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CassazionedecretoSezione 5Decisione del 27 febbraio 2024

Cassazione n. 10342/2024

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ha pronunciato la seguente ORDINANZA sul ricorso iscritto al n.22566/2019 R.G. proposto da : [OSCURATO:PERSONA] E [OSCURATO:PERSONA], elettivamente domiciliata in [OSCURATO:PERSONA] 12, presso l'AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO (ADS80224030587) che larappresenta e difende -ricorrente- contro [OSCURATO:PERSONA], elettivamente domiciliatain ROMA

V. CRESCENZIO 69, presso lo studio dell’avvocato [OSCURATO:PERSONA] ([OSCURATO:CODICE_FISCALE]), rappresentat a e difes a dall'avvocato [OSCURATO:PERSONA] ([OSCURATO:CODICE_FISCALE]) -controricorrente- avverso SENTENZA di COMM.TRIB.REG. del LAZIO - ROMA n. 330/2019depositata il 29/01/2019 .

Udita la relazione svolta nella camera di consiglio del 27/02/2024 dal Consigliere [OSCURATO:PERSONA].

Rilevato che: [OSCURATO:PERSONA] era attinta dall’avviso di accertamento n.

M17100001907 per il recupero dell’imposta unica sui concorsi pronostici e sulle scommesse ai sensi dell’art. 3 del decreto legislativo 23 dicembre 1998, n. 504, con interessi e sanzioni, relativamente all’a.i. 2010, in esito al questionario somministrato al centro di trasmissione dati (CTD) mettente capo a [OSCURATO:PERSONA], in Roma, [OSCURATO:PERSONA], n. 859, che aveva fornito documentazione, sebbene, nonostante esplicita richiesta, non atta a distinguere l’accettazione delle giocate fino a ed oltre i sette eventi, ai fini della determinazione dell’aliquota.

La contribuente proponeva ricorso alla CTP di Roma, che, con sentenza n. 6208/2017, lo respingeva.

La contribuente proponeva appello alla CTR del Lazio, che, con la sentenza in epigrafe, lo accoglieva.

Propone ricorso per cassazione l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli con un unico motivo.

Resiste la contribuente con articolato controricorso.

Considerato che: Con l’unico motivo di ricorso si denuncia, ai sensi dell’art. 360, comma 1, n. 3, cod. proc. civ., violazione e falsa applicazione dell’art. 3 D.Lgs. n. 504 del 1998 e dell’art. 1, comma 66, lett. b), della legge 13 dicembre 2010, n. 220.

La sentenza impugnata – ad avviso della ricorrente – è stata emessa in violazione delle rubricate disposizioni di legge, oltreché della sentenza della Corte costituzionale n. 27 del 2018, laddove esclude la sussistenza del presupposto per l’applicazione dell’imposta in capo alla contribuente quale bookmaker.

Nel controricorso, la contribuente, concluso per l’infondatezza del superiore motivo, ripropone devolutivamente le questioni agitate nei gradi di merito, così articolandole:

1. Violazione e falsa applicazione dell’art. 7 st. contr. per non avere la CTR dichiarato l’illegittimità dell’avviso di accertamento per mancata traduzione dell’atto impositivo in lingua inglese.

2. Violazione dell’art. 3 D.Lgs. n. 504 del 1998, come interpretato dall’art. 1, comma 66, lett. b), l. n. 220 del 2010, in relazione al presupposto soggettivo dell’imposta in capo al CTD. 3 Violazione dell’art. 1, comma 2, lett. b), l. n. 288 del 1998, con riferimento al presupposto territoriale dell’imposta.

4. Violazione della libertà di prestazione dei servizi di cui all’art. 56 TFUE e dei principi eurounitari di parità di trattamento e non discriminazione, in ragione dell’omessa disapplicazione dell’art. 3 D.Lgs. n. 504 del 1998.

5. Violazione dell’art. 401 della direttiva 2006/112/CE per omessa disapplicazione della disciplina normativa di cui al D.Lgs. n. 504 del 1998 in ragione della sua contrarietà al divieto di mantenere od introdurre imposte sul volume d’affari diverse dall’IVA.

6. Violazione e falsa applicazione degli artt. 8 D.Lgs. n. 546 del 1992, 5, comma 1 e 6 l. n. 472 del 1997 e 10 st. contr., in relazione all’art. 360, comma 1, n. 3, cod. proc. civ.

Preliminarmente, ai fini della delimitazione del “thema decidendum” al cospetto del controricorso, deve rilevarsi che vige il principio a termini del quale “in tema di giudizio per cassazione, qualora la sentenza impugnata con ricorso principale abbia, sia pur implicitamente, risolto in senso sfavorevole alla parte vittoriosa una questione preliminare o pregiudiziale, il ricorso per cassazione dell'avversario impone a detta parte, che intenda sottoporre all'esame della Corte la medesima questione, di proporre ricorso incidentale, non potendo la stessa limitarsi a ripresentarla con il controricorso, atteso che la struttura del procedimento di legittimità, che non è soggetto alla disciplina dettata per l'appello dall'art. 346 c.p.c., pone a carico dell'intimato l'onere dell'impugnazione anche in caso di soccombenza teorica e non solo pratica” (cfr. da ult.

Cass. n. 33109 del 2021).

Ne consegue che la censura sub 1 del controricorso è inammissibile, in quanto la lingua di redazione dell’avviso costituisce questione preliminare rispetto al merito della debenza o meno dell’imposta unica e delle sanzioni per il tramite di esso pretese, ragion per cui la contribuente, soccombente sul punto, avrebbe dovuto presentare ricorso incidentale.

Tutte le altre questioni del controricorso riguardano il medesimo “thema” introdotto dall’unico motivo di ricorso, ancorché allargato altresì al profilo, nondimeno consequenziale, delle sanzioni.

Donde ben può procedersi a trattazione congiunta di ricorso e controricorso.

Il motivo di ricorso è parzialmente fondato, ai sensi e nei limiti di cui alla seguente motivazione.

Le questioni in essi agitate sono già state oggetto di ripetuta e articolata disamina da parte di questa Suprema Corte, a partire dalla fondamentale sentenza n. 8757 del 2021, pedissequamente seguita da numerose altre pronunce (cfr., tra le tante, Cass. n. 26203 del 2021, con ampio riferimento ai precedenti), le cui motivazioni sono qui da intendersi espressamente richiamate e condivise ai sensi dell’art. 118 disp. att. cod. proc. civ.

In via di premessa, v’è da rilevare che il quadro normativo di riferimento è già stato sottoposto all'esame della Corte costituzionale e della Corte di giustizia, che ne hanno compiutamente esaminato le relazioni rispettivamente con la Costituzione e con il diritto unionale prospettate negli odierni ricorso e controricorso.

La Corte costituzionale, con la sentenza n. 27 del 2018, rispetto all'ambito soggettivo dell'imposta, ha dato atto dell'incertezza correlata all’art. 3 D.Lgs. n. 504 del 1998 per il periodo antecedente alla disposizione interpretativa di cui all’art. 1, co. 66, lett. b), l. n. 220 del 2010, nel senso che era incerto se la pretesa impositiva potesse rivolgersi anche nei confronti dei soggetti che operavano al di fuori del sistema concessorio; ma, in generale, ha riconosciuto avere il legislatore, con la suddetta disposizione interpretativa, stabilito che l'imposta è dovuta anche nel caso di scommesse raccolte al di fuori del sistema concessorio ed ha esplicitato la configurabilità dell'obbligo, anche nel caso (come quello in esame) di ricevitorie operanti per conto di bookmakers privi di concessione, del versamento del tributo e delle eventuali relative sanzioni, svolgendo anche esse, unitamente ai bookmakers, un’attività gestoria, che costituisce il presupposto dell'imposizione.

A questo riguardo, la Corte costituzionale ha escluso che l'equiparazione, ai fini tributari, del "gestore per conto [di] terzi" (ossia del titolare di ricevitoria) al "gestore per conto proprio" (ossia al bookmaker) sia irragionevole.

L'attività consiste, infatti, nella raccolta delle scommesse, il volume delle quali determina anche la provvigione della ricevitoria e per conseguenza il suo stesso rischio imprenditoriale.

Ciò che viene in conto è che, secondo la Corte costituzionale, entrambi i soggetti partecipano, sia pure su piani diversi e secondo diverse modalità operative, allo svolgimento dell'attività di "organizzazione ed esercizio" delle scommesse, soggetta ad imposizione.

