CassazionesentenzaSezione 5
Cassazione n. 01680/2025
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Anonimizzato ex art. 52 D.Lgs. 196/2003
la seguente SENTENZA sul ricorso proposto da [OSCURATO:PERSONA], [OSCURATO:IDENTITA_RESIDUA] il [OSCURATO:DATA_NASCITA] avverso la sentenza del 27/02/2024 della Corte di assise di appello di Messina visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso; udita la relazione svolta dal [OSCURATO:PERSONA]; udito il Pubblico Ministero, in persona del [OSCURATO:PERSONA] Procuratore generale [OSCURATO:PERSONA], che ha concluso per il rigetto del ricorso; udito il difensore delle parti civili [OSCURATO:PERSONA], [OSCURATO:PERSONA], [OSCURATO:PERSONA], [OSCURATO:PERSONA], [OSCURATO:PERSONA], [OSCURATO:PERSONA], avv. [OSCURATO:PERSONA], che ha concluso per l'inammissibilità del ricorso o, in subordine, il suo rigetto e ha depositato conclusioni scritte e nota spese; uditi i difensori del ricorrente, avv.ti [OSCURATO:PERSONA] e [OSCURATO:PERSONA], che hanno insistito per l'accoglimento del ricorso; [OSCURATO:PERSONA] 1. Con la sentenza indicata in epigrafe la Corte di assise di appello di Messina ha parzialmente riformato la sentenza del 24 maggio 2023 del Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Messina che, all'esito del giudizio abbreviato, aveva affermato la penale responsabilità di [OSCURATO:PERSONA] e di [OSCURATO:PERSONA] per il delitto di cui all'art. 416-bis cod. pen., per avere partecipato dal 1989 all'associazione di tipo mafioso denominata Cosa nostra e nello specifico alla famiglia mafiosa dei barcellonesi, operante sul versante tirrenico della Provincia di Messina, con l'aggravante dell'essere l'associazione armata, e la responsabilità del solo [OSCURATO:PERSONA] per il delitto di concorso in omicidio ai danni di [OSCURATO:PERSONA], con l'aggravante della premeditazione, ed aveva condannato entrambi alle pene ritenute di giustizia ed il solo Messina al risarcimento del danno, da liquidarsi separatamente, in favore dei parenti della vittima, costituitisi parte civile; il Giudice per le indagini preliminari aveva, invece, prosciolto [OSCURATO:PERSONA] dall'imputazione di concorso in omicidio per non aver commesso il fatto. Più precisamente, la Corte di assise di appello ha dichiarato non doversi procedere nei confronti di [OSCURATO:PERSONA] per il reato associativo perché estinto per prescrizione, confermando nel resto la sentenza impugnata. 2. Avverso detta sentenza ha proposto ricorso [OSCURATO:PERSONA], a mezzo dei suoi difensori, ciascuno dei quali ha presentato un autonomo atto di impugnazione, chiedendone l'annullamento ed articolando complessivamente sette motivi di impugnazione. 2.1. Con il primo motivo, corrispondente al primo motivo dell'atto sottoscritto dall'avv. [OSCURATO:PERSONA], lamenta, ai sensi dell'art. 606, comma 1, lett. c), cod. proc. pen., la inutilizzabilità degli atti di indagine, in quanto, sebbene le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia [OSCURATO:PERSONA] e [OSCURATO:PERSONA]Amico fossero a conoscenza della pubblica accusa sin dal 2014 e da essa emergessero elementi di reità a carico dell'imputato, la Procura della Repubblica aveva omesso di iscrivere il nome del Messina nel registro degli indagati ed aveva più volte disposto la archiviazione del procedimento a carico di ignoti e la sua riapertura; in tal modo la Procura della Repubblica aveva eluso le disposizioni relative al termine massimo di durata delle indagini preliminari, avendo proceduto alla iscrizione del Messina nel registro degli indagati solo in data 8 agosto 2020 senza richiedere al giudice competente la autorizzazione alla riapertura delle indagini, cosicché gli atti di indagine svolti dovevano ritenersi in utilizza bili. 2.2. Con il secondo motivo, corrispondente al secondo motivo dell'atto sottoscritto dall'avv. [OSCURATO:PERSONA], il ricorrente denuncia la mancanza e manifesta illogicità della motivazione. Sostiene che la Corte di assise di appello si sarebbe limitata a richiamarsi alla motivazione della sentenza di primo grado, senza confrontarsi con le censure formulate nell'atto di appello, cosicché la motivazione risulta meramente apparente, mancando un nucleo essenziale di argomentazione dal quale possa desumersi che il Giudice di appello, esaminate le censure, abbia fatto proprie le considerazioni svolte dal Giudice di primo grado. Tale carenza sarebbe evidente soprattutto con riguardo alla attendibilità delle dichiarazioni rese dai collaboratori di giustizia [OSCURATO:PERSONA] e [OSCURATO:PERSONA]Amico in relazione alla specifica posizione dell'imputato. In particolare, la valutazione del compendio probatorio risulterebbe errata e comunque illogica. Con l'atto di appello era stato segnalato che la convergenza delle dichiarazioni rese dai due collaboratori di giustizia era la conseguenza della genericità delle loro propalazioni e che i dichiaranti erano inattendibili e le conversazioni intercettate irrilevanti, ma il Giudice di secondo grado non si è confrontato con tali censure, rigettate sulla base di ragionamenti apodittici e privi di logica. In particolare, nell'appello si era sostenuto che il collaboratore Caliri, che per la conoscenza dei fatti aveva fatto riferimento ad [OSCURATO:PERSONA], sarebbe stato tratto in inganno da quest'ultimo, come dimostrato dalla circostanza che il collaboratore [OSCURATO:PERSONA] — che secondo il racconto del Bellinvia avrebbe, in occasione di un confronto con [OSCURATO:PERSONA] avvenuto poco prima dell'omicidio, indicato quest'ultimo ai membri della famiglia mafiosa dei barcellonesi come colui che, insieme allo stesso Siracusa ed a [OSCURATO:PERSONA], aveva realizzato un furto ai danni di una società protetta dal sodalizio mafioso, dando causa alla reazione di quest'ultimo e quindi alla soppressione del [OSCURATO:PERSONA] e di [OSCURATO:PERSONA] — aveva negato di essere a conoscenza delle motivazioni dell'omicidio e di avere appreso solo molto tempo dopo che [OSCURATO:PERSONA] era stato ucciso perché aveva avviato una relazione con la moglie di un esponente di tale sodalizio. Sul punto la Corte di assise di appello — oltre ad affermare di condividere il ragionamento svolto dal Giudice di primo grado, che aveva sostenuto che il Siracusa era stato reticente sull'omicidio in quanto non voleva far conoscere ai parenti della vittima che la rivelazione, da parte sua, della partecipazione del [OSCURATO:PERSONA] al furto era stata la causa della morte del loro congiunto — ha svolto ulteriori considerazioni, testualmente riportate nel suo atto di impugnazione dal ricorrente, che sostiene che diversi sono i rilievi difensivi trascurati dalla Corte di merito. Con l'appello era stato evidenziato, in particolare, che mentre il Giudice di primo grado aveva attestato in motivazione che il Caliri avrebbe affermato in forma dubitativa, sia nel verbale del 12 maggio 1995, sia in quello del 20 novembre 2019, che il confronto tra la vittima ed il Siracusa era avvenuto sul posto dell'omicidio e solo poco prima di questo, in realtà i dubbi erano stati espressi dal collaborante solo in occasione del verbale del 12 maggio 1995 e solo in relazione al confronto, non in relazione alla presenza del Siracusa sul posto in occasione dell'omicidio, commesso alla presenza del Bellinvia, che era la fonte della conoscenza del Caliri. Permane, quindi, un insanabile contrasto tra le dichiarazioni di [OSCURATO:PERSONA], che ha negato la sua presenza in occasione dell'omicidio, e quelle del Caliri. Dal tenore del verbale del 20 novembre 2020 emerge che il Caliri afferma in modo sicuro di avere appreso dal Bellinvia della presenza del Siracusa all'omicidio, anche se poi il Bellinvia afferma di non avere un ricordo chiaro, senza tuttavia specificare quale fosse l'oggetto di tale incertezza. Tuttavia, poi aggiungeva il collaborante di ricordare che il Bellinvia gli aveva riferito di un confronto operato in quella circostanza tra il [OSCURATO:PERSONA] ed il Siracusa. Tale ultima parte delle propalazioni del Caliri era stata del tutto pretermessa dal Giudice di primo grado e la relativa doglianza, contenuta nell'atto di appello, era stata trascurata. [OSCURATO:PERSONA], interrogato sulla sorte di [OSCURATO:PERSONA], aveva affermato di avere saputo che lo avevano fatto «scomparire», senza tuttavia indicare chi fosse stato l'autore dell'omicidio e le sue modalità esecutive e quindi, in sostanza, aveva negato di sapere alcunché del delitto. Doveva, pertanto, ritenersi che le confidenze del Bellinvia al Caliri fossero fallaci e quindi inattendibili, con la conseguenza che le stesse non potevano valere quale riscontro delle dichiarazioni del D'Amico, costituendo esse l'unico riscontro individualizzante per queste ultime. Con l'atto si appello si era segnalato anche che il Giudice di primo grado, arrivando a sostenere che secondo il Caliri il confronto e l'omicidio fossero avvenuti in tempi diversi, aveva affermato, quanto all'attendibilità di [OSCURATO:PERSONA], che: 1) poiché il confronto non era avvenuto il giorno dell'omicidio, il Siracusa non aveva collegato il confronto con la morte del [OSCURATO:PERSONA], il