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CassazionesentenzaSezione 2

Cassazione n. 50045/2023

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a seguente SENTENZA sul ricorso proposto da: [OSCURATO:PERSONA] [OSCURATO:IDENTITA_RESIDUA] [OSCURATO:DATA_NASCITA] avverso l'ordinanza del [OSCURATO:DATA_NASCITA] del TRIBUNALE di ROMAudita la relazione svolta dal Consigliere [OSCURATO:PERSONA]; sentite le conclusioni del [OSCURATO:PERSONA] Procuratore generale [OSCURATO:PERSONA], il quale ha chiesto rigettarsi il ricorso; Udito il difensore del ricorrente, Avv. [OSCURATO:PERSONA]', il quale ha chiesto l'accoglimento del ricorso; [OSCURATO:PERSONA]-O

1. Il Tribunale di Roma, con ordinanza del 29 maggio 2023, rigettava l'appello proposto nell'interesse di [OSCURATO:PERSONA], in qualità di terzo interessato, di dissequestro di monili ed orologi sottoposti a sequestro nei confronti del padre [OSCURATO:PERSONA]. 1.1 Avverso l'ordinanza ricorre per Cassazione il difensore di [OSCURATO:PERSONA], lamentando la carenza assoluta di motivazione in merito alla questione relativa alla distribuzione dell'onere probatorio e violazione dell'art.321 comma 3 cod. proc. pen., nella misura in cui il Tribunale aveva erroneamente applicato i principi in materia di distribuzione dell'onere della prova rispetto alla titolarità dei beni di cui il terzo rivendichi la proprietà; la questione assumeva rilevanza centrale ai fini della valutazione degli elementi addotti dalla difesa in merito alla riferibilità alla sig.ra [OSCURATO:PERSONA], madre del ricorrente, ed alla sua famiglia di origine, della provvista utilizzata per l'acquisto degli specifici beni indicati nella richiesta di dissequestro; rileva che l'identificazione dei beni che appartengono all'imputato non può che essere del Pubblico Ministero, come da giurisprudenza di questa Corte; a ciò si aggiungeva che, trattandosi di beni di sequestrati presso l'abitazione familiare di uno degli imputati, e non quindi di dimora esclusiva dell'imputato, l'eventuale presunzione di compossesso e non, quindi, di possesso esclusivo dell'imputato, non poteva sostanziarsi nell'imposizione di un onere probatorio invertito, a fronte del quale il terzo, estraneo al reato, avrebbe dovuto essere chiamato a fornire insuperabili e specifici dati probatori.

Il non aver affrontato- prosegue il difensore- il tema sopra esposto, aveva consentito al Tribunale di non prendere in considerazione le allegazioni difensive fornite dalla difesa in merito alla disponibilità in capo al ricorrente dei beni di cui era stata chiesta la restituzione; segnala che l'istanza originaria riguardava solo i beni rispetto ai quali il terzo interessato era riuscito a reperire fonti di allegazione e che il Tribunale di Roma, nell'ambito di una diversa ordinanza, aveva ritento valide, ai fini di prova, le dichiarazioni rese da [OSCURATO:PERSONA], ma soltanto nella misura in cui esse avevano avuto ad oggetto beni il cui acquisto era stato collocato in un momento antecedente a quello in cui la sig.ra [OSCURATO:PERSONA] si era unita in matrimonio con [OSCURATO:PERSONA], disponendo il dissequestro di quei beni.

Il difensore lamenta che il Tribunale aveva sostenuto che Trequattrini avrebbe reso dichiarazioni vaghe o formulato mere ipotesi, omettendo di considerare la sua ultima risposta secondo cui non aveva mai ricevuto pagamenti da parte di [OSCURATO:PERSONA] e che la "famiglia di Claudia era perfettamente in grado di comprare tutti i gioielli che ho riconosciuto.."; le suddette dichiarazioni, e in minor parte quelle della sig.ra [OSCURATO:PERSONA], costituivano quella fonte di allegazione idonea a giustificare la restituzione in favore del terzo.

