CassazionesentenzaSezione 1Decisione del 9 ottobre 2025
Cassazione n. 28023/2025
Testo disponibile della fonte
Anonimizzato ex art. 52 D.Lgs. 196/2003
CC ha pronunciato la seguente ORDINANZA sul ricorso iscritto al n.19516/2021 R.G. proposto da [OSCURATO:PERSONA], rappresentata e difesa dall'avvocato [OSCURATO:PERSONA] ([OSCURATO:CODICE_FISCALE]), domicilio digitale: [OSCURATO:EMAIL] -ricorrente- contro [OSCURATO:PERSONA] -intimato- avverso SENTENZA di CORTE D'APPELLO CATANZARO n. 576/2020 depositata il 03/06/2020; udita la relazione svolta nella camera di consiglio del 09/10/2025 dal Consigliere [OSCURATO:PERSONA]. [OSCURATO:PERSONA] 1. –Con atto di citazione del 2.11.2006 il [OSCURATO:PERSONA] s.r.l. convenne in giudizio [OSCURATO:PERSONA] per la dichiarazione di parziale inefficacia, ex art. 44 l.fall., dell'atto di compravendita dell'[OSCURATO:DATA_NASCITA] (successivo al fallimento, dichiarato nel 2003) con cui [OSCURATO:PERSONA] – già amministratrice della società fallita – le aveva venduto arredi e suppellettili ricompresi nell’attivo fallimentare. La convenuta eccepì che all’epoca del fallimento i mobili erano già di proprietà esclusiva dell’amministratrice quale persona fisica, come da atto notarile di ricognizione del 7.6.1989. 1.1. – Il Tribunale di Cosenza, richiamati gli artt. 84 e 25, comma 1, n. 2 l.fall. e ritenuto non superata dalla convenuta la presunzione iuris tantum della proprietà in capo alla società fallita dei mobili, «inventariati» all’interno di due appartamenti che la Colistro aveva conferito alla società, dichiarò l'inefficacia dell'atto e la condannò alla loro restituzione al Fallimento. 1.2. – [OSCURATO:PERSONA] propose appello lamentando che il tribunale non aveva tenuto conto dell'atto ricognitivo del [OSCURATO:DATA_NASCITA] menzionato nella comparsa di costituzione – al tempo stesso rappresentando lo smarrimento del proprio fascicolo di parte, come da attestato della cancelleria – ed aveva valutato erroneamente la sentenza penale del Tribunale di Cosenza del 2.6.2009 che, proprio sulla scorta di detto atto ricognitivo l’aveva assolta dal reato di cui all'art. 232 l.fall. 1.3. – La C orte d’appello di Catanzaro ha rigettato l’appello. Ha innanzitutto accertato c ome «l'atto ricognitivo del 7 giugno 1989, pur indicato come prodotto nella comparsa di costituzione del primo grado della Romanenko, non sia stato invece prodotto, come sostenuto in sentenza dal primo giudice» e che pertanto la sua produzione in grado di appello «deve ritenersi inammissibile ex art. 345 cod.proc.civ.». Ha poi aggiunto che, «anche a voler ritenere ammissibile tale produzione», la stessa sarebbe irrilevante, poiché, «come ritenuto dal primo giudice, con affermazione non impugnata, trova applicazione nella specie il principio giurisprudenziale» in tema di art. 103 l.fall. che applica alla rivendica in sede di fallimentare la disciplina delle opposizioni di terzo all'esecuzione, regolate dagli art. 619 ss. c.p.c., con conseguente onere del terzo rivendicante di dimostrare, con atto di data certa anteriore alla dichiarazione di fallimento, non solo l’acquisto della proprietà del bene ma anche il suo affidamento al fallito per un titolo diverso dalla proprietà o altro diritto reale. Ha quindi concluso che quell’atto ricognitivo non fosse decisivo «per superare la presunzione di appartenenza dei beni alla società fallita, statuita dal primo giudice, mediante il richiamo alle previsioni di cui agli art. 84 e 25 della legge fallimentare, non avendo la Romanenko dimostrato, altresì, che i beni non erano di proprietà della società per essere stati alla società stessa affidati in base ad un titolo diverso dalla proprietà», con conseguente ininfluenza anche della sentenza penale che ne faceva menzione. 1.4. – Avverso detta decisione [OSCURATO:PERSONA] ha proposto ricorso per cassazione affidato a quattro motivi. [OSCURATO:PERSONA] intimato non ha svolto difese. [OSCURATO:PERSONA] 2. – Il primo motivo denuncia la violazione degli artt. 102 e 354 c.p.c. poiché, essendo stata chiesta la declaratoria di inefficacia di un atto di compravendita, avrebbero dovuto chiamarsi in giudizio non solo l'acquirente, ma anche la parte venditrice. 2.1. – La censura, che denunzia error in procedendo , è infondata, poiché la dedotta violazione del contraddittorio non ricorre con riguardo a un’azione di inefficacia relativa strumentale alla corrispondente pretesa recuperatoria (e dunque con natura sostanziale di rivendica), sulla base di un accertamento finalizzato a sostenere il difetto di titolo, a fronte del quale legittimato passivo era solo chi si affermava proprietario in base all’atto. 3. –Il secondo mezzo deduce la violazione dell'art. 112 c.p.c. per ultrapetizione, poiché, in presenza di una domanda di inefficacia parziale dell’atto di compravendita, «il giudice del merito ha dichiarato inefficace l'intero atto». 