che conduce al travisamento delle dichiarazioni del Caliri che aveva affermato che il confronto era avvenuto lo stesso giorno dell'omicidio; 2) che [OSCURATO:PERSONA] ha mentito, negando di avere partecipato al confronto, poiché in occasione di quest'ultimo egli aveva attribuito la responsabilità del furto al [OSCURATO:PERSONA], determinandone la morte ed aveva interesse a nascondere ai parenti della vittima la sua responsabilità morale per l'omicidio, stante il suo stretto rapporto con la vittima, ma questa ipotesi è puramente congetturale ed illogica, poiché il Siracusa, dopo aver assistito all'omicidio, avrebbe potuto rivelare ai parenti della vittima l'accaduto, onde porre fine alla loro sofferenza; peraltro, con l'atto di appello si era evidenziato che detto interesse non poteva giustificare la protrazione, da parte di [OSCURATO:PERSONA], fino a ventinove anni dopo l'omicidio della sua condotta menzognera, che metteva a rischio i risultati ottenuti attraverso la collaborazione con l'autorità giudiziaria. Inoltre, le dichiarazioni di [OSCURATO:PERSONA], riportate nella sentenza di primo grado, sono riscontrate da quelle di [OSCURATO:PERSONA], compagna del [OSCURATO:PERSONA], la quale, oltre a ribadire la stretta amicizia di [OSCURATO:PERSONA] con la vittima, ha riscontrato le dichiarazioni di quest'ultimo, laddove ha negato il confronto, affermando che il Siracusa, al momento della sparizione del Rizzotto, si era allontanato da [OSCURATO:PERSONA] di Gotto già da diversi mesi. [OSCURATO:PERSONA] riscontra le dichiarazioni del Siracusa, affermando di non aver potuto parlare con quest'ultimo della scomparsa del [OSCURATO:PERSONA] perché il Siracusa si era da tempo allontanato da [OSCURATO:PERSONA]. Sulla base di tali ulteriori elementi di prova, risultano confermate le dichiarazioni del Siracusa e smentite quelle del Bellinvia, riferite dal Caliri all'autorità giudiziaria, cosicché la motivazione risulta manifestamente illogica. Peraltro, la attendibilità di [OSCURATO:PERSONA] è stata dichiarata con la sentenza cosiddetta «Gotha 6». A fronte di un contrasto tra due fonti parimenti attendibili, ossia [OSCURATO:PERSONA], che sarebbe stato presente al fatto, e [OSCURATO:PERSONA], che riferisce circostanze apprese dal Bellinvia, doveva accordarsi preferenza al Siracusa e ritenersi che il Bellinvia avesse mentito al Caliri. La Corte di merito ha risposto che [OSCURATO:PERSONA] aveva giovato dell'attenuante della collaborazione, non considerando che nel caso di specie non è in discussione l'attendibilità del Caliri, ma quella della sua fonte di conoscenza, ossia il Bellinvia. Inoltre, la Corte di assise di appello ha affermato che la difesa dell'imputato non avrebbe fornito alcuna valida ragione in ordine alla menzogna riferita dal Bellinvia al Caliri, ma vi è la prova evidente della menzogna, sulla base delle dichiarazioni rese da [OSCURATO:PERSONA], [OSCURATO:PERSONA] e [OSCURATO:PERSONA], e non è onere della difesa spiegarne le ragioni. La motivazione risulta illogica anche laddove le dichiarazioni del Bellinvia non sono state ritenute veritiere per giungere alla condanna dell'[OSCURATO:PERSONA], che pure era stato indicato come presente all'omicidio ed è stato però assolto da tale imputazione, e sono state invece ritenute attendibili in relazione alla posizione del Siracusa, che è stato condannato. Le propalazioni di [OSCURATO:PERSONA]Amico rimarrebbero, quindi, il solo elemento di prova a carico del ricorrente, atteso che [OSCURATO:PERSONA] ha riferito quanto appreso dallo stesso [OSCURATO:PERSONA]Amico e da fonte non verificabile, ossia il defunto [OSCURATO:PERSONA]. In ogni caso, le dichiarazioni del D'Amico sono inattendibili, atteso che non possono definirsi continue, costanti e coerenti, in quanto le sue dichiarazioni accusatorie emergono da un solo verbale di interrogatorio. Le dichiarazioni rese nel 2020, ossia a distanza di sei anni della sua collaborazione e di trenta anni dal fatto, sono inutilizzabili per le stesse ragioni per le quali la Corte di merito ha confermato l'assoluzione di [OSCURATO:PERSONA], ossia la impossibilità di escludere interferenze esterne, considerati i periodi di libertà goduti dal D'Amico, al quale, in occasione del suo interrogatorio in data 25 settembre 2020, è stata data lettura del verbale del 22 luglio 2024, relativo al solo interrogatorio reso entro centottanta giorni dall'inizio della sua collaborazione in cui egli ha parlato dell'omicidio di [OSCURATO:PERSONA]. [OSCURATO:PERSONA]Amico, nel corso delle sue propalazioni, ha pure modificato il ruolo assunto dal Messina nell'omicidio, avendo dapprima affermato che l'imputato aveva prelevato il [OSCURATO:PERSONA] presso la sua abitazione, risultando contraddetto dalle dichiarazioni rese dai familiari della vittima. Dal verbale del 25 settembre 2020 risulta che il D'Amico ha appreso dal Messina che quest'ultimo aveva prelevato il [OSCURATO:PERSONA] dalla sua abitazione, ma non sa riferire in ordine alla partecipazione dell'[OSCURATO:PERSONA] al delitto. Risentito il 3 dicembre 2020, egli ha affermato che il Messina e l'[OSCURATO:PERSONA] erano entrambi andati a prelevare il [OSCURATO:PERSONA] presso la sua abitazione con due motociclette, delle quali ha specificato marca e modello, precisando che entrambi gli imputati erano ben consapevoli che il [OSCURATO:PERSONA] sarebbe stato ucciso nel luogo dove lo stavano conducendo. [OSCURATO:PERSONA]Amico modifica il momento in cui ha ricevuto dal Messina le sue confidenze, aggiunge altri confidenti e fornisce una causale diversa da quella del Caliri. Mentre in relazione alla posizione dell'[OSCURATO:PERSONA] le dichiarazioni del D'Amico sono state ritenute inattendibili, le stesse sono state ritenute attendibili quanto alla posizione del ricorrente. Il ricorrente richiama, quindi, i principi affermati dalla giurisprudenza di legittimità in ordine alla valutazione dell'attendibilità frazionata, evidenziando che: 1) le parti del racconto ritenuto attendibile devono essere riscontrate; 2) non vi deve essere interferenza fattuale e logica tra la parte del narrato ritenuto falso o inattendibile e le rimanenti parti del racconto; 3) l'inattendibilità non deve essere talmente macroscopica da compromettere la stessa credibilità del dichiarante; 4) deve essere fornita una puntuale spiegazione delle ragioni per le quali la parte di narrazione che è risultata smentita non è idonea ad inficiare il giudizio positivo sulla credibilità del dichiarante; 6) in caso di chiamata in reità de relato deve essere verificata anche l'attendibilità della fonte diretta.Sostiene che la Corte di merito non ha rispettato alcuno di detti principi, omettendo di chiarire le ragioni per le quali il D'Amico avrebbe erroneamente accusato [OSCURATO:PERSONA], limitandosi a prendere in considerazione solo le dichiarazioni anteriori a quelle in cui il collaboratore di giustizia ha accusato il predetto ed in particolare quelle del 22 luglio 2014 quando il D'Amico era ancora detenuto; i Giudici di merito, tuttavia, hanno omesso di spiegare le ragioni della inattendibile accusa rivolta all'[OSCURATO:PERSONA], avvenuta sostenendo che era proprio [OSCURATO:PERSONA] colui che aveva raccontato al D'Amico, subito dopo l'omicidio, della partecipazione dell'[OSCURATO:PERSONA] al delitto. I giudici del merito non hanno spiegato perché l'inattendibilità dell'accusa all'[OSCURATO:PERSONA] non interferirebbe con le accuse rivolte al Messina, considerato che il D'Amico si riferisce per la conoscenza dei fatti proprio al Messina, che sarebbe quindi attendibile quando accusa se stesso ed inattendibile quando accusa l'[OSCURATO:PERSONA]. Risulta omessa la valutazione dell'attendibilità di [OSCURATO:PERSONA] quale fonte di conoscenza di quanto dichiarato dal D'Amico. Inoltre, risultano utilizzate solo le dichiarazioni rese dal D'Amico il 22 luglio 2014 ed il 25 settembre 2020 e trascurate quelle del 3 dicembre 2020, senza che venga chiarito perché l'inattendibilità di queste non sarebbe idonea a travolgere la credibilità del collaborante e delle altre parti del suo racconto. Sul punto era svolta specifica censura con l'atto di appello. [OSCURATO:PERSONA]Amico ha dichiarato in data 22 luglio 2014 che [OSCURATO:PERSONA], mentre era con lui a bordo di una jeep di ritorno da un altro delitto, aveva detto che quando, insieme ad altri, aveva trovato quattro cadaveri sepolti in un «cimitero» della 'ndrangheta, aveva dovuto spostare il corpo del [OSCURATO:PERSONA], poiché, se lo avessero trovato, avrebbero arrestato [OSCURATO:PERSONA] che «era indagato in prima persona perché era quello che aveva preso [OSCURATO:PERSONA] a casa e poi era scomparso» e che anche il Messina, in tale circostanza, gli aveva confermato quanto affermato dall'Isgrò. Tale dichiarazione, segnala il ricorrente, risulta inattendibile, poiché contrasta con l'accertamento, contenuto nella stessa sentenza impugnata, che fu [OSCURATO:PERSONA] e non il Messina che ebbe a prelevare il [OSCURATO:PERSONA] e peraltro quest'ultimo venne prelevato non presso la sua abitazione, ma mentre si trovava a casa di [OSCURATO:PERSONA]. Che l'Isgrò avesse partecipato all'omicidio del [OSCURATO:PERSONA] era frutto di una deduzione logica del D'Amico, fondata sul rilievo che laddove egli non avesse partecipato all'omicidio, non avrebbe avuto interesse a spostarne il corpo, come si desume dalle dichiarazioni del 22 luglio 2014. Nelle dichiarazioni del D'Amico del 2020, invece, la partecipazione dell'Isgrò al delitto si trasforma in certezza per il D'Amico, che insiste nel sostenere che il Messina prelevò il [OSCURATO:PERSONA] presso la sua abitazione. La costanza e reiterazione delle dichiarazioni del D'Amico sono solo apparenti e comunque esiste una interferenza fattuale e logica tra le dichiarazioni accusatorie a carico dell'[OSCURATO:PERSONA] e quelle a carico del Messina. La Corte di merito, nel valutare le propalazioni del D'Amico, ha anche omesso di considerare le dichiarazioni di [OSCURATO:PERSONA], altro collaboratore di giustizia, il quale ha smentito il D'Amico nella individuazione dei responsabili di altro duplice omicidio ai danni di tali Pirri e Accetta, mentre, in relazione al medesimo delitto, ha confermato le dichiarazioni del Caliri, che per la conoscenza del fatti aveva anche in questo caso fatto riferimento al Bellinvia. Quanto alle dichiarazioni del collaboratore di giustizia [OSCURATO:PERSONA], con l'atto di appello si era dedotto che la sua collaborazione era recente e doveva ancora essere vagliata, che egli aveva iniziato a collaborare dopo l'inizio del processo a carico del [OSCURATO:PERSONA], cosicché la valutazione della sua attendibilità doveva essere particolarmente rigorosa ed approfondita, e che egli aveva fatto riferimento per la conoscenza dei fatti allo stesso [OSCURATO:PERSONA]Amico ed a [OSCURATO:PERSONA], ormai deceduto. Sull'attendibilità del Micale la Corte di merito si è limitata ad affermare che la circostanza che il Mazzù sia deceduto non vale a far ritenere il collaborante inattendibile, senza affrontare il problema relativo alla circolarità della prova. Avendo il Micale appreso i fatti dal D'Amico, le sue propalazioni non potevano valere a riscontrare le accuse di quest'ultimo. Non risultano applicati i principi affermati dalle Sezioni Unite nella sentenza «Aquilina», secondo i quali la chiamata in correità o in reità de relato, anche se non asseverata dalla fonte diretta, il cui esame risulti impossibile, può avere come unico riscontro, ai fini della prova della responsabilità penale dell'accusato, altra o altre chiamate di analogo tenore, purché siano rispettate le seguenti condizioni: a) risulti positivamente effettuata la valutazione della credibilità soggettiva di ciascun dichiarante e dell'attendibilità intrinseca di ogni singola dichiarazione, in base ai criteri della specificità, della coerenza, della costanza, della spontaneità; b) siano accertati i rapporti personali fra il dichiarante e la fonte diretta, per inferirne dati sintomatici della corrispondenza al vero di quanto dalla seconda confidato al primo; c) vi sia la convergenza delle varie chiamate, che devono riscontrarsi reciprocamente in maniera individualizzante, in relazione a circostanze rilevanti del thema probandum; d) vi sia l'indipendenza delle chiamate, nel senso che non devono rivelarsi frutto di eventuali intese fraudolente; e) sussista l'autonomia genetica delle chiamate, vale a dire la loro derivazione da fonti di informazione diverse (Sez. U, n. 20804 del 29/11/2012, dep. 2013, Aquilina, Rv. 255143).Peraltro, il Micale si era limitato ad affermare di avere appreso dal D'Amico non che il Messina aveva partecipato all'omicidio del [OSCURATO:PERSONA], ma solo che, avendo il D'Amico determinato lo spostamento del cadavere, il Messina avrebbe dovuto ringraziarlo, cosicché il Micale conferma l'inattendibilità delle dichiarazioni accusatorie del D'Amico, laddove quest'ultimo sostiene che il Messina avrebbe partecipato all'omicidio. [OSCURATO:PERSONA]Amico non ha mai riferito al Micale di avere appreso dal Messina del suo coinvolgimento nel delitto. Peraltro il D'Amico non ha dichiarato all'autorità giudiziaria di avere spostato o fatto spostare il cadavere, cosicché non vi è coincidenza tra il propalato del Micale e quello del D'Amico. Con riferimento a quanto il Micale avrebbe appreso da [OSCURATO:PERSONA], quest'ultimo avrebbe riferito al Micale solo che in caso di ritrovamento del cadavere del [OSCURATO:PERSONA] avrebbe rischiato l'arresto. Peraltro, la Corte di merito non ha in alcun modo valutato l'attendibilità del Mazzù, sebbene la difesa avesse offerto elementi a sostegno della sua non credibilità, o accertato quali fossero i rapporti tra quest'ultimo ed il Micale. Relativamente alle conversazioni intercettate tra [OSCURATO:PERSONA], zio di [OSCURATO:PERSONA], e il nipote [OSCURATO:PERSONA] e [OSCURATO:PERSONA], il primo si era limitato ad affermare che [OSCURATO:PERSONA] si preoccupava inutilmente circa un suo coinvolgimento nel delitto, poiché il corpo del [OSCURATO:PERSONA] non era mai stato ritrovato e gli inquirenti non avrebbero mai potuto muovergli un'accusa di omicidio; egli, nelle conversazioni, non aveva mai affermato che [OSCURATO:PERSONA] fosse realmente coinvolto nell'omicidio. 2.3. Con il terzo motivo, corrispondente al terzo motivo dell'atto di impugnazione sottoscritto dall'avv. [OSCURATO:PERSONA], il ricorrente si duole del diniego delle circostanze attenuanti generiche, motivato esclusivamente con un riferimento alla particolare gravità del fatto e non considerando il lungo lasso di tempo trascorso dal delitto, e dell'applicazione dell'aggravante della premeditazione, sostenendo che questa non emerge da alcun elemento di prova. 2.4. Con il quarto motivo, corrispondente al primo motivo dell'atto di impugnazione sottoscritto dall'avv. [OSCURATO:PERSONA], il ricorrente si duole della contraddittorietà della motivazione in relazione a più questioni, a ciascuna delle quali è dedicato un paragrafo del più ampio motivo. 2.4.1. Nel primo paragrafo il ricorrente lamenta la contraddittorietà della motivazione laddove non vengono utilizzati a carico dell'[OSCURATO:PERSONA] gli indizi emersi dalle dichiarazioni rese dai parenti della vittima, dal Messina e dall'[OSCURATO:PERSONA] ed acquisiti nella prima indagine avviata e poi archiviata e vengono utilizzati i medesimi indizi a carico del Messina, sebbene anche quest'ultimo fosse stato sottoposto alle indagini poi archiviate. 2.4.2. Nel secondo paragrafo si eccepisce la inutilizzabilità, ex art. 63 cod.proc. pen., delle dichiarazioni rese da [OSCURATO:PERSONA] il 9 aprile 1990 quale persona informata sui fatti, con le quali egli rende una versione dei propri spostamenti contrastante con quella di [OSCURATO:PERSONA]. 2.4.3. Nel terzo paragrafo si evidenzia che le dichiarazioni del collaboratore di giustizia [OSCURATO:PERSONA] contrastano con quelle di [OSCURATO:PERSONA] e sono smentite da quelle di [OSCURATO:PERSONA]Amico. [OSCURATO:PERSONA] ha dichiarato di avere appreso dell'omicidio di [OSCURATO:PERSONA] da [OSCURATO:PERSONA], deceduto, e poi da [OSCURATO:PERSONA], appartenente ad un sodalizio criminale opposto al suo, ma suo confidente. [OSCURATO:PERSONA] gli aveva riferito che il [OSCURATO:PERSONA] era stato ucciso perché autore, unitamente a [OSCURATO:PERSONA] e a [OSCURATO:PERSONA], di un furto di pneumatici ai danni di una impresa protetta dal gruppo criminale del Bellinvia; secondo quanto affermato da quest'ultimo, il [OSCURATO:PERSONA] era stato prelevato da [OSCURATO:PERSONA], che lo aveva condotto da [OSCURATO:PERSONA] e quindi i tre si sarebbero diretti in località Gala, ove erano attesi da [OSCURATO:PERSONA], [OSCURATO:PERSONA], [OSCURATO:PERSONA] e lo stesso [OSCURATO:PERSONA], oltre ad altri soggetti; il Caliri ha affermato che forse il Bellinvia gli aveva riferito che prima di essere ucciso il [OSCURATO:PERSONA] aveva avuto un confronto con [OSCURATO:PERSONA] nello stesso posto in cui era stato commesso l'omicidio. [OSCURATO:PERSONA]Amico, il Bellinvia non aveva partecipato all'omicidio. Inoltre, il racconto del Bellinvia era contraddetto dalle dichiarazioni del Siracusa. Il ricorrente non mette in dubbio l'attendibilità di entrambi i collaboratori di giustizia, il Caliri ed il Siracusa, che hanno beneficiato dell'attenuante della collaborazione con sentenza passata in giudicato, ma sostiene che le confidenze effettuate dal Bellinvia sono inattendibili, come accertato e confermato nella sentenza qui impugnata (pag. 13), in relazione all'omicidio di [OSCURATO:PERSONA]. Risulta, quindi, illogica la motivazione della sentenza qui impugnata laddove afferma che le confidenze del Bellinvia sono attendibili. La motivazione, aggiunge il ricorrente, è illogica anche laddove si afferma che [OSCURATO:PERSONA] sarebbe inattendibile. La illogicità è conseguenza del travisamento dell'interrogatorio di [OSCURATO:PERSONA], avendo i Giudici del merito ritenuto che egli, nell'interrogatorio del 20 novembre 2019, avesse affermato di essersi trasferito in Liguria dopo la scomparsa del [OSCURATO:PERSONA], mentre [OSCURATO:PERSONA], [OSCURATO:PERSONA] e [OSCURATO:PERSONA] hanno riferito che egli era partito per la Liguria prima della scomparsa della vittima e dunque deve ritenersi