In particolare, il titolare della ricevitoria, benché non partecipi direttamente al rischio connaturato al contratto di scommessa, svolge comunque un'attività di gestione, perché assicura la disponibilità di locali idonei e la ricezione della proposta, occupandosi altresì della trasmissione al bookmaker della scommessa, dell'incasso e delle somme giocate, nonché, e decisivamente, del pagamento delle vincite secondo le procedure e le istruzioni fornite dal medesimo.

Della sussistenza di autonomi rapporti obbligatori - che ai fini tributari sono avvinti da nesso di solidarietà per conseguenza paritetica e non dipendente - non dubita la giurisprudenza civile di questa Corte (cfr. Cass. n. 15731 del 2015), la quale insegna che il rapporto tra bookmaker e ricevitore sfugge allo schema della solidarietà dipendente perché questo ricorre, invece, quando uno dei coobbligati, pur non avendo di per sé realizzato un fatto indice di capacità contributiva, si trova in una posizione collegata con lo stesso o con il contribuente, sulla base di un rapporto a cui il fisco resta estraneo (cfr. da ultimo Cass. n. 26489 del 2020).

In definitiva, nel rapporto tra bookmaker e ricevitore, la solidarietà è paritetica perché entrambi, come detto, partecipano all’attività di esercizio delle scommesse.

Né – riprendendo nuovamente la Corte costituzionale – viola il principio della capacità contributiva la scelta di assoggettare all'imposta i titolari delle ricevitorie operanti per conto di soggetti privi di concessione nei limiti in cui il rapporto tra il titolare della ricevitoria che agisce per conto di terzi ed il bookmaker sia disciplinato da un contratto che regoli anche le commissioni dovute al titolare della ricevitoria per il servizio prestato.

Ciò in quanto, attraverso la regolazione negoziale delle commissioni, il titolare della ricevitoria è in grado di trasferire il carico tributario sul bookmaker per conto del quale opera, assolvendo la possibile rivalsa funzione applicativa del principio di capacità contributiva.

In forza di tale articolato percorso, la Corte costituzionale ha bensì dichiarato l'illegittimità costituzionale dell’art. 3 D.Lgs. n. 504 del 1998 e dell’art. 1, comma 66, lett. b), l. n. 220 del 2010, ma nella sola parte in cui essi prevedono che, nelle annualità d'imposta precedenti al 2011, siano assoggettate all'imposta unica sui concorsi pronostici e sulle scommesse le ricevitorie, e solo queste, operanti per conto di soggetti privi di concessione, in quanto, relativamente a tali annualità, resta definitivamente preclusa la possibilità, per la già cristallizzata determinazione dell'entità delle commissioni tra ricevitorie e bookmakers, di procedere alla traslazione dell'imposta.

Per tali annualità, dunque, non rispondono le ricevitorie ma solamente i bookmakers, con o senza concessione, in base al combinato disposto dell’art. 3 D.Lgs. n. 504 del 1998 e dell’art. 1, comma 66, lett. a), l. n. 220 del 2010, usciti indenni dal vaglio di legittimità costituzionale.

La suddetta ragione di incostituzionalità non è stata invece ravvisata per i "rapporti successivi al 2011": quindi, non solo per i rapporti negoziali perfezionatisi dopo l'entrata in vigore della novella del 2010, ma anche per i rapporti che, seppur sorti antecedentemente, si sono protratti oltre l'entrata in vigore della medesima.

In entrambi i casi, invero, la novella costituisce parametro normativo di riferimento per definire negozialmente l'assetto di interessi delle parti: sia in caso di rapporti sorti successivamente che in caso di rapporti già sorti e destinati a protrarsi, potendo comunque le parti, in relazione a questi secondi, alla luce (e tenendo conto proprio) della scelta normativa di esplicitare l’assoggettamento a tributo anche dei titolari delle ricevitorie operanti per conto di soggetti privi di concessione, rimodulare la regolazione negoziale delle commissioni al fine di trasferire il carico tributario sul bookmaker per conto del quale la singola ricevitoria opera.

La solidarietà dell'obbligazione e la correlata possibilità di traslazione dell'imposta sono, infatti, destinate ad influire sulla stessa portata della regolazione negoziale delle commissioni tra le parti, che, anche quando i rapporti economici siano rimasti invariati nel tempo, ossia non siano stati oggetto di modifiche o di nuovi accordi in conseguenza della l. n. 220 del 2010, assume, necessariamente, un valore di conformità ed adeguatezza rispetto alla nuova configurazione legale del rapporto.

In buona sostanza, ai fini della costituzionalità del combinato disposto dell’art. 3 D.Lgs. n. 504 del 1998 e dell’art. 1, comma 66, l. n. 220 del 2010, in riferimento così ai rapporti sorti dopo l’entrata in vigore di quest’ultimo come a quelli sorti prima ma destinati a protrarsi oltre, è sufficiente la possibilità in sé della negoziazione della traslazione dell’imposta, irrilevante essendo il concreto esito di detta negoziazione, segnatamente nel segno dell’effettiva traslazione.

In ragione di quanto innanzi, il bookmaker, già prima della disposizione di interpretazione autentica, era soggetto obbligato al versamento dell’imposta; la circostanza che, per le annualità “ante” 2011, sia l’unico obbligato costituisce una mera conseguenza dell’inconfigurabilità, per effetto della citata sentenza della Corte costituzionale, dell’obbligazione del CTD in relazione a tali annualità: ciò fermo restando, invece, che anche il CTD, oltre al bookmaker, è obbligato per le annualità successive.

Va rilevato, inoltre, ai fini della territorialità dell'imposizione, negata dalla contribuente, che non rileva la conclusione del contratto di scommessa, poiché il fatto imponibile non è tale evento, bensì la pura e semplice prestazione di servizi consistenti nell'organizzazione del gioco e nella raccolta delle scommesse, ossia, in breve, nella “gestione” di queste.

Trattasi di attività che coinvolgono in via immediata e diretta, non solo il bookmaker, ma altresì il ricevitore in Italia, consistendo, in relazione a ciascun scommettitore, nella predisposizione di un apparato idoneo ad assicurare la valida registrazione della scommessa e di poi l’eventuale pagamento della vincita.

In effetti, non è un caso che la scommessa sia documentata unicamente dalla ricevuta fisicamente rilasciata all’utente dalla ricevitoria (così Cass. n. 15731 del 2015, cit.), ricevuta che sola costituisce il titolo legittimante alla riscossione dell’eventuale vincita (così Cass. n. 8757 del 2021, cit.).

Tali attività, dunque, sono svolte tutte in Italia, per il tramite dell’indispensabile intervento materiale della ricevitoria: per l’effetto, sono suscettive di fondare l’esercizio della potestà impositiva dello Stato italiano.

Quanto alle prospettate, medesimamente dalla contribuente, frizioni con il diritto unionale, premesso che le imposte sui giochi d'azzardo non hanno natura armonizzata, sicché rileva l'art. 56 del TFUE, la Corte di giustizia, nella sentenza 26 febbraio 2020, in causa C-788/18, [OSCURATO:PERSONA] di [OSCURATO:PERSONA] C. e [OSCURATO:PERSONA], ha preso diretta e specifica cognizione proprio delle medesime questioni oggetto del presente giudizio ed ha escluso qualsivoglia discriminazione tra bookmakers nazionali e bookmakers esteri, perché l'imposta unica si applica a tutti gli operatori che “gestiscono” scommesse raccolte sul territorio italiano, senza distinzione alcuna in funzione del luogo in cui essi sono stabiliti (punto 21), di modo che la normativa italiana "non appare atta a vietare, ostacolare o rendere meno attraenti le attività di una società, quale la [OSCURATO:PERSONA], nello Stato membro interessato".

In particolare, a “gestire” le scommesse è non solo il bookmaker, pur privo di concessione, ma anche la ricevitoria.

Scrive con chiarezza la Corte di giustizia che, “per quanto riguarda la Stanleyparma [ricevitoria e CTD nel giudizio ‘a quo’], essa esercita, in qualità di intermediario della [OSCURATO:PERSONA] e in cambio di una remunerazione, un'attività di offerta e di raccolta di scommesse” (punto 25) e pertanto “esercita”, “allo stesso titolo degli operatori di scommesse nazionali, un'attività di gestione di scommesse, la quale costituisce una condizione necessaria ai fini dell'assoggettamento all'imposta unica.