3.1. – La censura è inammissibile, sia perché veicola un a questione che non risulta prospettat a in appello – nonostante l’asserito vizio di ultrapetizione riguardasse la sentenza di primo grado – sia perché postula un difetto di interpretazione del contenuto della domanda che, però , è operazione riservata al giudice del merito, in quanto implica un accertamento in fatto, come tale sindacabile in cassazione solo per vizio motivazionale, oggi ridotto all’alveo dell’art. 132 c.p.c., o in via residuale a ll’art. 360, n. 5), c.p.c., secondo il canone del cd. “minimo costituzionale” (Cass., Sez. U, 8053/2014). D’altro canto, la ricorrente nemmeno chiarisce bene quale fosse l’effettivo contenuto dell’atto di compravendita. 4. –Il terzo motivo lamenta la “erronea e falsa applicazione”, ad un fallimento dichiarato nel 2003, dell’art. 25, comma 1, n. 2, l.fal. come riformato nel 2006, nonché degli artt. 84, 103 e 44 l.fall., norme ritenute non applicabil i alla fattispecie in esame , sia per la presenza di diritti di terzi incompatibili con l’acquisizione di beni alla massa fallimentare, sia perché l’atto inefficace sarebbe stato compiuto daGemma Colistro non quale legale rappresentante della società fallita, ma quale persona fisica. 4.1. –Anche questo motivo è inammissibile poiché fa leva su questioni nuove, che non risultano prospettate in appello. Il motivo difetta anche di autosufficienza, poiché dagli atti di causa non emerge se vi sia stato o meno un atto di acquisizione dei beni alla massa ex art. 25, comma 1, n. 2 l.fall. incompatibile con il diritto di proprietà rivendicato sui mobili per cui è causa, ovvero l’apposizione di sigilli ex art. 84 l.fall. Inoltre, nella sentenza impugnata si afferma chiaramente che l’azione di inefficacia ex art. 44 l.fall. riguardava un « contratto stipulato dall’amministratore della società (…) avente ad oggetto beni mobili presenti negli immobili di proprietà della [OSCURATO:PERSONA] s.r.l. acquisiti all’attivo fallimentare». 5. –Il quarto mezzo denunzia la violazione dell'art. 2697 c.c. per avere i giudic i d el merito ritenuto che fosse onere della convenuta, e non dell’attore , dare la prova circa la proprietà dei beni in questione. 5.1. –La censura è inammissibile perché del tutto fuori ratio, avendo la corte d’appello in realtà deciso semplicemente in base alla valutazione del compendio probatorio acquisito in giudizio , senza dare luogo alla lamentata inversione dell’onere probatorio. D’altro canto, della circostanza allegata per cui i beni in questione si trovavano all’interno di immobili utilizzati non dalla società fallita, ma personalmente dalla signora [OSCURATO:PERSONA], a titolo di usufrutto, mentre all’attivo fallimentare ne sarebbe stata acquisita solo la nuda proprietà, non v’è traccia nella sentenza impugnata. 6. – In definitiva, tutti i motivi sottendono una diversa ricostruzione dei fatti di causa, rimettendo in discussione il quadro fattuale accertatonella decisione impugnata, ove tra l’altro si legge che, in sede di appello, la difesa della Romanenko si era incentrata sulla avvenuta produzione dell’atto notarile di ricognizione dei beni del 7.6.1989. E però, il capo della decisione impugnata che accerta come il predetto atto ricognitivo, «pur indicato come prodotto nella comparsa di costituzione del primo grado della Romanenko, non sia stato invece prodotto», non è stato investito da alcun motivo di ricorso per cassazione. 6.2. – Le ulteriori osservazioni sono state svolte dalla corte d’appello solo “ad abundantiam” e per l’ipotesi, processualmente esclusa, che quella produzione fosse stata invece effettiva ed ammissibile, per evidenziarne comunque l’irrilevanza, per non avere la convenuta – equiparata al « terzo che rivendichi la proprietà o altro diritto reale sui beni compresi nell'attivo fallimentare» – in ogni caso « dimostrato, altresì, che i beni non erano di proprietà della società per essere stati alla società stessa affidati in base ad un titolo dalla proprietà». 7. –Al rigetto del ricorso non segue la condanna alle spese, in assenza di difese dell’intimato. Sussistono i presupposti processuali per il cd. raddoppio del contributo unificato, se dovuto. P.Q.M La Corte rigetta il ricorso. Ai sensi dell’art. 13 comma 1 quater del d.P.R. n. 115 del 2002, inserito dall’art. 1, comma 17 della l. n. 228 del 2012, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello