 3, n. 44938 del 05/10/2021, Gregoli, Rv. 282337). A ciò va aggiunto che il contenuto d’intercettazioni, telefoniche o ambientali, dalle qualiemergono elementi di accusa nei confronti dell’indagato, anche quando sono captate fraterzi, può costituire fonte diretta di prova della sua colpevolezza senza necessità di riscontri,ai sensi dell’art. 192, comma 3, cod. proc. pen., fatto salvo l’obbligo del giudice di valutare ilsignificato delle conversazioni intercettate secondo criteri di linearità logica (tra le molte, Sez. 5,n. 48286 del 12/07/2016, Cigliola, Rv. 268414). 3. Occorre, a questo punto, trattare preliminarmente, il motivo sviluppato da secondo difensore in relazione all’”abusivo” deposito di una memoria da parte della Procura della repubblica senza che essa fosse stata preliminarmente messa a disposizione della difesa. È da rilevare, infatti, che la memoria evidenziata è stata depositata in data 04/4/2024 per l’udienza del [OSCURATO:DATA_NASCITA], ovvero con il rispetto del termine di cinque giorni prima dell’udienza come previsto dagli artt. 310, comma 2, e 127, comma 2, cod. proc pen., peraltro, come affermato da Sez. U, n. 18339 del 31/03/2004, Donelli e altro, Rv. 227357, «nel procedimento conseguente all’appello proposto dal P.M. contro l’ordinanza reiettiva della richiesta di misura cautelare personale, è legittima la produzione di documentazione relativa ad elementi probatori “nuovi”, preesistenti o sopravvenuti, sempre che, nell’ambito dei confini segnati dal “devolutum”, quelli prodotti dal P.M. riguardino lo stesso fatto contestato con l’originaria richiesta cautelare e in ordine ad essi sia assicurato nel procedimento camerale il contraddittorio delle parti, anche mediante la concessione di un congruo termine a difesa, e quelli prodotti dall’indagato, acquisiti anche all’esito di investigazioni difensive, siano idonei a contrastare i motivi di gravame del P.M. ovvero a dimostrare che non sussistono le condizioni e i presupposti di applicabilità della misura cautelare richiesta» (conforme, Sez. 5, n. 42847 del 10/06/2014, Ambrus e altro, Rv. 261244). Appare opportuno ribadire anche l’ulteriore principio affermato da questa Corte secondo cui «nel procedimento conseguente all’appello proposto dal pubblico ministero avverso il provvedimento reiettivo della richiesta di misura cautelare personale, il pubblico ministero ha facoltà di produrre elementi probatori “nuovi”, preesistenti o sopravvenuti, in relazione ad ogni profilo, anche non oggetto del gravame, rilevante ai fini della decisione sulla cautela, i quali non devono necessariamente essere indicati nell’atto di impugnazione, stante la non applicabilità dell’art. 603 cod. proc. pen.» (Sez. 5, n. 17970 del 07/02/2020, Giacobbi, Rv. 279398). 4. Rispetto ai vizi motivazionali rappresentati, date le sopra indicate coordinate ermeneutiche, l’ordinanza impugnata ne è immune.Infatti, in relazione alla necessità da parte del tribunale di offrire unamotivazione dotata di maggiore persuasività rispetto alla decisione di rigetto impugnata dal Pm, ritiene il Collegio che detto obbligo diriconsiderazione sia stato adeguatamente soddisfatto dal Tribunale e che l’ordinanza inpunto sulla gravità indiziaria abbia fornito una motivazione congrua, esaustiva e immune da profili dimanifesta illogicità, oltre che puntualmente ancorata alle emergenze acquisite di cui ha datoconto in termini adeguati, quindi in definitiva, in linea con quanto richiesto dalla giurisprudenza di legittimità. 4.1. La cognizione del Tribunale ha, invero, compreso tutte le risultanze fattuali, non limitandosi a una lettura atomistica degli indizi, ma valorizzandoli attraverso una letturaunitaria, evidenziando, in primo luogo, le plurime criticità presenti nell’apparato giustificativocon cui il Giudice per le indagini preliminari aveva escluso la sussistenza degli elementicostitutivi del reato associativo, ponendo in risalto gli errori di metodo, oltre che di naturalogica e giuridica. Al riguardo il Tribunale ha rilevato che, ponendosi ripetutamente in contrasto con i principi affermati dalla giurisprudenza di legittimità, quel Giudice aveva operato unavalutazione frazionata degli indizi, parcellizzando e isolando gli elementi offerti dall’accusa, non adeguatamente considerato le precedenti condanne irrevocabili di molti indagati per violazione dell’art. 416-bis cod. pen., ritenendo decisiva l ’ epoca risalente di consumazione dei reati associativi pur inassenza di elementi dimostrativi dell’intervenuto recesso, quanto mai indispensabile,secondo le massime di esperienza, per un effettivo allontanamento dal contesto criminalemafioso, nonché considerato ostative ai fini della configurabilità dell’affectio societatis lecontrapposizioni e i contrasti intervenuti tra gli indagati del reato associativo, pur trattandosi, secondo l’esperienza giudiziaria, di eventi fisiologici nella vita di ogni gruppo delinquenziale, specie se di