Per tale ragione, in forza dell'articolo 1, comma 66, lettera b), della legge di stabilità 2011, la Stanleyparma è soggetta, in solido con la [OSCURATO:PERSONA], al pagamento di tale imposta” (punto 26).

Fermo quanto precede, deve aggiungersi che, nel settore dei giochi d'azzardo con poste in danaro, secondo costante giurisprudenza unionale, gli obiettivi di tutela dei consumatori, di prevenzione dell'incitamento a una spesa eccessiva collegata al gioco, nonché di prevenzione di turbative dell'ordine sociale costituiscono motivi imperativi d'interesse generale atti a giustificare restrizioni alla libera prestazione di servizi: per conseguenza, in assenza di un'armonizzazione unionale della normativa sui giochi d'azzardo, ogni Stato membro ha il potere di valutare, alla luce della propria scala di valori, le esigenze che la tutela degli interessi in questione implica, a condizione che le restrizioni non minino i requisiti di proporzionalità (cfr., per tutte, Corte giust. 24 ottobre 2013, causa C-440/12, [OSCURATO:PERSONA], punto 47).

Il legislatore nazionale ha proceduto a tale valutazione, dichiarando, nell’art. 1, comma 64, l. n. 220 del 2010, i propri obiettivi, tra i quali si colloca "l'azione per la tutela dei consumatori, in particolare dei minori di età, dell'ordine pubblico, della lotta contro il gioco minorile e le infiltrazioni della criminalità organizzata nel settore del gioco”, in uno al recupero di “base imponibile e gettito a fronte di fenomeni di elusione e di evasione fiscale nel medesimo settore".

La prevalenza dell'ordine di valori di ciascuno Stato membro comporta – come rilevato da Corte giust., 26 febbraio 2020, punto 23 –che gli Stati membri non hanno l'obbligo di adeguare il proprio sistema fiscale ai vari sistemi di tassazione degli altri Stati membri, al fine di eliminare la doppia imposizione che risulta dal parallelo esercizio della rispettiva competenza fiscale.

In ragione di ciò, come detto, la Corte di giustizia ha escluso qualsivoglia discriminazione tra bookmakers nazionali e bookmakers esteri: anzi – come sottolineato dalla Corte costituzionale nella più volte evocata sentenza n. 27 del 2018 – ad opinare diversamente si giungerebbe ad un’inammissibile discriminazione “a contrario”; la scelta legislativa, invero, "risponde ad un'esigenza di effettività del principio di lealtà fiscale nel settore del gioco, allo scopo di evitare l'irragionevole esenzione per gli operatori posti al di fuori del sistema concessorio, i quali finirebbero per essere favoriti per il solo fatto di non aver ottenuto la necessaria concessione".

Invero, Corte giust., 26 febbraio 2020, ai punti 17, 26 e 28, in un coerente sviluppo logico, esclude alcun effetto discriminatorio della normativa italiana.

Al punto 17, in relazione al bookmaker, stabilisce in via generale che la libera prestazione di servizi non tollera restrizioni idonee a vietare, ostacolare o rendere meno attraenti le attività del prestatore stabilito in un altro Stato membro; ma, al punto 24, specifica, in concreto, che, "la normativa nazionale di cui trattasi nel procedimento principale non prevede un regime fiscale diverso a seconda che la prestazione di servizi sia effettuata in Italia o in altri Stati membri"; sicché, conclude, "rispetto a un operatore nazionale che svolge le proprie attività alle stesse condizioni di tale società, la [OSCURATO:PERSONA] [nel giudizio ‘a quo’ parte in causa] non subisce alcuna restrizione discriminatoria a causa dell'applicazione nei suoi confronti di una normativa nazionale, come quella di cui trattasi nel procedimento principale".

Quanto poi al CTD, il punto 26 ribadisce che il bookmaker estero esercita un'attività di gestione di scommesse "allo stesso titolo degli operatori di scommesse nazionali" ed è per questo che il CTD che opera quale suo intermediario risponde dell'imposta, a norma dell’art. 1, comma 66, lett. b), l. n. 220 del 2010; ma ciò non toglie - punto 28 - che la situazione del CTD che trasmette i dati di gioco per conto degli operatori di scommesse nazionali è diversa da quella del CTD che li trasmette per conto di un operatore che ha sede in altro Stato membro.

La diversità della situazione è “in re ipsa”, per il fatto stesso che si tratta di soggetto che raccoglie scommesse per conto di un bookmaker estero: nel settore dei giochi d'azzardo, difatti, il ricorso al sistema delle concessioni costituisce "... un meccanismo efficace che consente di controllare gli operatori attivi in questo settore, allo scopo di prevenire l'esercizio di queste attività per fini criminali o fraudolenti"; e ciò in conformità agli obiettivi, di cui innanzi, esplicitamente perseguiti dal legislatore italiano, come puntualmente rimarcato dalla Corte di giustizia (Corte giust. 19 dicembre 2018, causa C-375/17, [OSCURATO:PERSONA] e [OSCURATO:PERSONA], punto 66, richiamata da Corte giust., 26 febbraio 2020, punto 18).

Di qui l'esclusione, anche con riguardo alla posizione del CTD, di qualsiasi restrizione discriminatoria.

Rispetto al quadro sin qui delineato, valga esplicitare che non sussiste alcuna violazione del principio dell'affidamento in riferimento ad una paventata portata innovativa della disposizione interpretativa del 2010.

In riferimento alla posizione delle sole ricevitorie, la Corte costituzionale, con la sentenza citata, si è già espressa nel senso dell’incostituzionalità, relativamente, però, come ricordato, alle sole annualità antecedenti alla sua entrata in vigore.

Quanto invece alla distinta posizione del bookmaker, la medesima Corte non ha minimamente posto in discussione il fatto che questi, pur privo di concessione ma presente in Italia per il tramite della propria rete di ricevitorie, dovesse essere considerato soggetto passivo dell'imposta unica già prima della entrata in vigore della disposizione interpretativa.

Essa ha infatti affermato che, anche alla luce della disciplina previgente, soggetto passivo dell'imposta era chi svolgeva l'attività di gestione delle scommesse, irrilevante essendo che lo stesso fosse privo di concessione: sicché, sia per le annualità “post” che per le annualità “ante” 2011, sussiste sempre la responsabilità tributaria del bookmaker che, mediante un proprio intermediario, svolge in Italia attività di gestione delle scommesse in assenza di titolo amministrativo.

Tutto ciò esclude un legittimo affidamento, che, rispetto al bookmaker, nell’impianto della sentenza della Corte costituzionale, non si configura in radice.

Per completezza, vale la pena di aggiungere che, alla luce dei ricordati insegnamenti sia della Corte costituzionale che della Corte di giustizia, è da escludersi che l’art. 1, comma 66, lett. b), l. n. 220 del 2010 abbia natura anche solo “lato sensu” sanzionatoria: la Corte costituzionale ne ha sancito (in riferimento, segnatamente, alla posizione del bookmaker) la natura interpretativa e la Corte di giustizia ne ha confermato la legittimità unionale.

Oggetto dell’esercizio da parte dello Stato è la pretesa impositiva, non già quella sanzionatoria.

Sotto altro ma collegato profilo, neppure rileva la riconosciuta, in specie dalle Sezioni Penali di questa medesima Suprema Corte, “peculiare posizione” (su cui insiste il controricorso) della contribuente e delle ricevitorie legate al gruppo Stanleybet in funzione della discriminazione subita nell’accesso al sistema concessorio.

Invero, il riconoscimento della natura non illecita dell'attività svolta dalla contribuente non implica affatto la sottrazione della stessa dall'ambito della disciplina dell'imposta unica; anzi, tutt’al contrario, postula proprio la realizzazione del presupposto d’imposta, secondo la specifica declinazione contenuta nell’art. 1, comma 66, l. n. 220 del 2010, che, come visto, ha disposto che "ai soli fini tributari: a) il D.Lgs. 23 dicembre 1998, n. 504, art. 1, si interpreta nel senso che l'imposta unica sui concorsi pronostici e sulle scommesse è comunque dovuta ancorché la raccolta del gioco, compresa quella a distanza, avvenga in assenza ovvero in caso di inefficacia della concessione rilasciata dal Ministero dell'economia e delle finanze Amministrazione autonoma dei monopoli di Stato; b) il D.Lgs. 23 dicembre 1998, n. 504, art. 3, si interpreta nel senso che soggetto passivo d'imposta è chiunque, ancorché in assenza o in caso di inefficacia della concessione rilasciata dal Ministero dell'economia e delle finanze- Amministrazione autonoma dei monopoli di Stato, gestisce con qualunque mezzo, anche telematico, per conto proprio o di terzi, anche ubicati all'estero, concorsi pronostici o scommesse di qualsiasi genere.