Nell'affermare -prosegue il difensore- che il padre del ricorrente sarebbe stato l'unico in grado di comprare beni di valore, il Tribunale aveva richiamato intercettazioni che avevano contenuto meramente prospettico e non riguardavano i beni in questione, visto che la circostanza che [OSCURATO:PERSONA] avesse intenzione di acquistare ulteriori beni, diversi da quello oggetto della richiesta di dissequestro, non dimostrava l'avvenuto effettivo acquisto di uno o più degli oggetti in sequestro, né l'identità tra i beni oggetto di conversazione e quelli oggetto della richiesta di dissequestro, e quindi non superava le allegazioni fornite dalla difesa; ancora, la circostanza per cui gli acquisti dei beni di cui era stata chiesta la restituzione non erano stati acquistati con provvista propria della madre, [OSCURATO:PERSONA], appariva del tutto estranea alle circostanze fatte valere con la domanda, atteso che i beni di cui ai n. 3,4, 9 e 24, secondo le dichiarazioni di Trequattrini, erano stati acquistati non dalla [OSCURATO:PERSONA], ma dai genitori di quest'ultima, sulla cui condizione patrimoniale il Tribunale non aveva affermato alcunchè. [OSCURATO:PERSONA] 1.11 ricorso è inammissibile. 1.1 Osserva questa Corte che, in tema di ricorso per cassazione proposto avverso provvedimenti cautelari reali, l'art. 325 cod.proc.pen. consente il sindacato di legittimità soltanto per motivi attinenti alla violazione di legge: nella nozione di "violazione di legge" rientrano, in particolare, gli "errores in iudicando" o "in procedendo", ma anche i vizi della motivazione così radicali da rendere l'apparato argomentativo a sostegno del provvedimento del tutto mancante o privo dei requisiti minimi di coerenza, completezza e ragionevolezza, come tale apparente e, pertanto, inidoneo a rendere comprensibile l'itinerario logico seguito dal Giudice (Sez. 6, n. 6589 del 10/01/2013, Gabriele, Rv. 254893; Sez. 5, n. 43068 del 13/10/2009, Bosi, Rv. 245093).

Non può, invece, essere dedotta l'illogicità manifesta della motivazione, la quale può denunciarsi nel giudizio di legittimità soltanto tramite lo specifico ed autonomo motivo di cui all'art. 605 cod.proc.pen., lett. e) (v., per tutte: Sez.

U, n. 5876 del 28/01/2004, P.C.

Ferazzi in proc.

Bevilacqua, Rv. 226710; Sez.

U, n. 25080 del 28/05/2003, Pellegrino S., Rv. 224611).

Nel caso in esame, non si può certamente dire di trovarsi di fronte ad una motivazione mancante, posto che in realtà si censura la motivazione del Tribunale relativa alla considerazione che il Padre della ricorrente era l'unico della famiglia in grado, per disponibilità economiche, di far fronte all'acquisto di beni di significativo valore come quelli in sequestro, ed alle affermazioni dell'orafo Trequattrini (ritenute generiche ed inidonee ad identificare nei nonni gli acquirenti dei beni sequestrati); inoltre, il Tribunale ha escluso che i beni potessero essere stati acquistati con provvista propria della madre ed osservato -con riferimento alla eccezione che i beni erano nella disponibilità dell'intero nucleo familiare- che questa Corte, già chiamata ad occuparsi della vicenda, aveva rilevato che "il Tribunale...ha ben evidenziato che il rapporto di coniugio sussistente tra la ricorrente e l'indagato [OSCURATO:PERSONA] impediva di ritenere provata la titolarità esclusiva delle cose sequestrate in capo all'uno o all'altro.

Ed invero, la circostanza che i gioielli siano stati rinvenuti nell'appartamento ove i due coniugi coabitavano e la mancanza di formale intestazione, tanto dei gioielli rinvenuti presso l'abitazione, quanto di quelli consegnati in conto vendita a Petrella, consentiva di ritenerli nella disponibilità di [OSCURATO:PERSONA]..." (Sez.3, sentenza n. 24978 del 24 giugno 2020).