natura mafiosa, svalutando la circostanza, di cui una delle intercettazioni dà chiaramente conto, delpagamento delle spese a favore de l [OSCURATO:PERSONA] e ritenuto irrilevanti i numerosi incontritra alcuni esponenti di vertice, nonostante il contenuto delle conversazioni intercettate durante tali riunioni desse conto, in modo chiaro, delle dinamiche e delle singole appartenenze ad un complesso organismo associativo dedito anche ad attività illecite. Da ultimo, il Gip, nella sua decisione di rigetto aveva sottovalutato i pur dimostrati legamidegli indagati con le mafie storiche. Ciò posto, il Tribunale ha, con motivazione logica e aderente alle emergenze indiziarie, chiarito le ragioni della sussistenza di gravi indizi del delitto contestato al capo 1), inteso come costituzione diun’associazione che è legata a uno specifico territorio, costituita tra soggetti già appartenenti o comunque collegati alle mafie storiche,denominate cosa nostra, ‘ndrangheta e camorra - avente carattere autonomo rispetto ai clandi provenienza degli associati coi quali, tuttavia, questi ultimi i continuano a mantenere rapporti e essere dotata di struttura orizzontale e di una cassa comune - nonché finalizzata allacommissione sia dei reati tipici dei sodalizi mafiosi, sia alla costituzione di società dedite a attività lecite la cui illiceità riguarda la provenienza del denaro investito ovvero lagestione e il raggiungimento dello scopo di profitto a favore dell’associazione per delinquere. 5. Venendo, quindi, al merito dei motivi di ricorso in relazione alle denunciate violazioni di legge, va rilevato che entrambi i motivi, proposti da due differenti difensori, sono reiterativi delle motivazioni già posti alla base del rigetto da parte del Gip, senza considerare le ragioni espresse dal Tribunale. In particolare, essi lamentano l’erronea interpretazione da parte del Tribunale delle conversazioni intercettate che, come da giurisprudenza sopra citata, si sottrae al sindacato di legittimità salvo che si sia in presenza di travisamento della prova, ossia nel caso in cui il giudice di merito ne abbia indicato il contenuto in modo difforme da quello reale e la difformità risulti decisiva ed incontestabile(Sez. 3, n. 6722 del 21/11/2017, dep. 2018, Rv. 272558), il che non si ravvisa nel caso oggi in scrutinio. 5.1. La motivazione espressa dal Tribunale del riesame, riletta anche in relazione ai rilievi critici contenuti nel ricorso, evidenzia la sussistenza degli elementi indiziari a carico del [OSCURATO:PERSONA] che nelle ragioni di doglianza del ricorrente risultano, come detto, essere rivalutative e dirette a sollecitare attraverso la parcellizzazione della valutazione degli elementi di prova, una diversa valutazione del quadro indiziario, per fare rivivere quel giudizio espresso dal Gip, convincentemente superato dal Tribunale. 5.2. Il particolare del mancato ritrovamento della “lettera” alla base del progetto di ricostruzione della locale di cui l’indagato era già al vertice, non appare essere determinante nel senso sottolineato in ricorso, poiché il contenuto della missiva, redatta prima dell’arresto intervenuto nel 2019 (vedi intercettazione riportata a pag. 148 dell’ordinanza impugnata), appare avere un valore, coerente con le massime d’esperienza sui sodalizi di stampo mafioso, perdurante anche nel periodo di carcerazione sofferto dal “boss”, in assenza di una sua dissociazione, che, evidentemente, non si è mai verificata. La circostanza che il Rosi sia stato scarcerato un anno dopo del [OSCURATO:PERSONA] non esplica alcun effetto sulla già manifestata volontà di ricostituzione della locale da parte del precedente reggente, allo stesso modo, un “patto di non belligeranza”, pur non equivalendo ad un “consorzio di mafia”,ne è logicamente un presupposto necessario. Infine, l’ulteriore elemento portato dalla difesa, secondo la quale il “braccio destro” del [OSCURATO:PERSONA] non avrebbe confermato alcun rapporto di cointeressenza non è riferibile ai fatti oggetto dell’ordinanza impugnata che si riferisce a condotte le quali, pur traendo origine dalla lettera redatta dal [OSCURATO:PERSONA] prima del suo arresto, si sono svolte dopo il maggio del 2019. 6. In relazione alla lamentata applicazione della custodia cautelare in carcere nei confronti del [OSCURATO:PERSONA], indagato del reato diassociazione mafiosa, la presunzione relativa di pericolosità sociale,di cui all’art. 275, comma 3, cod. proc. pen. come novellato dalla legge n. 47 del 2015, può essere superata solo quando daglielementi a disposizione del giudice (presenti agli atti o addotti dalla parte interessata) emerga chel’associato abbia stabilmente rescisso i suoi legami con l’organizzazione criminosa, sicché, inassenza di elementi a favore, sul giudice della cautela non grava un onere di argomentare inpositivo circa la sussistenza o la permanenza delle esigenze cautelari (Sez. 5, n. 45840 del14/06/2018 Rv. 274180). In