Se l'attività è esercitata per conto di terzi, il soggetto per conto del quale l'attività è esercitata è obbligato solidalmente al pagamento dell'imposta e delle relative sanzioni".

L'applicabilità in sé e per sé delle suddette previsioni esclude poi che possa porsi una questione di violazione dei principio di non discriminazione o di libertà di stabilimento basata, segnatamente, sulla considerazione della natura lecita dell'attività svolta.

A parte il rilievo che la contribuente non individua alcun pregiudizio concretamente subito, quel che rileva è il fatto in sé che essa, per il tramite della ricevitoria, ha realizzato in Italia l'attività di gestione delle scommesse, sicché, per il proprio ambito, ha pienamente integrato il presupposto d'imposta: sotto tale profilo, va fatto richiamo alla sentenza della Corte di giustizia, che ha escluso ogni violazione dei suddetti principi unionali (punti 28, 29 e 30, che testualmente recitano: “[A] differenza dei CTD che trasmettono i dati di gioco per conto degli operatori di scommesse nazionali, la Stanleyparma raccoglie scommesse per conto della [OSCURATO:PERSONA], che ha sede in un altro Stato membro.

Essa non si trova quindi, alla luce degli obiettivi della legge di stabilità 2011, in una situazione analoga a quella degli operatori nazionali.

Di conseguenza, la normativa nazionale di cui trattasi nel procedimento principale non comporta alcuna restrizione discriminatoria nei confronti della [OSCURATO:PERSONA] e della Stanleyparma e non pregiudica, per quanto le riguarda, la libera prestazione dei servizi.

Alla luce dell'insieme delle considerazioni che precedono, occorre rispondere alla prima e alla seconda questione dichiarando che l'articolo 56 TFUE deve essere interpretato nel senso che esso non osta ad una normativa di uno Stato membro che assoggetti ad imposta sulle scommesse i CTD stabiliti in tale Stato membro e, in solido e in via eventuale, gli operatori di scommesse, loro mandanti, stabiliti in un altro Stato membro, indipendentemente dall'ubicazione della sede di tali operatori e dall'assenza di concessione per l'organizzazione delle scommesse”).

Le superiori considerazioni votano alla manifesta infondatezza le richieste di disapplicazione del diritto interno e in subordine di rinvio pregiudiziale alla Corte di giustizia, previa sospensione del giudizio, per contrarietà con gli artt. 49 e 56 TFUE, siccome “funditus” avanzate dalla contribuente sub 4: tutte le relative questioni – in disparte che viepiù presuppongono una non condivisibile critica alla sentenza n. 27 del 2018 della Corte costituzionale, che non si sarebbe “occupata del ‘caso Stanley’”, non avendo approfondito il concetto di gestione con riguardo a soggetti che lecitamente raccolgono scommesse sul territorio nazionale, né trattato dell’imposizione fiscale a carico di CTD collegati a operatori esteri, con i pretesamente connessi nuovi aspetti fiscali, rispetto alle ricevitorie collegate ai concessionari statali – trovano precisa ed esauriente risposta in entrambe le sentenze della Corte costituzionale e della Corte di giustizia cui ampiamente nel corso della presente trattazione si è fatto richiamo.

Talché, dinanzi ad una disciplina ormai coerentemente assestatasi in tutti i suoi risvolti applicativi, neppure ricorrono i presupposti per la sollecitazione di un nuovo intervento della Corte costituzionale.

Le superiori considerazioni votano alla manifesta infondatezza altresì la tesi della contribuente imperniata sull’assunto dell’assimilabilità dell’imposta unica ad un’imposta sulla cifra d’affari.

Invero detto assunto è erroneo, atteso che, come già rammentato da questa Suprema Corte (Cass. n. 27260 del 2023, cit.) “il tributo che qui rileva è differente da una imposta sulla cifra di affari per plurime ragioni: riguarda unicamente operazioni relative all’esercizio delle scommesse, irrilevanti a fini IVA; non tiene conto del valore aggiunto di ciascuna, difettando nel sistema il meccanismo della detrazione I.V.A. e applicandosi il tributo all’importo scommesso; è calcolato senza alcun riconoscimento di deduzione degli acquisti di beni e servizi inerenti effettuati nel periodo in cui sono poste in essere le operazioni di scommessa.

Effetto del tutto risolutivo e dirimente peraltro ha, sul punto, il chiaro ‘dictum’ del Giudice unionale (CGUE, sent. n. 24 ottobre 2013 in causa n.

C- 440/2012, [OSCURATO:PERSONA](haftungsbeschrankt) secondo il quale ‘in forza dell’art. 401 della direttiva IVA «le disposizioni di (tale) direttiva non vietano ad uno Stato membro di mantenere o introdurre imposte (…) sui giochi e sulle scommesse, (…) e qualsiasi imposta, diritto o tassa che non abbia il carattere di imposta sul volume d’affari (…)».

La formulazione di tale articolo non osta, pertanto, a che gli Stati membri assoggettino un’operazione all’IVA, nonché, in modo cumulativo, a un tributo speciale non avente il carattere d’imposta sul volume d’affari (v., in tal senso, la sentenza dell’8 luglio 1986, K., 73/85, Racc. pag. 2219, punto 22)’.

Secondo siffatta pronuncia, quindi, l’art. 401 della direttiva 2006/112/CE del Consiglio, del 28 novembre 2006, relativa al sistema comune d’imposta sul valore aggiunto, in combinato disposto con l’art. 135, paragrafo 1, lett. i) della stessa, deve essere interpretato nel senso che l’imposta sul valore aggiunto e un tributo speciale nazionale sui giochi d’azzardo possono essere riscossi in modo cumulativo, a condizione che siffatto ultimo tributo non abbia il carattere di un’imposta sul volume d’affari; inoltre, sempre secondo tale sentenza, l’art. 1, paragrafo 2, prima frase, e l’art. 73 della direttiva 2006/112 devono essere interpretati nel senso che non ostano a una disposizione o a una prassi nazionale secondo cui, per la gestione di apparecchi per giochi d’azzardo con possibilità di vincita, l’importo dei proventi di cassa di tali apparecchi dopo che è trascorso un determinato periodo di tempo viene considerato come base imponibile (le suesposte considerazioni consentono, altresì, di disattendere, all’evidenza, la richiesta di rinvio pregiudiziale pure avanzata, in proposito, dalla ricorrente)”.

Ne consegue che, essendo del tutto decentrata la premessa dell’assimilabilità dell’imposta unica ad un’imposta sulla cifra d’affari, anche le richieste di disapplicazione del diritto interno e in subordine di rinvio pregiudiziale alla Corte di giustizia per contrarietà con l’art. 401 della direttiva 2006/112/CE (p. 73 ric.) non trovano minimamente ragion d’essere e, pertanto, non possono essere accolte.

Tutto quanto detto sin qui rende conto della fondatezza del ricorso agenziale, limitatamente, tuttavia, come preannunciato in esordio, alla debenza dell’imposta, escluse invece le sanzioni, riguardo alle quali colgono invece nel segno le osservazioni compiute dalla contribuente sub 6 del controricorso.

Più precisamente, l’esimente dell’obiettiva condizione di incertezza invocata dalla contribuente, se è irrilevante per l’imposta, attesa, come ripetutamente detto, la soggezione del bookmaker all’imposta anche prima dell’art. 1, comma 66, lett. b), l. n. 220 del 2010, siccome sancita dalla sentenza della Corte costituzionale, lo è al contrario per le sanzioni, avendo proprio detta sentenza dato atto della situazione di incertezza normativa sciolta giust’appunto dall’intervento interpretativo del legislatore.

Talché illegittimamente alla contribuente sono state irrogate le sanzioni (alla stregua di quanto riferito sia nella sentenza impugnata che nel ricorso).

In ultima analisi, la sentenza impugnata va cassata solo con riferimento all’imposta.

Non essendo necessari ulteriori accertamenti di fatto, questa S.C. è abilitata a decidere la causa nel merito, accogliendo l’originario ricorso della contribuente limitatamente all’annullamento delle sanzioni.