che il confronto sia avvenuto prima del giorno dell'omicidio. In realtà il Siracusa non ha precisato se egli fosse partito prima o dopo l'omicidio. È il Pubblico ministero che ha introdotto una circostanza di fatto mai menzionata dal collaboratore di giustizia, ossia che quando egli comunicò al padre le sue preoccupazioni per il comportamento degli Ofria, il suo genitore lo mandò in Liguria «anche in considerazione della recente scomparsa del [OSCURATO:PERSONA]». Egli si era recato dall'Ofria per acquistare un motore di un'autovettura dopo la scomparsa del [OSCURATO:PERSONA] e si era insospettito poiché, pur essendo possibile consegnargli immediatamente il motore da lui richiesto, era stato invitato a tornare nel pomeriggio; su suggerimento di suo padre, si era definitivamente trasferito in Liguria, dove lavorava e disponeva di un'abitazione e dalla quale era solito scendere in Sicilia per poi risalire al Nord. Manifestamente illogica è quindi la affermazione dell'inattendibilità del Siracusa per avere mentito, specie ove si consideri che [OSCURATO:PERSONA], [OSCURATO:PERSONA] e [OSCURATO:PERSONA] hanno sostenuto che egli era partito prima dell'omicidio. In ogni caso il Siracusa ha espressamente negato di avere assistito all'omicidio e le sue dichiarazioni sono riscontrate proprio dai testi appena indicati, mentre il Bellinvia ha affermato che egli era presente. Costituisce, poi, una mera congettura l'affermazione del Giudice di primo grado secondo la quale il Siracusa avrebbe mentito per non far sapere ai parenti della vittima che il [OSCURATO:PERSONA] era stato ucciso proprio in conseguenza della rivelazione da parte dello stesso Siracusa, in occasione del confronto, che la vittima aveva partecipato al furto degli pneumatici. Peraltro, una sua condotta menzognera sarebbe stata del tutto irrazionale, perché avrebbe potuto mettere a rischio i risultati da lui ottenuti attraverso la sua collaborazione con l'autorità giudiziaria. 2.4.4. Nel quarto paragrafo il ricorrente evidenzia che le dichiarazioni di [OSCURATO:PERSONA]Amico restano prive di riscontro. [OSCURATO:PERSONA] ha affermato di avere appreso dell'omicidio di [OSCURATO:PERSONA] dallo stesso [OSCURATO:PERSONA]Amico e da un soggetto deceduto [OSCURATO:PERSONA], cosicché le sue dichiarazioni, nella parte in cui si riferiscono allo stesso D'Amico quale fonte di conoscenza, non possono valere come riscontro. In ogni caso, le dichiarazioni rese da [OSCURATO:PERSONA]Amico non appaiono attendibili, poiché nelle sue iniziali dichiarazioni il collaborante aveva accusato il Messina solo di occultamento di cadavere e solo successivamente lo aveva accusato di avere partecipato all'omicidio, con la conseguenza che le sue dichiarazioni non potevano ritenersi costanti; nel corso del tempo il collaborante ha modificato le fonti da cui avrebbe appreso le circostanze da lui riferite ed anche il ruolo da lui attribuito all'imputato. Neppure può pervenirsi ad un giudizio di attendibilità frazionata del D'Amico, poiché risulterebbero violati i principi affermati dalle Sezioni Unite nella sentenza «Aquilina» sopra richiamata, in quanto non sono state spiegate le ragioni per le quali il D'Amico avrebbe falsamente o erroneamente accusato [OSCURATO:PERSONA]. Peraltro, il D'Amico afferma di avere appreso della partecipazione del Messina e dell'[OSCURATO:PERSONA] dallo stesso [OSCURATO:PERSONA], il cui racconto, quindi, sarebbe da ritenere attendibile nella parte in cui incolpa se stesso ed inattendibile laddove accusa l'[OSCURATO:PERSONA]. Non può, quindi, ritenersi che non vi sia interferenza fattuale o logica tra le accuse che il D'Amico rivolge all'[OSCURATO:PERSONA] e quelle a carico del Messina con la conseguenza che non è possibile una loro valutazione frazionata e comunque sulla mancanza di interferenza non vi è motivazione. Sussiste anche contrasto tra le dichiarazioni rese dal D'Amico in data 3 dicembre 2020 e quelle precedenti. Nelle dichiarazioni del 22 luglio 2014 il D'Amico ha affermato che il [OSCURATO:PERSONA] era stato prelevato dal Messina presso la sua abitazione e poi condotto nel luogo ove era stato ucciso e che in occasione della conversazione all'interno della jeep [OSCURATO:PERSONA] e [OSCURATO:PERSONA], nel riferirsi all'omicidio, non avevano menzionato altri soggetti. Tali dichiarazioni sono smentite da quelle dei parenti della vittima, che hanno affermato che fu l'[OSCURATO:PERSONA] a prelevare il [OSCURATO:PERSONA] e che egli non fu prelevato presso la sua abitazione, ma a casa di [OSCURATO:PERSONA]. Nelle dichiarazioni del 25 settembre 2020 il D'Amico, dopo che gli sono state lette le sue precedenti dichiarazioni, afferma che il Messina gli ha confidato di avere prelevato il [OSCURATO:PERSONA] e di averlo portato a coloro che lo avrebbero ucciso, ribadendo di non sapere se l'[OSCURATO:PERSONA] abbia partecipato all'omicidio. Infine, il 3 dicembre 2020 il D'Amico afferma che il [OSCURATO:PERSONA] venne prelevato presso la sua abitazione dal Messina e dall'[OSCURATO:PERSONA], ciascuno dei quali era a bordo di una motocicletta, e che gli stessi erano consapevoli di condurre la vittima dai suoi carnefici. Inoltre, il D'Amico fornisce una causale dell'omicidio, la guerra tra clan, diversa da quella indicata dal Caliri. La Corte di merito non ha spiegato perché, nonostante detti contrasti, il collaboratore di giustizia sarebbe comunque attendibile. Tali questioni erano state sollevate con l'atto di appello, ma la Corte di merito è rimasta silente. Dalle dichiarazioni del 2014 emerge anche che la partecipazione dell'Isgrò all'omicidio non viene da quest'ultimo riferita al D'Amico, ma è lo stesso collaborante che arriva ad affermarla sulla base di una deduzione logica, ossia che l'avere l'Isgrò provveduto a spostare il corpo del [OSCURATO:PERSONA] per nasconderlo alle forze dell'ordine stava necessariamente a significare che egli aveva partecipato all'omicidio, atteso che solo detta partecipazione poteva giustificare un suo interesse allo spostamento del cadavere. Tale sua deduzione contrasta però con l'affermazione di avere appreso già in precedenza, poco dopo l'omicidio, che il Messina aveva preso parte, insieme all'[OSCURATO:PERSONA], al delitto. Infine, il ricorrente evidenzia che il D'Amico, laddove aveva sostenuto di avere partecipato all'omicidio di Pirri e Accetta e durante il quale avrebbe ricevuto le confidenze del Messina, è stato smentito dal collaborante [OSCURATO:PERSONA], che ha attribuito il duplice delitto ad altri soggetti, senza menzionare il D'Amico. [OSCURATO:PERSONA] ha affermato di avere appreso dal Bellinvia che i mandanti del duplice omicidio erano gli stessi soggetti indicati dall'Avola, tra i quali non era compreso il D'Amico. 2.4.5. Nel quinto paragrafo il ricorrente affronta la questione relativa alle dichiarazioni rese da [OSCURATO:PERSONA] il 5 aprile 2023. Evidenzia che le sue dichiarazioni sono successive all'arresto dell'imputato ed alla pubblicazione delle notizie relative alle indagini. Inoltre, il Micale riferisce di avere appreso da [OSCURATO:PERSONA]Amico e [OSCURATO:PERSONA] le circostanze relative all'omicidio; di conseguenza, le sue dichiarazioni non possono fungere da riscontro a quelle del D'Amico; a tale proposito il ricorrente richiama i principi affermati dalle Sezioni Unite nella sentenza «Aquilina» sopra richiamata, secondo la quale la chiamata in correità o in reità de relato, anche se non asseverata dalla fonte diretta, il cui esame risulti impossibile, può avere come unico riscontro, ai fini della prova della responsabilità penale dell'accusato, altra o altre chiamate di analogo tenore, purché siano rispettate le seguenti condizioni: a) risulti positivamente effettuata la valutazione della credibilità soggettiva di ciascun dichiarante e dell'attendibilità intrinseca di ogni singola dichiarazione, in base ai criteri della specificità, della coerenza, della costanza, della spontaneità; b) siano accertati i rapporti personali fra il dichiarante e la fonte diretta, per inferirne dati sintomatici della corrispondenza al vero di quanto dalla seconda confidato al primo; c) vi sia la convergenza delle varie chiamate, che devono riscontrarsi reciprocamente in maniera individualizzante, in relazione a circostanze rilevanti del thema probandum; d) vi sia l'indipendenza delle chiamate, nel senso che non devono rivelarsi frutto di eventuali intese fraudolente; e) sussista l'autonomia genetica delle chiamate, vale a dire la loro derivazione da fonti di informazione diverse (Sez. U., n. 20804 del 29/11/2012, dep. 2013, Aquilina, Rv. 255143). Peraltro, il Micale ha affermato di avere appreso dal D'Amico solo che quest'ultimo aveva determinato lo spostamento del cadavere del [OSCURATO:PERSONA] prima che venisse scoperto dall'autorità giudiziaria e che il Messina per tale spostamento avrebbe dovuto ringraziarlo. [OSCURATO:PERSONA]Amico, invece, non ha dichiarato di avere disposto lo spostamento, ma solo che questo era stato attuato direttamente dall'Isgrò e dal Messina, il quale non aveva, quindi, alcun motivo di ringraziarlo. Tale divergenza trova causa nel fatto che le dichiarazioni del D'Amico erano state mal riportate dalla stampa, come emerge anche dalla copia di un quotidiano prodotto dalla difesa del Messina nel corso del giudizio di primo grado, ed il Micale si è limitato a fare proprio tale errore, ripetendolo nelle sue dichiarazioni all'autorità giudiziaria. Per affermare la veridicità delle dichiarazioni del Micale, il Giudice di primo grado ha affermato che egli non si era fatto suggestionare dalle dichiarazioni del D'Amico riportate dalla stampa che accusavano anche [OSCURATO:PERSONA], ma il Giudice non ha considerato che quando il Micale è stato interrogato, l'[OSCURATO:PERSONA] era già stato scarcerato dal Tribunale del riesame. Neppure la Corte di merito ha affrontato il tema dell'attendibilità del Mazzù, fonte di riferimento del Micale. Risulta, anzi, che il Mazzù aveva riferito al Micale che il Messina e l'[OSCURATO:PERSONA] avevano svolto un servizio di vigilanza armata in occasione del matrimonio del Gullotti, venendo sul punto smentito dai verbali relativi ai servizi di osservazione, pedinamento e controllo svolti dalle forze dell'ordine. 