tema di misure cautelari, ai fini del superamento della presunzione relativa di sussistenzadelle esigenze cautelari di cui all’art. 275, comma 3, cod. proc. pen., anche in relazione al reato di partecipazione ad associazioni mafiose “storiche” deve essere espressamente considerato dal giudice, alla luce di una esegesi costituzionalmente orientata della citata presunzione, il tempo trascorso dai fatti contestati, ove si tratti di un rilevante arco temporale privo di ulteriori condotte dell’indagato sintomatiche di perdurante pericolosità, potendo lo stesso rientrare tra “gli elementi daiquali risulti che non sussistono esigenze cautelari”, cui si riferisce lo stesso art. 275, comma 3, cod.proc. pen. (Sez. 6, n. 2112 del 22/12/2023, Rv. 285895). In tema di custodia cautelare in carcere, la presunzione relativa di pericolosità sociale postadall’art. 275, comma 3, cod. proc. pen. determina la necessità che il giudice, senza dover dar contodella ricorrenza dei “pericula libertatis”, si limiti a apprezzare le ragioni della sua esclusione, ovequeste siano state evidenziate dalla parte o siano direttamente evincibili dagli atti, tra le quali, inparticolare, rilevano sia il fattore “tempo trascorso dai fatti”, che deve essere parametrato alla gravitàdella condotta, sia la rescissione dei legami con il sodalizio di appartenenza, desumibile da indicatori concreti, quali le attività risocializzanti svolte in regime carcerario, volte al reinserimento nel circuitolavorativo lecito, nonché l’assenza di comportamenti criminali (Sez. 5, n. 806 del 27/09/2023, Rv.285879), elementi che, nel caso di specie, sono insussistenti. Il provvedimento impugnato, infatti, ha fatto buon governo di tali principi; la presunzione relativalegata ex lege al titolo di reato per il quale è stata emessa la misura non è stata superata; ilricorrente non ha allegato alcun elemento da cui sia possibile evincere che vi sia stata unarescissione di legami con il sodalizio di appartenenza, né è trascorso un tale lasso di tempo dai fattida richiedere al giudice uno sforzo motivazionale maggiore proprio per fondare i periculalibertatis, potendosi limitare, come correttamente fatto dal Tribunale di Milano, il giudice della cautela arichiamare la presunzione relativa. 7.Rispetto, infine, al contestato ne bis in idem osserva il Collegio che i segmenti di condotta giudicati nelle due vicende processuali non sono sovrapponibili, ponendosi tra loro in un rapporto di consequenzialità temporale, nel più ampio contesto dell’operatività della locale di Legnano - Lonate - Pozzolo. La conferma di è nel fatto che ci si riferisce a una condotta associativa che è proseguita anche durante la detenzione patita dal [OSCURATO:PERSONA] e per un periodo successivo a quello preso in considerazione dalla precedente sentenza di condanna, rendendo, sotto questo profilo, destituito di fondamento l’assunto difensivo. Né tale consequenzialità consortile costituisce ex se una causa ostativa rispetto alla celebrazione di un nuovo processo penale nei confronti di un soggetto che, come il [OSCURATO:PERSONA], in passato, è stato giudicato per l’appartenenza allo stesso sodalizio criminoso, come costantemente affermato da questa Corte, secondo cui «in tema di applicazione del principio del “ne bis in idem” e di divieto di un secondo giudizio, nel caso di procedimento per il delitto di cui all’art. 416-bis cod. pen., al fine di escludere la medesimezza del fatto, non rilevano né, dal punto di vista del soggetto, eventuali mutamenti nelle modalità di partecipazione (attività e ruoli), né, dal punto di vista dell’organizzazione, eventuali mutamenti in ordine ai suoi equilibri interni in relazione al numero dei componenti, ma è necessario accertare che il soggetto sia passato ad una diversa organizzazione criminale ovvero che si sia verificata una successione nelle attività criminali tra organismi diversi, sia pure con lo stesso nome ed operanti nello stesso territorio» (Sez. 1, n. 2260del 08/11/2013, dep. 2014, Imperio, Rv. 258750; si vedano, in senso sostanzialmente conforme, anche Sez. 6, n. 28116 del 26/03/2015, Nucera, Rv. 262928; Sez. 2, n. 8697 del 18/01/2005, Romito, Rv. 230791). Né potrebbe essere diversamente, atteso che, ai fini della valutazione di un’ipotesi di identità processuale riguardante il delitto di cui all’art. 416-bis cod. pen., rilevante ai sensi dell’art. 649 cod. proc. pen., per medesimo fatto deve intendersi quello che risulta dai suoi elementi costitutivi, rappresentati dalla condotta, dall’evento e dal nesso di causalità, rispetto ai quali non rilevano né i mutamenti delle modalità della partecipazione associativa né la modifica o eventualmente l’ampliamento dell’oggetto del programma criminoso o del numero degli affiliati. Ne consegue che i riferimenti compiuti dalla difesa del ricorrente alla sussistenza di un’ipotesi di ne bis in idem, nel caso
Sentenza Cassazione n. 27012/2025 — Fons Iuris — Fons Iuris