L’esito del giudizio di legittimità, gli alterni esiti di quelli di merito e l’assestamento solo recen

Anonimizzato ex art. 52 D.Lgs. 196/2003
ha pronunciato la seguente ORDINANZA sul ricorso iscritto al n.22566/2019 R.G. proposto da : [OSCURATO:PERSONA] E [OSCURATO:PERSONA], elettivamente domiciliata in [OSCURATO:PERSONA] 12, presso l'AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO (ADS80224030587) che larappresenta e difende -ricorrente- contro [OSCURATO:PERSONA], elettivamente domiciliatain ROMA V. CRESCENZIO 69, presso lo studio dell’avvocato [OSCURATO:PERSONA] ([OSCURATO:CODICE_FISCALE]), rappresentat a e difes a dall'avvocato [OSCURATO:PERSONA] ([OSCURATO:CODICE_FISCALE]) -controricorrente- avverso SENTENZA di COMM.TRIB.REG. del LAZIO - ROMA n. 330/2019depositata il 29/01/2019 . Udita la relazione svolta nella camera di consiglio del 27/02/2024 dal Consigliere [OSCURATO:PERSONA]. Rilevato che: [OSCURATO:PERSONA] era attinta dall’avviso di accertamento n. M17100001907 per il recupero dell’imposta unica sui concorsi pronostici e sulle scommesse ai sensi dell’art. 3 del decreto legislativo 23 dicembre 1998, n. 504, con interessi e sanzioni, relativamente all’a.i. 2010, in esito al questionario somministrato al centro di trasmissione dati (CTD) mettente capo a [OSCURATO:PERSONA], in Roma, [OSCURATO:PERSONA], n. 859, che aveva fornito documentazione, sebbene, nonostante esplicita richiesta, non atta a distinguere l’accettazione delle giocate fino a ed oltre i sette eventi, ai fini della determinazione dell’aliquota. La contribuente proponeva ricorso alla CTP di Roma, che, con sentenza n. 6208/2017, lo respingeva. La contribuente proponeva appello alla CTR del Lazio, che, con la sentenza in epigrafe, lo accoglieva. Propone ricorso per cassazione l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli con un unico motivo. Resiste la contribuente con articolato controricorso. Considerato che: Con l’unico motivo di ricorso si denuncia, ai sensi dell’art. 360, comma 1, n. 3, cod. proc. civ., violazione e falsa applicazione dell’art. 3 D.Lgs. n. 504 del 1998 e dell’art. 1, comma 66, lett. b), della legge 13 dicembre 2010, n. 220. La sentenza impugnata – ad avviso della ricorrente – è stata emessa in violazione delle rubricate disposizioni di legge, oltreché della sentenza della Corte costituzionale n. 27 del 2018, laddove esclude la sussistenza del presupposto per l’applicazione dell’imposta in capo alla contribuente quale bookmaker. Nel controricorso, la contribuente, concluso per l’infondatezza del superiore motivo, ripropone devolutivamente le questioni agitate nei gradi di merito, così articolandole: 1. Violazione e falsa applicazione dell’art. 7 st. contr. per non avere la CTR dichiarato l’illegittimità dell’avviso di accertamento per mancata traduzione dell’atto impositivo in lingua inglese. 2. Violazione dell’art. 3 D.Lgs. n. 504 del 1998, come interpretato dall’art. 1, comma 66, lett. b), l. n. 220 del 2010, in relazione al presupposto soggettivo dell’imposta in capo al CTD. 3 Violazione dell’art. 1, comma 2, lett. b), l. n. 288 del 1998, con riferimento al presupposto territoriale dell’imposta. 4. Violazione della libertà di prestazione dei servizi di cui all’art. 56 TFUE e dei principi eurounitari di parità di trattamento e non discriminazione, in ragione dell’omessa disapplicazione dell’art. 3 D.Lgs. n. 504 del 1998. 5. Violazione dell’art. 401 della direttiva 2006/112/CE per omessa disapplicazione della disciplina normativa di cui al D.Lgs. n. 504 del 1998 in ragione della sua contrarietà al divieto di mantenere od introdurre imposte sul volume d’affari diverse dall’IVA. 6. Violazione e falsa applicazione degli artt. 8 D.Lgs. n. 546 del 1992, 5, comma 1 e 6 l. n. 472 del 1997 e 10 st. contr., in relazione all’art. 360, comma 1, n. 3, cod. proc. civ. Preliminarmente, ai fini della delimitazione del “thema decidendum” al cospetto del controricorso, deve rilevarsi che vige il principio a termini del quale “in tema di giudizio per cassazione, qualora la sentenza impugnata con ricorso principale abbia, sia pur implicitamente, risolto in senso sfavorevole alla parte vittoriosa una questione preliminare o pregiudiziale, il ricorso per cassazione dell'avversario impone a detta parte, che intenda sottoporre all'esame della Corte la medesima questione, di proporre ricorso incidentale, non potendo la stessa limitarsi a ripresentarla con il controricorso, atteso che la struttura del procedimento di legittimità, che non è soggetto alla disciplina dettata per l'appello dall'art. 346 c.p.c., pone a carico dell'intimato l'onere dell'impugnazione anche in caso di soccombenza teorica e non solo pratica” (cfr. da ult. Cass. n. 33109 del 2021). Ne consegue che la censura sub 1 del controricorso è inammissibile, in quanto la lingua di redazione dell’avviso costituisce questione preliminare rispetto al merito della debenza o meno dell’imposta unica e delle sanzioni per il tramite di esso pretese, ragion per cui la contribuente, soccombente sul punto, avrebbe dovuto presentare ricorso incidentale. Tutte le altre questioni del controricorso riguardano il medesimo “thema” introdotto dall’unico motivo di ricorso, ancorché allargato altresì al profilo, nondimeno consequenziale, delle sanzioni. Donde ben può procedersi a trattazione congiunta di ricorso e controricorso. Il motivo di ricorso è parzialmente fondato, ai sensi e nei limiti di cui alla seguente motivazione. Le questioni in essi agitate sono già state oggetto di ripetuta e articolata disamina da parte di questa Suprema Corte, a partire dalla fondamentale sentenza n. 8757 del 2021, pedissequamente seguita da numerose altre pronunce (cfr., tra le tante, Cass. n. 26203 del 2021, con ampio riferimento ai precedenti), le cui motivazioni sono qui da intendersi espressamente richiamate e condivise ai sensi dell’art. 118 disp. att. cod. proc. civ. In via di premessa, v’è da rilevare che il quadro normativo di riferimento è già stato sottoposto all'esame della Corte costituzionale e della Corte di giustizia, che ne hanno compiutamente esaminato le relazioni rispettivamente con la Costituzione e con il diritto unionale prospettate negli odierni ricorso e controricorso. La Corte costituzionale, con la sentenza n. 27 del 2018, rispetto all'ambito soggettivo dell'imposta, ha dato atto dell'incertezza correlata all’art. 3 D.Lgs. n. 504 del 1998 per il periodo antecedente alla disposizione interpretativa di cui all’art. 1, co. 66, lett. b), l. n. 220 del 2010, nel senso che era incerto se la pretesa impositiva potesse rivolgersi anche nei confronti dei soggetti che operavano al di fuori del sistema concessorio; ma, in generale, ha riconosciuto avere il legislatore, con la suddetta disposizione interpretativa, stabilito che l'imposta è dovuta anche nel caso di scommesse raccolte al di fuori del sistema concessorio ed ha esplicitato la configurabilità dell'obbligo, anche nel caso (come quello in esame) di ricevitorie operanti per conto di bookmakers privi di concessione, del versamento del tributo e delle eventuali relative sanzioni, svolgendo anche esse, unitamente ai bookmakers, un’attività gestoria, che costituisce il presupposto dell'imposizione. A questo riguardo, la Corte costituzionale ha escluso che l'equiparazione, ai fini tributari, del "gestore per conto [di] terzi" (ossia del titolare di ricevitoria) al "gestore per conto proprio" (ossia al bookmaker) sia irragionevole. L'attività consiste, infatti, nella raccolta delle scommesse, il volume delle quali determina anche la provvigione della ricevitoria e per conseguenza il suo stesso rischio imprenditoriale. Ciò che viene in conto è che, secondo la Corte costituzionale, entrambi i soggetti partecipano, sia pure su piani diversi e secondo diverse modalità operative, allo svolgimento dell'attività di "organizzazione ed esercizio" delle scommesse, soggetta ad imposizione. In particolare, il titolare della ricevitoria, benché non partecipi direttamente al rischio connaturato al contratto di scommessa, svolge comunque un'attività di gestione, perché assicura la disponibilità di locali idonei e la ricezione della proposta, occupandosi altresì della trasmissione