2.4.6. Nel sesto paragrafo, relativo alle conversazioni intercettate tra [OSCURATO:PERSONA], zio di [OSCURATO:PERSONA], e [OSCURATO:PERSONA] e [OSCURATO:PERSONA], il ricorrente sostiene che si tratti di meri pettegolezzi non aventi valore probatorio; né il Giudice di primo grado poteva dolersi della circostanza che [OSCURATO:PERSONA] non proclami la innocenza del nipote. La stessa Corte di merito non attribuisce a tali conversazioni il valore di riscontro alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia. 2.5. Con il quinto motivo, corrispondente al secondo motivo dell'atto di impugnazione sottoscritto dall'avv. [OSCURATO:PERSONA], il ricorrente lamenta la carenza di motivazione in ordine al rigetto del motivo di appello con il quale si chiedeva l'esclusione dell'aggravante della premeditazione. Si sottolinea che essa non emerge dalle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia diversi dal D'Amico, da ritenersi inattendibile in relazione a quanto riferito nel secondo e nel terzo verbale di interrogatorio; anche il Bellinvia, fonte di conoscenza del Caliri, è smentito dalle dichiarazioni del Siracusa. 2.6. Con il sesto motivo, corrispondente al terzo motivo dell'atto di impugnazione sottoscritto dall'avv. [OSCURATO:PERSONA], il ricorrente si duole della carenza di motivazione in ordine alla estinzione per prescrizione del reato associativo anche in relazione alla sua posizione; il collaboratore [OSCURATO:PERSONA] ha affermato che il Messina si era «messo da parte» già nel 2009 e non è smentito da alcuna prova contraria.2.7. Con il settimo motivo, corrispondente al quarto motivo dell'atto di impugnazione sottoscritto dall'avv. [OSCURATO:PERSONA], il ricorrente eccepisce la carenza di motivazione in ordine al diniego delle circostanze attenuanti generiche. La Corte di merito, sul punto, si è limitata ad affermare che dagli atti non emerge alcun elemento utile ai fini della loro concessione, in tal modo omettendo di confrontarsi con le specifiche deduzioni contenute nell'atto di appello. [OSCURATO:PERSONA] 1. Il primo motivo di ricorso è manifestamente infondato. Il termine di durata delle indagini preliminari decorre dalla data in cui il pubblico ministero ha iscritto, nel registro delle notizie di reato, il nome della persona cui il reato è attribuito, senza che al giudice per le indagini preliminari sia consentito stabilire una diversa decorrenza, sicché gli eventuali ritardi indebiti nella iscrizione, tanto della notizia di reato che del nome della persona cui il reato è attribuito, pur se abnormi, sono privi di conseguenze agli effetti di quanto previsto dall'art. 407, comma 3, cod. proc. pen., fermi restando gli eventuali profili di responsabilità disciplinare o penale del magistrato del P.M. che abbia ritardato l'iscrizione (Sez. U, n. 40538 del 24/09/2009, Lattanzi, Rv. 244376). 2. La censura contenuta nel primo paragrafo del quarto motivo, con il quale il ricorrente si duole contraddittorietà della motivazione, per avere la Corte di assise di appello ritenuto probanti nei suoi confronti le sommarie informazioni rese dai parenti della vittima, valutandole invece inidonee a sostenere l'accusa nei confronti del coimputato [OSCURATO:PERSONA], è manifestamente infondato. La Corte di assise di appello, al pari del giudice di primo grado, ha ritenuto che le dichiarazioni dei parenti della vittima non fossero idonee, sia pure unite agli altri elementi di prova a carico dell'[OSCURATO:PERSONA], a giustificare una pronuncia di condanna in virtù della diversità della posizione dell'[OSCURATO:PERSONA] rispetto a quella dell'odierno ricorrente. Tale diversità trova causa, secondo i Giudici del merito, nella inattendibilità delle sole dichiarazioni rese dal D'Amico in data 3 dicembre 2020, le sole in cui quest'ultimo accusa l'[OSCURATO:PERSONA] dell'omicidio, e quindi nell'inidoneità delle stesse a valere quale riscontro alle dichiarazioni di [OSCURATO:PERSONA], mentre il D'Amico sarebbe attendibile laddove, nelle propalazioni anteriori a quelle del 3 dicembre 2020, avrebbe costantemente accusato il Messina. Non è quindi ravvisabile alcuna illogicità o contraddizione, atteso che la diversa valutazione delle prove discende dalla ritenuta inattendibilità delle sole dichiarazioni in cui il D'Amico accusa l'[OSCURATO:PERSONA]. 3. È, invece, fondata la censura, contenuta nel secondo paragrafo del quarto motivo, con la quale si deduce l'inutilizzabilità, ex art. 63 cod. proc. pen., delle sommarie informazioni rese in data 9 aprile 1990 dall'odierno ricorrente ai Carabinieri della Stazione di Barcellona. La Corte di merito, per rigettare l'appello di [OSCURATO:PERSONA], ha utilizzato, quale elemento di natura indiziaria a suo carico (vedi pag. 28 della motivazione della sentenza di secondo grado), la «posizione ambigua assunta dal Messina e dall'[OSCURATO:PERSONA]» ed in particolare la «circostanza che essi abbiano reso ai Carabinieri, in sede di sommarie informazioni, versioni tra loro decisamente incompatibili in ordine ai loro movimenti nelle ultime ore in cui il [OSCURATO:PERSONA] fu visto» (vedi pag. 30 della motivazione di secondo grado); la Corte di assise di appello afferma che i primi elementi di sospetto a carico dell'[OSCURATO:PERSONA] e del Messina sono sorti proprio dalla contraddizione tra le versioni dei fatti da essi raccontate alla polizia giudiziaria. Ai sensi dell'art. 53, comma 1, cod. proc. pen., se davanti all'autorità giudiziaria o alla polizia giudiziaria una persona non imputata ovvero una persona non sottoposta alle indagini rende dichiarazioni dalle quali emergono indizi di reità a suo carico, l'autorità procedente ne interrompe l'esame, avvertendola che a seguito di tali dichiarazioni potranno essere svolte indagini nei suoi confronti e la invita a nominare un difensore di fiducia e le precedenti dichiarazioni non possono essere utilizzate «contro la persona che le ha rese». Da tale ultimo inciso si ricava che le precedenti dichiarazioni possono essere utilizzate contro altri soggetti imputati o indagati. Le dichiarazioni rese innanzi alla polizia giudiziaria da una persona non sottoposta ad indagini, ed aventi carattere autoindiziante, non sono utilizzabili contro chi le ha rese ma sono pienamente utilizzabili contro i terzi, in relazione ai quali non opera la sanzione processuale di cui all'art. 63, comma 1, cod. proc. pen. (Sez. 2, n. 5823 del 26/11/2020, dep. 2021, Santoro, Rv. 280640). L'art. 63, comma 2, cod, proc. pen. esclude, invece, che le precedenti dichiarazioni possano essere utilizzate contro soggetti diversi dal dichiarante se quest'ultimo avrebbe dovuto essere sentito sin dall'inizio quale imputato o indagato, a prescindere dal dato formale della sua iscrizione nel registro degli indagati. Orbene, nel caso di specie, applicando i principi sopra esposti, deve concludersi che sono utilizzabili a carico di [OSCURATO:PERSONA] le dichiarazioni rese dal coimputato [OSCURATO:PERSONA] quando quest'ultimo è stato sentito quale persona informata dei fatti, atteso che, secondo quanto affermato dalla Corte di merito, ancora non erano emersi a carico di [OSCURATO:PERSONA] concreti indizi di reità. Del resto, neppure il ricorrente contesta tale conclusione, atteso che egli si duole, in realtà, dell'utilizzazione contro se stesso delle proprie dichiarazioni rese quale persona informata dei fatti. La Corte di assise di appello, onde affermare l'utilizzabilità a carico di [OSCURATO:PERSONA] delle dichiarazioni da lui rese quando è stato sentito a sommarie informazioni, invoca i principi affermati dalle Sezioni Unite con la sentenza «[OSCURATO:PERSONA]», secondo la quale, in virtù del principio di conservazione degli atti e della regola, ad esso connessa, del tempus regit actum, sono legittimamente utilizzabili le dichiarazioni del soggetto che, al momento della deposizione, rivestiva ancora e soltanto lo status di persona informata sui fatti, a nulla rilevando, in contrario, la circostanza che abbia successivamente assunto la condizione di indagato o di imputato (Sez. U, n. 33583 del 