Il ricorso deve essere pertanto dichiarato inammissibile in quanto si censura in realtà un vizio di motivazione, e non una violazione di legge come previsto dall'art. 325 cod.proc.pen. 2.Ai sensi dell'art. 616 cod. proc. pen., con il provvedimento che dichiara inammissibile il ricorso, la parte privata che lo ha proposto deve essere condannata al pagamento delle spese del procedimento, nonché - ravvisandosi profili di colpa nella determinazione della causa di inammissibilità - al pagamento a favore della Cassa delle ammende della somma di C 3.000,00 così equitativamente fissata in ragione dei motivi dedotti.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e

Anonimizzato ex art. 52 D.Lgs. 196/2003
a seguente SENTENZA sul ricorso proposto da: [OSCURATO:PERSONA] [OSCURATO:IDENTITA_RESIDUA] [OSCURATO:DATA_NASCITA] avverso l'ordinanza del [OSCURATO:DATA_NASCITA] del TRIBUNALE di ROMAudita la relazione svolta dal Consigliere [OSCURATO:PERSONA]; sentite le conclusioni del [OSCURATO:PERSONA] Procuratore generale [OSCURATO:PERSONA], il quale ha chiesto rigettarsi il ricorso; Udito il difensore del ricorrente, Avv. [OSCURATO:PERSONA]', il quale ha chiesto l'accoglimento del ricorso; [OSCURATO:PERSONA]-O 1. Il Tribunale di Roma, con ordinanza del 29 maggio 2023, rigettava l'appello proposto nell'interesse di [OSCURATO:PERSONA], in qualità di terzo interessato, di dissequestro di monili ed orologi sottoposti a sequestro nei confronti del padre [OSCURATO:PERSONA]. 1.1 Avverso l'ordinanza ricorre per Cassazione il difensore di [OSCURATO:PERSONA], lamentando la carenza assoluta di motivazione in merito alla questione relativa alla distribuzione dell'onere probatorio e violazione dell'art.321 comma 3 cod. proc. pen., nella misura in cui il Tribunale aveva erroneamente applicato i principi in materia di distribuzione dell'onere della prova rispetto alla titolarità dei beni di cui il terzo rivendichi la proprietà; la questione assumeva rilevanza centrale ai fini della valutazione degli elementi addotti dalla difesa in merito alla riferibilità alla sig.ra [OSCURATO:PERSONA], madre del ricorrente, ed alla sua famiglia di origine, della provvista utilizzata per l'acquisto degli specifici beni indicati nella richiesta di dissequestro; rileva che l'identificazione dei beni che appartengono all'imputato non può che essere del Pubblico Ministero, come da giurisprudenza di questa Corte; a ciò si aggiungeva che, trattandosi di beni di sequestrati presso l'abitazione familiare di uno degli imputati, e non quindi di dimora esclusiva dell'imputato, l'eventuale presunzione di compossesso e non, quindi, di possesso esclusivo dell'imputato, non poteva sostanziarsi nell'imposizione di un onere probatorio invertito, a fronte del quale il terzo, estraneo al reato, avrebbe dovuto essere chiamato a fornire insuperabili e specifici dati probatori. Il non aver affrontato- prosegue il difensore- il tema sopra esposto, aveva consentito al Tribunale di non prendere in considerazione le allegazioni difensive fornite dalla difesa in merito alla disponibilità in capo al ricorrente dei beni di cui era stata chiesta la restituzione; segnala che l'istanza originaria riguardava solo i beni rispetto ai quali il terzo interessato era riuscito a reperire fonti di allegazione e che il Tribunale di Roma, nell'ambito di una diversa ordinanza, aveva ritento valide, ai fini di prova, le dichiarazioni rese da [OSCURATO:PERSONA], ma soltanto nella misura in cui esse avevano avuto ad oggetto beni il cui acquisto era stato collocato in un momento antecedente a quello in cui la sig.ra [OSCURATO:PERSONA] si era unita in matrimonio con [OSCURATO:PERSONA], disponendo il dissequestro di quei beni. Il difensore lamenta che il Tribunale aveva sostenuto che Trequattrini avrebbe reso dichiarazioni vaghe o formulato mere ipotesi, omettendo di considerare la sua ultima risposta secondo cui non aveva mai ricevuto pagamenti da parte di [OSCURATO:PERSONA] e che la "famiglia di Claudia era perfettamente in grado di comprare tutti i gioielli che ho riconosciuto.."; le suddette dichiarazioni, e in minor parte quelle della sig.ra [OSCURATO:PERSONA], costituivano quella fonte di allegazione idonea a giustificare la restituzione in favore del terzo. Nell'affermare -prosegue il difensore- che il padre del ricorrente sarebbe stato l'unico in grado di comprare beni