al bookmaker della scommessa, dell'incasso e delle somme giocate, nonché, e decisivamente, del pagamento delle vincite secondo le procedure e le istruzioni fornite dal medesimo. Della sussistenza di autonomi rapporti obbligatori - che ai fini tributari sono avvinti da nesso di solidarietà per conseguenza paritetica e non dipendente - non dubita la giurisprudenza civile di questa Corte (cfr. Cass. n. 15731 del 2015), la quale insegna che il rapporto tra bookmaker e ricevitore sfugge allo schema della solidarietà dipendente perché questo ricorre, invece, quando uno dei coobbligati, pur non avendo di per sé realizzato un fatto indice di capacità contributiva, si trova in una posizione collegata con lo stesso o con il contribuente, sulla base di un rapporto a cui il fisco resta estraneo (cfr. da ultimo Cass. n. 26489 del 2020). In definitiva, nel rapporto tra bookmaker e ricevitore, la solidarietà è paritetica perché entrambi, come detto, partecipano all’attività di esercizio delle scommesse. Né – riprendendo nuovamente la Corte costituzionale – viola il principio della capacità contributiva la scelta di assoggettare all'imposta i titolari delle ricevitorie operanti per conto di soggetti privi di concessione nei limiti in cui il rapporto tra il titolare della ricevitoria che agisce per conto di terzi ed il bookmaker sia disciplinato da un contratto che regoli anche le commissioni dovute al titolare della ricevitoria per il servizio prestato. Ciò in quanto, attraverso la regolazione negoziale delle commissioni, il titolare della ricevitoria è in grado di trasferire il carico tributario sul bookmaker per conto del quale opera, assolvendo la possibile rivalsa funzione applicativa del principio di capacità contributiva. In forza di tale articolato percorso, la Corte costituzionale ha bensì dichiarato l'illegittimità costituzionale dell’art. 3 D.Lgs. n. 504 del 1998 e dell’art. 1, comma 66, lett. b), l. n. 220 del 2010, ma nella sola parte in cui essi prevedono che, nelle annualità d'imposta precedenti al 2011, siano assoggettate all'imposta unica sui concorsi pronostici e sulle scommesse le ricevitorie, e solo queste, operanti per conto di soggetti privi di concessione, in quanto, relativamente a tali annualità, resta definitivamente preclusa la possibilità, per la già cristallizzata determinazione dell'entità delle commissioni tra ricevitorie e bookmakers, di procedere alla traslazione dell'imposta. Per tali annualità, dunque, non rispondono le ricevitorie ma solamente i bookmakers, con o senza concessione, in base al combinato disposto dell’art. 3 D.Lgs. n. 504 del 1998 e dell’art. 1, comma 66, lett. a), l. n. 220 del 2010, usciti indenni dal vaglio di legittimità costituzionale. La suddetta ragione di incostituzionalità non è stata invece ravvisata per i "rapporti successivi al 2011": quindi, non solo per i rapporti negoziali perfezionatisi dopo l'entrata in vigore della novella del 2010, ma anche per i rapporti che, seppur sorti antecedentemente, si sono protratti oltre l'entrata in vigore della medesima. In entrambi i casi, invero, la novella costituisce parametro normativo di riferimento per definire negozialmente l'assetto di interessi delle parti: sia in caso di rapporti sorti successivamente che in caso di rapporti già sorti e destinati a protrarsi, potendo comunque le parti, in relazione a questi secondi, alla luce (e tenendo conto proprio) della scelta normativa di esplicitare l’assoggettamento a tributo anche dei titolari delle ricevitorie operanti per conto di soggetti privi di concessione, rimodulare la regolazione negoziale delle commissioni al fine di trasferire il carico tributario sul bookmaker per conto del quale la singola ricevitoria opera. La solidarietà dell'obbligazione e la correlata possibilità di traslazione dell'imposta sono, infatti, destinate ad influire sulla stessa portata della regolazione negoziale delle commissioni tra le parti, che, anche quando i rapporti economici siano rimasti invariati nel tempo, ossia non siano stati oggetto di modifiche o di nuovi accordi in conseguenza della l. n. 220 del 2010, assume, necessariamente, un valore di conformità ed adeguatezza rispetto alla nuova configurazione legale del rapporto. In buona sostanza, ai fini della costituzionalità del combinato disposto dell’art. 3 D.Lgs. n. 504 del 1998 e dell’art. 1, comma 66, l. n. 220 del 2010, in riferimento così ai rapporti sorti dopo l’entrata in vigore di quest’ultimo come a quelli sorti prima ma destinati a protrarsi oltre, è sufficiente la possibilità in sé della negoziazione della traslazione dell’imposta, irrilevante essendo il concreto esito di detta negoziazione, segnatamente nel segno dell’effettiva traslazione. In ragione di quanto innanzi, il bookmaker, già prima della disposizione di interpretazione autentica, era soggetto obbligato al versamento dell’imposta; la circostanza che, per le annualità “ante” 2011, sia l’unico obbligato costituisce una mera conseguenza dell’inconfigurabilità, per effetto della citata sentenza della Corte costituzionale, dell’obbligazione del CTD in relazione a tali annualità: ciò fermo restando, invece, che anche il CTD, oltre al bookmaker, è obbligato per le annualità successive. Va rilevato, inoltre, ai fini della territorialità dell'imposizione, negata dalla contribuente, che non rileva la conclusione del contratto di scommessa, poiché il fatto imponibile non è tale evento, bensì la pura e semplice prestazione di servizi consistenti nell'organizzazione del gioco e nella raccolta delle scommesse, ossia, in breve, nella “gestione” di queste. Trattasi di attività che coinvolgono in via immediata e diretta, non solo il bookmaker, ma altresì il ricevitore in Italia, consistendo, in relazione a ciascun scommettitore, nella predisposizione di un apparato idoneo ad assicurare la valida registrazione della scommessa e di poi l’eventuale pagamento della vincita. In effetti, non è un caso che la scommessa sia documentata unicamente dalla ricevuta fisicamente rilasciata all’utente dalla ricevitoria (così Cass. n. 15731 del 2015, cit.), ricevuta che sola costituisce il titolo legittimante alla riscossione dell’eventuale vincita (così Cass. n. 8757 del 2021, cit.). Tali attività, dunque, sono svolte tutte in Italia, per il tramite dell’indispensabile intervento materiale della ricevitoria: per l’effetto, sono suscettive di fondare l’esercizio della potestà impositiva dello Stato italiano. Quanto alle prospettate, medesimamente dalla contribuente, frizioni con il diritto unionale, premesso che le imposte sui giochi d'azzardo non hanno natura armonizzata, sicché rileva l'art. 56 del TFUE, la Corte di giustizia, nella sentenza 26 febbraio 2020, in causa C-788/18, [OSCURATO:PERSONA] di [OSCURATO:PERSONA] C. e [OSCURATO:PERSONA], ha preso diretta e specifica cognizione proprio delle medesime questioni oggetto del presente giudizio ed ha escluso qualsivoglia discriminazione tra bookmakers nazionali e bookmakers esteri, perché l'imposta unica si applica a tutti gli operatori che “gestiscono” scommesse raccolte sul territorio italiano, senza distinzione alcuna in funzione del luogo in cui essi sono stabiliti (punto 21), di modo che la normativa italiana "non appare atta a vietare, ostacolare o rendere meno attraenti le attività di una società, quale la [OSCURATO:PERSONA], nello Stato membro interessato". In particolare, a “gestire” le scommesse è non solo il bookmaker, pur privo di concessione, ma anche la ricevitoria. Scrive con chiarezza la Corte di giustizia che, “per quanto riguarda la Stanleyparma [ricevitoria e CTD nel giudizio ‘a quo’], essa esercita, in qualità di intermediario della [OSCURATO:PERSONA] e in cambio di una remunerazione, un'attività di offerta e di raccolta di scommesse” (punto 25) e pertanto “esercita”, “allo stesso titolo degli operatori di scommesse nazionali, un'attività di gestione di scommesse, la quale costituisce una condizione necessaria ai fini dell'assoggettamento all'imposta unica. Per tale ragione, in forza dell'articolo 1, comma 66, lettera b), della legge di stabilità 2011, la Stanleyparma è soggetta, in solido con la [OSCURATO:PERSONA], al pagamento di tale imposta” (punto 26). Fermo quanto precede, deve aggiungersi che, nel settore dei giochi d'azzardo con poste in danaro, secondo costante giurisprudenza unionale, gli obiettivi di tutela dei consumatori, di prevenzione dell'incitamento a una spesa eccessiva collegata al gioco, nonché di prevenzione di turbative dell'ordine sociale costituiscono motivi imperativi d'interesse generale atti a giustificare restrizioni alla libera prestazione di servizi: per conseguenza, in assenza di un'armonizzazione unionale della normativa sui giochi d'azzardo, ogni Stato membro ha il potere di valutare, alla luce della propria scala di valori, le esigenze che la tutela degli interessi in questione implica, a condizione che le restrizioni non minino i requisiti di proporzionalità (cfr., per tutte, Corte giust. 