26/03/2015, [OSCURATO:PERSONA], Rv. 264482). La Corte di merito trascura di considerare che il precedente richiamato riguarda il valore probatorio di una deposizione testimoniale, ossia di una dichiarazione resa da un soggetto necessariamente terzo rispetto al soggetto a carico del quale si vogliono utilizzare le dichiarazioni rese in qualità di testimone. Nel caso che ci occupa, invece, vengono in rilievo le dichiarazioni rese da un soggetto nel medesimo procedimento penale nell'ambito del quale egli ha, in un momento successivo a quello in cui le dichiarazioni sono state rese, assunto la qualità di indagato e poi di imputato. Il discrimine tra dichiarazioni rese agli inquirenti quando il dichiarante non aveva ancora assunto la posizione sostanziale di indagato e dichiarazioni rese in un momento successivo rileva solo ai fini dell'utilizzabilità delle propalazioni a carico dei terzi. L'utilizzabilità delle dichiarazioni rese dall'indagato nell'ambito del procedimento in un momento anteriore all'assunzione sostanziale di tale qualità è disciplinata dal comma 1 dell'art. 63 cod. proc. pen. che esclude che tali dichiarazioni possano essere utilizzate a carico del medesimo indagato. Tale disposizione, peraltro, non limita la inutilizzabilità a carico dell'indagato dichiarante alle sole dichiarazioni autoindizianti che valgono a far sorgere, per gli inquirenti, l'obbligo di avvisare l'indagato che potranno essere avviate indagini nei suoi confronti e di invitarlo a nominare un difensore, ma ha ad oggetto tutte le dichiarazioni anteriori. Essa costituisce attuazione del generale principio nemo tenetur se detegere, in forza del quale nessuno può essere costretto a rendere dichiarazioni autoaccusatorie.Né può trovare applicazione nel caso di specie l'art. 350, comma 7, cod. proc. pen. Nel giudizio abbreviato sono utilizzabili a fini di prova le dichiarazioni spontanee rese dalla persona sottoposta alle indagini alla polizia giudiziaria, perché l'art. 350, comma 7, cod. proc. pen. ne limita l'inutilizzabilità esclusivamente al dibattimento (Sez. 5, n. 32015 del 15/03/2018, Carlucci, Rv. 273642), ma la disposizione appena citata disciplina le dichiarazioni spontanee rese dall'imputato o dIall'indagato, mentre nel caso di specie, sulla base della motivazione rese dalla Corte di merito, [OSCURATO:PERSONA], quando è stato sentito dai Carabinieri, non aveva ancora assunto, né formalmente né sostanzialmente, la veste di indagato e comunque deve trattarsi di dichiarazioni spontanee, non potendo l'indagato, in applicazione del principio sopra indicato, essere costretto a rendere dichiarazioni autoaccusatorie, mentre nel caso in esame [OSCURATO:PERSONA] ha reso dichiarazioni quale persona informata dei fatti su sollecitazione dei Carabinieri, che lo avevano convocato presso i propri uffici per rivolgergli le domande sulle circostanze di loro interesse. L'inutilizzabilità a carico di [OSCURATO:PERSONA] delle dichiarazioni da lui rese quale persona informata dei fatti alla polizia giudiziaria non avrebbe consentito alla Corte di assise di appello di affermare che vi fosse un contrasto tra la sua versione dei fatti e quella, pienamente utilizzabile, riferita da [OSCURATO:PERSONA], atteso che a tal fine è necessario operare un raffronto tra il contenuto delle dichiarazioni rese da [OSCURATO:PERSONA] e quello delle sommarie informazioni testimoniali di [OSCURATO:PERSONA], che è invece precluso a causa dell'inutilizzabilità delle prime. Ne deriva che le dichiarazioni rese da [OSCURATO:PERSONA] sono assolutamente inutilizzabili a carico del predetto e che il contrasto tra le versioni rese dai due imputati nel corso delle indagini non può essere utilizzato quale indizio utile a riscontrare le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia. 4. Il secondo motivo di ricorso e le censure contenute nel terzo, nel quarto, nel quinto e nel sesto paragrafo del quarto motivo, che possono essere trattati congiuntamente in quanto strettamente connessi, perché tutti diretti a mettere in evidenza la carenza, contraddittorietà o manifesta illogicità della motivazione della sentenza di secondo grado in ordine all'affermazione della penale responsabilità del ricorrente per il delitto di concorso in omicidio, sono fondati nei limiti e per le ragioni di seguito esposte. 4.1. Secondo la motivazione della sentenza di primo grado, la prova della responsabilità di [OSCURATO:PERSONA] dovrebbe ricavarsi dalle dichiarazioni del collaboratore di giustizia [OSCURATO:PERSONA], che a sua volta, per la conoscenza dei fatti si riferisce a [OSCURATO:PERSONA] e ad [OSCURATO:PERSONA], che apparteneva alla cosca dei Barcellonesi„ contrapposta a quella del Caliri, ma era solito confidarsi con quest'ultimo su quanto avveniva all'interno del suo clan. Secondo quanto riportato dal collaborante Caliri, [OSCURATO:PERSONA] gli aveva riferito che Sebastian() [OSCURATO:PERSONA] era stato ucciso dai «barcellonesi», perché, unitamente a [OSCURATO:PERSONA] e a [OSCURATO:PERSONA], aveva commesso il furto di un camion carico di pneumatici ai danni della impresa gestita dai fratelli Venuti. Successivamente il Caliri aveva ricevuto informazioni sull'omicidio anche da [OSCURATO:PERSONA], che, oltre a confermargli la causale del delitto, aveva aggiunto di avere preso parte all'omicidio, raccontandogli ulteriori dettagli. [OSCURATO:PERSONA] era stato prelevato a casa di un suo compare, presso il quale si trovava unitamente alla famiglia, da tale [OSCURATO:PERSONA], un affiliato alla famiglia dei barcellonesi, su incarico di [OSCURATO:PERSONA], il capo dei barcellonesi; i due si erano poi recati da [OSCURATO:PERSONA] e i tre si erano recati in [OSCURATO:PERSONA] di Barcellona, ove erano attesi da [OSCURATO:PERSONA], [OSCURATO:PERSONA], [OSCURATO:PERSONA], dallo stesso Bellinvia e da altri soggetti. [OSCURATO:PERSONA] era stato, quindi, contestato il furto degli pneumatici e sebbene egli avesse negato l'addebito, era stato comunque ucciso poiché coloro che lo avevano atteso in quel luogo per ucciderlo già sapevano con certezza della sua partecipazione al furto, che gli era stata confermata da [OSCURATO:PERSONA], che si era salvato affermando che egli non era a conoscenza della circostanza che i fratelli Venuti godessero della protezione della famiglia mafiosa. [OSCURATO:PERSONA], afferma la sentenza di primo grado, ha anche aggiunto di ricordare, sia pure non in modo «chiaro», che il Bellinvia gli aveva riferito che il [OSCURATO:PERSONA] era stato sottoposto ad un vero e proprio confronto con il Siracusa sul luogo dell'omicidio; in seguito, anche [OSCURATO:PERSONA] aveva subito la stessa sorte del [OSCURATO:PERSONA]. Già nel corso del giudizio di primo grado la difesa del ricorrente aveva evidenziato che il racconto del Bellinvia, riportato dal Caliri, si poneva in contrasto con le dichiarazioni di [OSCURATO:PERSONA], anch'egli divenuto collaboratore di giustizia, l'attendibilità del quale era stata accertata in numerosi processi. Nella sentenza di primo grado si legge che il Siracusa ha spiegato che egli, unitamente a [OSCURATO:PERSONA], [OSCURATO:PERSONA] e a [OSCURATO:PERSONA], era solito commettere rapine per conto della famiglia mafiosa e che nel 1990 aveva saputo che [OSCURATO:PERSONA] era cercato dai suoi familiari; egli non aveva chiesto se la scomparsa del [OSCURATO:PERSONA] fosse ascrivibile al clan dei barcellonesi, ma un episodio aveva destato in lui forte preoccupazione e lo aveva indotto ad allontanarsi da Barcellona. Una mattina, avendo la necessità di acquistare un motore usato per un'automobile, aveva contattato [OSCURATO:PERSONA], titolare di un'impresa di autodemolizioni e appartenente alla famiglia mafiosa, il quale aveva affermato di avere la disponibilità del pezzo di ricambio, ma di poterglielo consegnare solo nel pomeriggio dello stesso giorno; tale comportamento aveva allertato il Siracusa che aveva confidato i suoi timori a suo padre, il quale, atteso che anche [OSCURATO:PERSONA] era scomparso, gli aveva consigliato di recarsi a Rapallo, dove la sua famiglia già disponeva di un'abitazione. Egli aveva accolto il consiglio, trasferendosi a Rapallo e facendo ritorno di tanto in tanto a [OSCURATO:PERSONA]. Aveva in seguito appreso dai sodali [OSCURATO:PERSONA] e [OSCURATO:PERSONA], che l'avevano invitato a non interessarsi della vicenda, che l'omicidio trovava causa nella relazione allacciata da [OSCURATO:PERSONA] con la moglie di [OSCURATO:PERSONA], altro esponente del clan dei barcellonesi. Mentre il Bellinvia colloca [OSCURATO:PERSONA] sul luogo dell'omicidio di [OSCURATO:PERSONA] e riferisce, sia pure in modo non certo, di un confronto tra [OSCURATO:PERSONA] e a vittima prima che questa venisse soppressa, [OSCURATO:PERSONA] esclude la verità di tali circostanze. [OSCURATO:PERSONA] di primo grado, nel tentativo di rendere compatibili le propalazioni del Caliri con quelle del Siracusa, dapprima colloca il confronto tra in un momento anteriore ma prossimo alla esecuzione del delitto, ma il contrasto rimane, poiché il Sirac:usa non parla affatto del confronto e sostiene di non avere in alcun modo preso parte al delitto, essendo venuto