di valore, il Tribunale aveva richiamato intercettazioni che avevano contenuto meramente prospettico e non riguardavano i beni in questione, visto che la circostanza che [OSCURATO:PERSONA] avesse intenzione di acquistare ulteriori beni, diversi da quello oggetto della richiesta di dissequestro, non dimostrava l'avvenuto effettivo acquisto di uno o più degli oggetti in sequestro, né l'identità tra i beni oggetto di conversazione e quelli oggetto della richiesta di dissequestro, e quindi non superava le allegazioni fornite dalla difesa; ancora, la circostanza per cui gli acquisti dei beni di cui era stata chiesta la restituzione non erano stati acquistati con provvista propria della madre, [OSCURATO:PERSONA], appariva del tutto estranea alle circostanze fatte valere con la domanda, atteso che i beni di cui ai n. 3,4, 9 e 24, secondo le dichiarazioni di Trequattrini, erano stati acquistati non dalla [OSCURATO:PERSONA], ma dai genitori di quest'ultima, sulla cui condizione patrimoniale il Tribunale non aveva affermato alcunchè. [OSCURATO:PERSONA] 1.11 ricorso è inammissibile. 1.1 Osserva questa Corte che, in tema di ricorso per cassazione proposto avverso provvedimenti cautelari reali, l'art. 325 cod.proc.pen. consente il sindacato di legittimità soltanto per motivi attinenti alla violazione di legge: nella nozione di "violazione di legge" rientrano, in particolare, gli "errores in iudicando" o "in procedendo", ma anche i vizi della motivazione così radicali da rendere l'apparato argomentativo a sostegno del provvedimento del tutto mancante o privo dei requisiti minimi di coerenza, completezza e ragionevolezza, come tale apparente e, pertanto, inidoneo a rendere comprensibile l'itinerario logico seguito dal Giudice (Sez. 6, n. 6589 del 10/01/2013, Gabriele, Rv. 254893; Sez. 5, n. 43068 del 13/10/2009, Bosi, Rv. 245093). Non può, invece, essere dedotta l'illogicità manifesta della motivazione, la quale può denunciarsi nel giudizio di legittimità soltanto tramite lo specifico ed autonomo motivo di cui all'art. 605 cod.proc.pen., lett. e) (v., per tutte: Sez. U, n. 5876 del 28/01/2004, P.C. Ferazzi in proc. Bevilacqua, Rv. 226710; Sez. U, n. 25080 del 28/05/2003, Pellegrino S., Rv. 224611). Nel caso in esame, non si può certamente dire di trovarsi di fronte ad una motivazione mancante, posto che in realtà si censura la motivazione del Tribunale relativa alla considerazione che il Padre della ricorrente era l'unico della famiglia in grado, per disponibilità economiche, di far fronte all'acquisto di beni di significativo valore come quelli in sequestro, ed alle affermazioni dell'orafo Trequattrini (ritenute generiche ed inidonee ad identificare nei nonni gli acquirenti dei beni sequestrati); inoltre, il Tribunale ha escluso che i beni potessero essere stati acquistati con provvista propria della madre ed osservato -con riferimento alla eccezione che i beni erano nella disponibilità dell'intero nucleo familiare- che questa Corte, già chiamata ad occuparsi della vicenda, aveva rilevato che "il Tribunale...ha ben evidenziato che il rapporto di coniugio sussistente tra la ricorrente e l'indagato [OSCURATO:PERSONA] impediva di ritenere provata la titolarità esclusiva delle cose sequestrate in capo all'uno o all'altro. Ed invero, la circostanza che i gioielli siano stati rinvenuti nell'appartamento ove i due coniugi coabitavano e la mancanza di formale intestazione, tanto dei gioielli rinvenuti presso l'abitazione, quanto di quelli consegnati in conto vendita a Petrella, consentiva di ritenerli nella disponibilità di [OSCURATO:PERSONA]..." (Sez.3, sentenza n. 24978 del 24 giugno 2020). Il ricorso deve essere pertanto dichiarato inammissibile in quanto si censura in realtà un vizio di motivazione, e non una violazione di legge come previsto dall'art. 325 cod.proc.pen. 2.Ai sensi dell'art. 616 cod. proc. pen., con il provvedimento che dichiara inammissibile il ricorso, la parte privata che lo ha proposto deve essere condannata al pagamento delle spese del procedimento, nonché - ravvisandosi profili di colpa nella determinazione della causa di inammissibilità - al pagamento a favore della Cassa delle ammende della somma di C 3.000,00 così equitativamente fissata in ragione dei motivi dedotti. P.Q.M. Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e
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