24 ottobre 2013, causa C-440/12, [OSCURATO:PERSONA], punto 47). Il legislatore nazionale ha proceduto a tale valutazione, dichiarando, nell’art. 1, comma 64, l. n. 220 del 2010, i propri obiettivi, tra i quali si colloca "l'azione per la tutela dei consumatori, in particolare dei minori di età, dell'ordine pubblico, della lotta contro il gioco minorile e le infiltrazioni della criminalità organizzata nel settore del gioco”, in uno al recupero di “base imponibile e gettito a fronte di fenomeni di elusione e di evasione fiscale nel medesimo settore". La prevalenza dell'ordine di valori di ciascuno Stato membro comporta – come rilevato da Corte giust., 26 febbraio 2020, punto 23 –che gli Stati membri non hanno l'obbligo di adeguare il proprio sistema fiscale ai vari sistemi di tassazione degli altri Stati membri, al fine di eliminare la doppia imposizione che risulta dal parallelo esercizio della rispettiva competenza fiscale. In ragione di ciò, come detto, la Corte di giustizia ha escluso qualsivoglia discriminazione tra bookmakers nazionali e bookmakers esteri: anzi – come sottolineato dalla Corte costituzionale nella più volte evocata sentenza n. 27 del 2018 – ad opinare diversamente si giungerebbe ad un’inammissibile discriminazione “a contrario”; la scelta legislativa, invero, "risponde ad un'esigenza di effettività del principio di lealtà fiscale nel settore del gioco, allo scopo di evitare l'irragionevole esenzione per gli operatori posti al di fuori del sistema concessorio, i quali finirebbero per essere favoriti per il solo fatto di non aver ottenuto la necessaria concessione". Invero, Corte giust., 26 febbraio 2020, ai punti 17, 26 e 28, in un coerente sviluppo logico, esclude alcun effetto discriminatorio della normativa italiana. Al punto 17, in relazione al bookmaker, stabilisce in via generale che la libera prestazione di servizi non tollera restrizioni idonee a vietare, ostacolare o rendere meno attraenti le attività del prestatore stabilito in un altro Stato membro; ma, al punto 24, specifica, in concreto, che, "la normativa nazionale di cui trattasi nel procedimento principale non prevede un regime fiscale diverso a seconda che la prestazione di servizi sia effettuata in Italia o in altri Stati membri"; sicché, conclude, "rispetto a un operatore nazionale che svolge le proprie attività alle stesse condizioni di tale società, la [OSCURATO:PERSONA] [nel giudizio ‘a quo’ parte in causa] non subisce alcuna restrizione discriminatoria a causa dell'applicazione nei suoi confronti di una normativa nazionale, come quella di cui trattasi nel procedimento principale". Quanto poi al CTD, il punto 26 ribadisce che il bookmaker estero esercita un'attività di gestione di scommesse "allo stesso titolo degli operatori di scommesse nazionali" ed è per questo che il CTD che opera quale suo intermediario risponde dell'imposta, a norma dell’art. 1, comma 66, lett. b), l. n. 220 del 2010; ma ciò non toglie - punto 28 - che la situazione del CTD che trasmette i dati di gioco per conto degli operatori di scommesse nazionali è diversa da quella del CTD che li trasmette per conto di un operatore che ha sede in altro Stato membro. La diversità della situazione è “in re ipsa”, per il fatto stesso che si tratta di soggetto che raccoglie scommesse per conto di un bookmaker estero: nel settore dei giochi d'azzardo, difatti, il ricorso al sistema delle concessioni costituisce "... un meccanismo efficace che consente di controllare gli operatori attivi in questo settore, allo scopo di prevenire l'esercizio di queste attività per fini criminali o fraudolenti"; e ciò in conformità agli obiettivi, di cui innanzi, esplicitamente perseguiti dal legislatore italiano, come puntualmente rimarcato dalla Corte di giustizia (Corte giust. 19 dicembre 2018, causa C-375/17, [OSCURATO:PERSONA] e [OSCURATO:PERSONA], punto 66, richiamata da Corte giust., 26 febbraio 2020, punto 18). Di qui l'esclusione, anche con riguardo alla posizione del CTD, di qualsiasi restrizione discriminatoria. Rispetto al quadro sin qui delineato, valga esplicitare che non sussiste alcuna violazione del principio dell'affidamento in riferimento ad una paventata portata innovativa della disposizione interpretativa del 2010. In riferimento alla posizione delle sole ricevitorie, la Corte costituzionale, con la sentenza citata, si è già espressa nel senso dell’incostituzionalità, relativamente, però, come ricordato, alle sole annualità antecedenti alla sua entrata in vigore. Quanto invece alla distinta posizione del bookmaker, la medesima Corte non ha minimamente posto in discussione il fatto che questi, pur privo di concessione ma presente in Italia per il tramite della propria rete di ricevitorie, dovesse essere considerato soggetto passivo dell'imposta unica già prima della entrata in vigore della disposizione interpretativa. Essa ha infatti affermato che, anche alla luce della disciplina previgente, soggetto passivo dell'imposta era chi svolgeva l'attività di gestione delle scommesse, irrilevante essendo che lo stesso fosse privo di concessione: sicché, sia per le annualità “post” che per le annualità “ante” 2011, sussiste sempre la responsabilità tributaria del bookmaker che, mediante un proprio intermediario, svolge in Italia attività di gestione delle scommesse in assenza di titolo amministrativo. Tutto ciò esclude un legittimo affidamento, che, rispetto al bookmaker, nell’impianto della sentenza della Corte costituzionale, non si configura in radice. Per completezza, vale la pena di aggiungere che, alla luce dei ricordati insegnamenti sia della Corte costituzionale che della Corte di giustizia, è da escludersi che l’art. 1, comma 66, lett. b), l. n. 220 del 2010 abbia natura anche solo “lato sensu” sanzionatoria: la Corte costituzionale ne ha sancito (in riferimento, segnatamente, alla posizione del bookmaker) la natura interpretativa e la Corte di giustizia ne ha confermato la legittimità unionale. Oggetto dell’esercizio da parte dello Stato è la pretesa impositiva, non già quella sanzionatoria. Sotto altro ma collegato profilo, neppure rileva la riconosciuta, in specie dalle Sezioni Penali di questa medesima Suprema Corte, “peculiare posizione” (su cui insiste il controricorso) della contribuente e delle ricevitorie legate al gruppo Stanleybet in funzione della discriminazione subita nell’accesso al sistema concessorio. Invero, il riconoscimento della natura non illecita dell'attività svolta dalla contribuente non implica affatto la sottrazione della stessa dall'ambito della disciplina dell'imposta unica; anzi, tutt’al contrario, postula proprio la realizzazione del presupposto d’imposta, secondo la specifica declinazione contenuta nell’art. 1, comma 66, l. n. 220 del 2010, che, come visto, ha disposto che "ai soli fini tributari: a) il D.Lgs. 23 dicembre 1998, n. 504, art. 1, si interpreta nel senso che l'imposta unica sui concorsi pronostici e sulle scommesse è comunque dovuta ancorché la raccolta del gioco, compresa quella a distanza, avvenga in assenza ovvero in caso di inefficacia della concessione rilasciata dal Ministero dell'economia e delle finanze Amministrazione autonoma dei monopoli di Stato; b) il D.Lgs. 23 dicembre 1998, n. 504, art. 3, si interpreta nel senso che soggetto passivo d'imposta è chiunque, ancorché in assenza o in caso di inefficacia della concessione rilasciata dal Ministero dell'economia e delle