a conoscenza della scomparsa di [OSCURATO:PERSONA] solo dopo che i suoi parenti avevano iniziato a cercarlo, e poi, consapevole dell'incompatibilità tra le propalazioni dei due collaboratori, arriva a sostenere che [OSCURATO:PERSONA] era stato reticente, in quanto intenzionato a celare ai parenti della vittima, di cui era intimo amico, di averlo incolpato del furto cagionandone indirettamente la morte. Tale conclusione sarebbe avvalorata dalle dichiarazioni di [OSCURATO:PERSONA], compagna di [OSCURATO:PERSONA], la quale ha segnalato che [OSCURATO:PERSONA] si era allontanato da Barcellona già da prima della sparizione della vittima e neppure si era fatto sentire con i suoi parenti, pur essendo stato da loro informato della sua scomparsa. Con l'atto di appello l'odierno ricorrente aveva sostenuto che la falsità del racconto che [OSCURATO:PERSONA] aveva riportato a [OSCURATO:PERSONA] emergeva chiaramente dalle dichiarazioni di [OSCURATO:PERSONA], la cui credibilità risultava ormai verificata all'esito di numerosi processi avviati a seguito della sua collaborazione e che, in ogni caso, dal racconto del Bellinvia riferito da [OSCURATO:PERSONA] emergeva con chiarezza che il primo gli aveva dato per certa la circostanza che il Siracusa fosse stato presente sul luogo ove [OSCURATO:PERSONA] era stato ucciso e che l'omicidio era stato eseguito subito dopo il confronto, mentre il Giudice di primo grado aveva travisato le dichiarazioni del Caliri. Con il suo gravame l'odierno ricorrente aveva anche evidenziato che, contrariamente a quanto sostenuto dal Giudice di primo grado, le dichiarazioni rese dai parenti della vittima si ponevano anch'esse in contrasto con il racconto del Bellinvia, atteso che secondo costoro il Siracusa si era allontanato da Barcellona già da prima della scomparsa del loro congiunto, mentre per il Bellinvia e secondo la ricostruzione operata dal Giudice di primo grado il confronto tra la vittima ed il Siracusa si collocherebbe in un momento anteriore ma prossimo alla scomparsa del [OSCURATO:PERSONA]. La Corte di merito, ribadendo il contenuto della motivazione della sentenza di primo grado, ha affermato che anche il Caliri era un collaborante di provata affidabilità (mentre l'appellante non aveva contestato la attendibilità del collaborante, ma quella della sua fonte, il Bellinvia, segnalando anche che le confidenze rese da quest'ultimo al Caliri erano state smentite da [OSCURATO:PERSONA] che, avendo partecipato all'omicidio di [OSCURATO:PERSONA], aveva negato la partecipazione al delitto, quale esecutore, di [OSCURATO:PERSONA], affermata invece dal Bellinvia) e che in relazione all'omicidio di [OSCURATO:PERSONA] le dichiarazioni di [OSCURATO:PERSONA] erano contraddette da quelle dei parenti della vittima, che avevano affermato che egli si era allontanato già prima della scomparsa del suo amico, ma non ha affrontato le censure formulate con l'atto di appello con le quali si sosteneva che, secondo il racconto reso dal Bellinvia al Caliri, [OSCURATO:PERSONA] era stato presente all'omicidio, avvenuto subito dopo il confronto, e che non era verosimile che questo fosse avvenuto a distanza di molto tempo dal confronto. Peraltro, laddove il Giudice di primo grado afferma che il contrasto tra il racconto del Bellinvia e quello del Siracusa andrebbe risolto facendo prevalere il primo, egli sostiene che tale conclusione troverebbe giustificazione nell'esigenza del Siracusa di nascondere ai parenti della vittima la sua responsabilità morale per la soppressione del loro congiunto, responsabilità che dovrebbe ricavarsi proprio dalla partecipazione del Siracusa a detto confronto che è invece un dato non accertato, in quanto viene riferito esclusivamente dal Bellinvia, la cui credibilità è da dimostrare. Peraltro, come osservato dal ricorrente, la credibilità del Bellinvia non può logicamente trovare riscontro nelle dichiarazioni dei parenti della vittima, atteso che [OSCURATO:PERSONA], sentita in data 30 aprile 1990, afferma che [OSCURATO:PERSONA] si era allontanato da Barcellona già diversi mesi prima; la scomparsa di [OSCURATO:PERSONA] è avvenuta in data 8 aprile 1990, cosicché se, come evidenziato dai giudici del merito, il Siracusa si era allontanato già diversi mesi prima dal territorio di Barcellona, egli non solo non poteva essere stato presente al momento dell'omicidio, ma neppure poteva aver preso parte al confronto che il Giudice di primo grado colloca temporalmente in un momento anteriore ma prossimo alla soppressione del [OSCURATO:PERSONA]. Paradossalmente, proprio le dichiarazioni dei parenti della vittima valgono a riscontrare quelle del Siracusa, laddove quest'ultimo nega di avere assistito all'omicidio o di avere partecipato, nella sua imminenza, ad un confronto con la vittima. Né in questa sede può essere invocata un'efficacia vincolante della sentenza di questa Corte di cassazione che ha deciso a seguito di ricorso di [OSCURATO:PERSONA] avverso il provvedimento del Tribunale del riesame che ha confermato l'ordinanza che ha applicato la misura cautelare personale. La precedente sentenza di questa Corte di cassazione che è intervenuta nel corso del procedimento è stata emesse a seguito di impugnazione di ordinanza del Tribunale del riesame, ossia in una fase diversa da quella del giudizio, cosicché essa non poteva vincolare il Giudice dell'udienza preliminare prima e la Corte di assise di appello poi all'applicazione di alcun principio di diritto. L'obbligo di uniformarsi, nella valutazione del materiale probatorio, alla sentenza di annullamento con rinvio pronunciata della Corte di cassazione sussiste, ai sensi dell'art. 627, comma 3, cod. proc. pen., solo per il giudice del rinvio e non anche per i giudici che, sia pure nel medesimo processo, siano chiamati a trattare distinte fasi o gradi dello stesso (Sez. 3, n. 23052 del 23/04/2013, S., Rv. 256170, che ha escluso la violazione di legge nell'ipotesi di sentenza di condanna emessa senza attendere il deposito della motivazione con la quale la Corte aveva annullato, rinviando al Tribunale del Riesame, il provvedimento di conferma di custodia cautelare in carcere, rilevando la carenza di motivazione in ordine alla valutazione degli elementi di fatto posti a fondamento della misura; vedi pure Sez. 1, n. 18215 del 11/12/2018, dep. 2019, Ammendola, Rv. 276527). Peraltro, mentre ai fini della conferma del provvedimento cautelare personale è sufficiente che ricorrano gravi indizi di colpevolezza, ai fini della condanna è richiesta la prova della penale responsabilità oltre ogni ragionevole dubbio, ossia la applicazione di un canone di valutazione probatoria ben più rigoroso. Né l'obiezione sollevata dalla difesa del ricorrente, che ha segnalato che in altro processo per l'omicidio di [OSCURATO:PERSONA] il racconto del Bellinvia è risultato del tutto smentito da quello del collaborante [OSCURATO:PERSONA], che ha escluso la partecipazione di [OSCURATO:PERSONA] quale esecutore, può essere superata facendo riferimento alla comprovata attendibilità di [OSCURATO:PERSONA], poiché in questa sede non rileva l'attendibilità di quest'ultimo, ma quella della sua fonte di riferimento.I giudici del merito avrebbero dovuto valutare anche la attendibilità di [OSCURATO:PERSONA], in applicazione del principio affermato dalla sentenza delle Sezioni Unite «Aquilina», secondo la quale è necessario che siano accertati i rapporti personali fra il dichiarante e la fonte diretta, per inferirne dati sintomatici della corrispondenza al vero di quanto dalla seconda confidato al primo (Sez. U, n. 20804 del 29/11/2012, dep. 2013, Aquilina, Rv. 255141). Sul punto la Corte di merito si è limitata ad affermare che non sono emerse ragioni per le quali il Bellinvia avrebbe dovuto mentire a [OSCURATO:PERSONA], omettendo di motivare, come si è già detto, in ordine alla inattendibilità, dedotta dal ricorrente sulla base dell'esito del processo «[OSCURATO:PERSONA]», delle dichiarazioni rese dal Bellinvia al Caliri in ordine alla partecipazione di [OSCURATO:PERSONA] all'omicidio di [OSCURATO:PERSONA]. 4.2. La Corte di assise di appello, confermando il ragionamento già esplicitato dal Giudic:e di primo grado, ha ritenuto di accordare prevalenza al racconto del Bellinvia, riportato dal Caliri, anche perché ritenuto riscontrato, quanto alla partecipazione di [OSCURATO:PERSONA], dalle dichiarazioni del collaboratore di giustizia [OSCURATO:PERSONA]Amico. Dalla sentenza di primo grado emerge che quest'ultimo ha reso dichiarazioni sul delitto in tre diverse occasioni e precisamente in data 22 luglio 2014, in data 25 settembre 2020 ed in data 3 dicembre 2020. In data 22 luglio 2014, nel periodo di centottanta giorni dall'inizio della sua collaborazione, [OSCURATO:PERSONA]Amico ha riferito che l'omicidio fu argomento di conversazione mentre egli era con [OSCURATO:PERSONA], [OSCURATO:PERSONA] e [OSCURATO:PERSONA] a bordo del fuoristrada di quest'ultimo, subito dopo la consumazione del duplice omicidio, avvenuto il 21 gennaio 1992, ai danni di [OSCURATO:PERSONA] e [OSCURATO:PERSONA] presso il cimitero di [OSCURATO:PERSONA] di Gotto. In tale occasione il D'Amico avrebbe rivolto allo Isgrò, con tono canzonatorio, la frase «ti scanti pure dei morti ora!», perché l'Isgrò si era rifiutato di frugare nelle tasche dei pantaloni dei cadaveri per trovare le chiavi delle loro automobili onde sportarle e poi bruciarle; l'Isgrò aveva replicato affermando di avere dimostrato il proprio coraggio quando, dopo che i Carabinieri avevano trovato, in data 7 agosto 1991, quattro cadaveri sotterrati in località Migliardo, non aveva esitato a recarsi sul luogo per spostare il cadavere del [OSCURATO:PERSONA], che era stato sepolto nella stessa località, onde evitare che fosse rinvenuto e che [OSCURATO:PERSONA] venisse arrestato quale responsabile; era allora intervenuto nella discussione [OSCURATO:PERSONA], che aveva confermato che il cadavere era stato spostato «sennò mi attaccavano». Entrambi i Giudici di merito affermano che dalla conversazione emerge che [OSCURATO:PERSONA] ha confermato sia lo spostamento del cadavere, sia la sua partecipazione all'omicidio di [OSCURATO:PERSONA].