finanze- Amministrazione autonoma dei monopoli di Stato, gestisce con qualunque mezzo, anche telematico, per conto proprio o di terzi, anche ubicati all'estero, concorsi pronostici o scommesse di qualsiasi genere. Se l'attività è esercitata per conto di terzi, il soggetto per conto del quale l'attività è esercitata è obbligato solidalmente al pagamento dell'imposta e delle relative sanzioni". L'applicabilità in sé e per sé delle suddette previsioni esclude poi che possa porsi una questione di violazione dei principio di non discriminazione o di libertà di stabilimento basata, segnatamente, sulla considerazione della natura lecita dell'attività svolta. A parte il rilievo che la contribuente non individua alcun pregiudizio concretamente subito, quel che rileva è il fatto in sé che essa, per il tramite della ricevitoria, ha realizzato in Italia l'attività di gestione delle scommesse, sicché, per il proprio ambito, ha pienamente integrato il presupposto d'imposta: sotto tale profilo, va fatto richiamo alla sentenza della Corte di giustizia, che ha escluso ogni violazione dei suddetti principi unionali (punti 28, 29 e 30, che testualmente recitano: “[A] differenza dei CTD che trasmettono i dati di gioco per conto degli operatori di scommesse nazionali, la Stanleyparma raccoglie scommesse per conto della [OSCURATO:PERSONA], che ha sede in un altro Stato membro. Essa non si trova quindi, alla luce degli obiettivi della legge di stabilità 2011, in una situazione analoga a quella degli operatori nazionali. Di conseguenza, la normativa nazionale di cui trattasi nel procedimento principale non comporta alcuna restrizione discriminatoria nei confronti della [OSCURATO:PERSONA] e della Stanleyparma e non pregiudica, per quanto le riguarda, la libera prestazione dei servizi. Alla luce dell'insieme delle considerazioni che precedono, occorre rispondere alla prima e alla seconda questione dichiarando che l'articolo 56 TFUE deve essere interpretato nel senso che esso non osta ad una normativa di uno Stato membro che assoggetti ad imposta sulle scommesse i CTD stabiliti in tale Stato membro e, in solido e in via eventuale, gli operatori di scommesse, loro mandanti, stabiliti in un altro Stato membro, indipendentemente dall'ubicazione della sede di tali operatori e dall'assenza di concessione per l'organizzazione delle scommesse”). Le superiori considerazioni votano alla manifesta infondatezza le richieste di disapplicazione del diritto interno e in subordine di rinvio pregiudiziale alla Corte di giustizia, previa sospensione del giudizio, per contrarietà con gli artt. 49 e 56 TFUE, siccome “funditus” avanzate dalla contribuente sub 4: tutte le relative questioni – in disparte che viepiù presuppongono una non condivisibile critica alla sentenza n. 27 del 2018 della Corte costituzionale, che non si sarebbe “occupata del ‘caso Stanley’”, non avendo approfondito il concetto di gestione con riguardo a soggetti che lecitamente raccolgono scommesse sul territorio nazionale, né trattato dell’imposizione fiscale a carico di CTD collegati a operatori esteri, con i pretesamente connessi nuovi aspetti fiscali, rispetto alle ricevitorie collegate ai concessionari statali – trovano precisa ed esauriente risposta in entrambe le sentenze della Corte costituzionale e della Corte di giustizia cui ampiamente nel corso della presente trattazione si è fatto richiamo. Talché, dinanzi ad una disciplina ormai coerentemente assestatasi in tutti i suoi risvolti applicativi, neppure ricorrono i presupposti per la sollecitazione di un nuovo intervento della Corte costituzionale. Le superiori considerazioni votano alla manifesta infondatezza altresì la tesi della contribuente imperniata sull’assunto dell’assimilabilità dell’imposta unica ad un’imposta sulla cifra d’affari. Invero detto assunto è erroneo, atteso che, come già rammentato da questa Suprema Corte (Cass. n. 27260 del 2023, cit.) “il tributo che qui rileva è differente da una imposta sulla cifra di affari per plurime ragioni: riguarda unicamente operazioni relative all’esercizio delle scommesse, irrilevanti a fini IVA; non tiene conto del valore aggiunto di ciascuna, difettando nel sistema il meccanismo della detrazione I.V.A. e applicandosi il tributo all’importo scommesso; è calcolato senza alcun riconoscimento di deduzione degli acquisti di beni e servizi inerenti effettuati nel periodo in cui sono poste in essere le operazioni di scommessa. Effetto del tutto risolutivo e dirimente peraltro ha, sul punto, il chiaro ‘dictum’ del Giudice unionale (CGUE, sent. n. 24 ottobre 2013 in causa n. C- 440/2012, [OSCURATO:PERSONA](haftungsbeschrankt) secondo il quale ‘in forza dell’art. 401 della direttiva IVA «le disposizioni di (tale) direttiva non vietano ad uno Stato membro di mantenere o introdurre imposte (…) sui giochi e sulle scommesse, (…) e qualsiasi imposta, diritto o tassa che non abbia il carattere di imposta sul volume d’affari (…)». La formulazione di tale articolo non osta, pertanto, a che gli Stati membri assoggettino un’operazione all’IVA, nonché, in modo cumulativo, a un tributo speciale non avente il carattere d’imposta sul volume d’affari (v., in tal senso, la sentenza dell’8 luglio 1986, K., 73/85, Racc. pag. 2219, punto 22)’. Secondo siffatta pronuncia, quindi, l’art. 401 della direttiva 2006/112/CE del Consiglio, del 28 novembre 2006, relativa al sistema comune d’imposta sul valore aggiunto, in combinato disposto con l’art. 135, paragrafo 1, lett. i) della stessa, deve essere interpretato nel senso che l’imposta sul valore aggiunto e un tributo speciale nazionale sui giochi d’azzardo possono essere riscossi in modo cumulativo, a condizione che siffatto ultimo tributo non abbia il carattere di un’imposta sul volume d’affari; inoltre, sempre secondo tale sentenza, l’art. 1, paragrafo 2, prima frase, e l’art. 73 della direttiva 2006/112 devono essere interpretati nel senso che non ostano a una disposizione o a una prassi nazionale secondo cui, per la gestione di apparecchi per giochi d’azzardo con possibilità di vincita, l’importo dei proventi di cassa di tali apparecchi dopo che è trascorso un determinato periodo di tempo viene considerato come base imponibile (le suesposte considerazioni consentono, altresì, di disattendere, all’evidenza, la richiesta di rinvio pregiudiziale pure avanzata, in proposito, dalla ricorrente)”. Ne consegue che, essendo del tutto decentrata la premessa dell’assimilabilità dell’imposta unica ad un’imposta sulla cifra d’affari, anche le richieste di disapplicazione del diritto interno e in subordine di rinvio pregiudiziale alla Corte di giustizia per contrarietà con l’art. 401 della direttiva 2006/112/CE (p. 73 ric.) non trovano minimamente ragion d’essere e, pertanto, non possono essere accolte. Tutto quanto detto sin qui rende conto della fondatezza del ricorso agenziale, limitatamente, tuttavia, come preannunciato in esordio, alla debenza dell’imposta, escluse invece le sanzioni, riguardo alle quali colgono invece nel segno le osservazioni compiute dalla contribuente sub 6 del controricorso. Più precisamente, l’esimente dell’obiettiva condizione di incertezza invocata dalla contribuente, se è irrilevante per l’imposta, attesa, come ripetutamente detto, la soggezione del bookmaker all’imposta anche prima dell’art. 1, comma 66, lett. b), l. n. 220 del 2010, siccome sancita dalla sentenza della Corte costituzionale, lo è al contrario per le sanzioni, avendo proprio detta sentenza dato atto della situazione di incertezza normativa sciolta giust’appunto dall’intervento interpretativo del legislatore. Talché illegittimamente alla contribuente sono state irrogate le sanzioni (alla stregua di quanto riferito sia nella sentenza impugnata che nel ricorso). In ultima analisi, la sentenza impugnata va cassata solo con riferimento all’imposta. Non essendo necessari ulteriori accertamenti di fatto, questa S.C. è abilitata a decidere la causa nel merito, accogliendo l’originario ricorso della contribuente limitatamente all’annullamento delle sanzioni. L’esito del giudizio di legittimità, gli alterni esiti di quelli di merito e l’assestamento solo recen
Decreto Cassazione n. 10342/2024 — Fons Iuris — Fons Iuris