[OSCURATO:PERSONA]Amico ha spiegato la frase «sennò mi attaccavano» da lui attribuita a [OSCURATO:PERSONA] affermando che poiché era stato lui a prelevare il [OSCURATO:PERSONA] dalla sua abitazione e portarlo nel luogo ove era stato ucciso, il ritrovamento del cadavere avrebbe consentito agli inquirenti di procedere nei suoi confronti per il reato di omicidio; tuttavia, ha cura di precisare il Giudice di primo grado, questa è una spiegazione che non gli è stata riferita dai suoi compagni di viaggio, ma è stata elaborata dal D'Amico sulla base delle informazioni di cui egli disponeva. Il movente dell'omicidio del [OSCURATO:PERSONA] viene dal D'Amico ricondotto alla guerra in corso tra gli esponenti del gruppo criminale capeggiato da [OSCURATO:PERSONA], suocero di [OSCURATO:PERSONA], e la famiglia dei barcellonesi ed alla circostanza che egli fosse da questi, sia pure erroneamente, ritenuto, assieme a [OSCURATO:PERSONA], un «chiofaliano». Nel corso delle dichiarazioni rese da [OSCURATO:PERSONA]Amico il 25 settembre 2020 il collaborante si limita ad affermare di non ricordare che [OSCURATO:PERSONA] avesse avuto un ruolo nell'omicidio di [OSCURATO:PERSONA]. Tuttavia, in data :3 dicembre 2020, appena pochi mesi dopo il secondo interrogatorio, [OSCURATO:PERSONA]Amico afferma che gli sono affiorati alla mente alcuni ricordi di cui si era dimenticato in occasione dell'interrogatorio del 22 luglio 2014. Più specificamente, ha dichiarato il D'Amico di essere assolutamente certo che, sia nell'immediatezza dell'omicidio, sia in occasione della conversazione avvenuta immediatamente dopo il duplice omicidio avvenuto il 21 gennaio 1992, [OSCURATO:PERSONA] aveva riferito c:he [OSCURATO:PERSONA] era stato prelevato presso la sua abitazione dallo stesso Messina e da [OSCURATO:PERSONA] a bordo di due motociclette Yamaha ed entrambi lo avevano condotto nel luogo ove era stato ucciso ed entrambi sapevano, in tale frangente, che il [OSCURATO:PERSONA] sarebbe stato poi ucciso. I Giudici del merito hanno ritenuto non attendibili le dichiarazioni rese dal D'Amico in data 3 dicembre 2020 — in quanto nettamente contrastanti sia con le precedenti dichiarazioni dello stesso collaboratore di giustizia, sia con le dichiarazioni, ritenute assolutamente attendibili, dei parenti della vittima, che hanno riferito che la vittima venne prelevato esclusivamente da [OSCURATO:PERSONA] —, ma hanno ritenuto pienamente attendibili le altre, affermando di applicare i canoni ermeneutici in tema di valutazione frazionata. Tuttavia, la Corte di merito, per affermare che, sulla base dei criteri in tema di valutazione frazionata, le dichiarazioni del D'Amico anteriori a quelle del 3 dicembre 2020 possono essere ritenute pienamente attendibili, si è limitata a richiamare le argomentazioni in proposito addotte dal Giudice di primo grado e a segnalare che le stesse erano state avallate anche da questa Corte di cassazione con la sentenza emessa in data 20 luglio 2023, emessa nell'ambito del procedimento relativo alla posizione cautelare del Messina. Occorre, allora, ribadire, anche a tale proposito, che l'obbligo di uniformarsi, nella valutazione del materiale probatorio, alla sentenza di annullamento con rinvio pronunciata della Corte di cassazione sussiste, ai sensi dell'art. 627, comma 3, cod. proc pen., solo per il giudice del rinvio e non anche per i giudici che, sia pure nel medesimo processo, siano chiamati a trattare distinte fasi o gradi dello stesso (Sez. 3, n. 23052 del 23/04/2013, S., Rv. 256170) e che in questa sede non si tratta di valutare la mera sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza, ma di accertare la responsabilità dell'imputato oltre ogni ragionevole dubbio. In particolare, la Corte di merito, come segnalato dal ricorrente, avrebbe dovuto valutare se le palesi incongruenze presenti nelle dichiarazioni rese da [OSCURATO:PERSONA]Amico in data 3 dicembre 2020 fossero tali da compromettere la complessiva credibilità del collaborante in ordine alla posizione di [OSCURATO:PERSONA], da valutarsi sulla base della precisione, coerenza, costanza e spontaneità delle dichiarazioni, a prescindere dalla presenza di eventuali riscontri alle stesse, atteso che i riscontri possono rilevare solo laddove sia stata accertata la intrinseca attendibilil:à del dichiarante. Difatti, anche ai soli fini dell'applicazione di misure cautelari, ai fini di una corretta valutazione della chiamata in correità, il giudice deve, in primo luogo, verificare l'attendibilità soggettiva del dichiarante in relazione, tra l'altro, alla sua personalità, ai suoi rapporti con i chiamati in correità, alla genesi remota e prossima della sua risoluzione alla confessione ed all'accusa dei complici; in secondo luogo, verificare l'intrinseca consistenza e le caratteristiche delle dichiarazioni del chiamante, secondo i criteri della precisione, coerenza, costanza, spontaneità delle medesime, rapportate all'oggetto delle stesse in relazione all'accusa rivolta al chiamato in correità; infine, passare, in applicazione del disposto dell'art. 192, comma 3, cod. proc. pen., all'esame delle circostanze costituenti il riscontro esterno alle dichiarazioni del collaboratore di giustizia (Sez. 1, n. 1647 del 17/03/1995, Barbetta, Rv. 201168). Inoltre, la valul:azione frazionata delle dichiarazioni accusatorie rese dalla medesima persona è possibile a condizione, da un lato, che non sussista interferenza fattuale e logica tra la parte del narrato ritenuta falsa (o comunque inattendibile) e le rimanenti parti del racconto e, dall'altro, che l'inattendibilità non sia talmente macroscopica, per conclamato contrasto con altre sicure emergenze probatorie, da compromettere la stessa credibilità del dichiarante (Sez. 6 n. 35327 del 18/07/2013, Rv. 256097; Sez. 6 n. 6221 del 20/04/2005; Rv. 233095). Ne deriva che la motivazione in proposito fornita dalla Corte di assise di appello appare carente. Neppure la Corte di merito'ha dato risposta ai rilievi formulati con l'atto di appello in ordine alle dichiarazioni del collaboratore [OSCURATO:PERSONA]. Nell'atto di appello si segnalava che questo collaborante avrebbe riferito che l'omicidio era stato commesso da [OSCURATO:PERSONA], [OSCURATO:PERSONA], [OSCURATO:PERSONA] e [OSCURATO:PERSONA], senza riferire della partecipazione del D'Amico, e che [OSCURATO:PERSONA] ha riferito di avere appreso da [OSCURATO:PERSONA] che i mandanti dell'omicidio erano i fratelli Gullotti, i fratelli Ofria, i fratelli Calderone ed [OSCURATO:PERSONA]; si sosteneva che poiché i due collaboranti non riferivano della partecipazione del D'Amico al delitto, quest'ultimo doveva ritenersi inattendibile oppure doveva ritenersi che il Bellinvia avesse mentito al Caliri e pertanto anche quanto da lui portato a conoscenza del Caliri relativamente all'omicidio di [OSCURATO:PERSONA] non fosse credibile. Anche in ordine a tale censura la Corte di assise di appello omette di pronunciarsi. 4.3. Le suddette carenze motivazionali sono sufficienti da sole a rendere il ragionamento logico-giuridico illustrato dalla Corte di merito nella motivazione della sentenza impugnata inidoneo a sorreggere la affermazione della penale responsabilità di [OSCURATO:PERSONA] in ordine al capo relativo all'omicidio di [OSCURATO:PERSONA]. Ne deriva che la sentenza impugnata deve essere annullata in relazione a tale capo con rinvio ad altra sezione della Corte di assise di Messina, che provvederà anche alla regolamentazione tra le parti private delle spese processuali relative al giudizio di legittimità. Le altre censure e gli altri motivi di ricorso attinenti a tale capo restano assorbiti, incluso il settimo motivo, relativo al diniego delle attenuanti generiche. 5. È, invece, manifestamente infondato il sesto motivo. La Corte di assise di appello ha spiegato che risulta accertato che [OSCURATO:PERSONA] ha preso parte all'associazione di tipo mafioso almeno sino al febbraio 2009, mentre per [OSCURATO:PERSONA] l'appartenenza risulta dimostrata solo fino al tentato omicidio di [OSCURATO:PERSONA], avvenuto nel novembre del 2001 Conseguentemente, non solo per i due imputati il termine di prescrizio