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CassazionesentenzaSezione 2

Cassazione n. 11790/2025

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ha pronunciato la seguente SENTENZA sui ricorsi proposti da: [OSCURATO:PERSONA] [OSCURATO:IDENTITA_RESIDUA] [OSCURATO:DATA_NASCITA] [OSCURATO:PERSONA] [OSCURATO:IDENTITA_RESIDUA] [OSCURATO:DATA_NASCITA] avverso la sentenza del 10/06/2024 della CORTE APPELLO di ROMAvisti gli atti, il provvedimento impugnato e iricorsi; udita la relazione svolta dal Consigliere [OSCURATO:PERSONA]; udito il Pubblico Ministero, in persona della [OSCURATO:PERSONA] [OSCURATO:PERSONA] che ha concluso chiedendo il rigetto dei ricorsi; udito il difensore di [OSCURATO:PERSONA], Avv. [OSCURATO:PERSONA], che ha insistito per l’accoglimento del ricorso; uditi i difensori di [OSCURATO:PERSONA], Avv. [OSCURATO:PERSONA] e Avv. [OSCURATO:PERSONA], i quali hanno insistito per l’accoglimento del ricorso; [OSCURATO:PERSONA]

1. La Corte d'appello di Roma, con sentenza del 10 giugno 2024, ha confermatola sentenza di primo grado nella parte in cui aveva ritenuto [OSCURATO:PERSONA] responsabile del reato di cui ai capo 1 (estorsione aggravata ai danni di [OSCURATO:PERSONA]), 2 (estorsione aggravata ai danni di [OSCURATO:PERSONA]), 3 (rapina aggravata ai danni di [OSCURATO:PERSONA]) e 4 (tentata estorsione aggravata ai danni di [OSCURATO:PERSONA]) e [OSCURATO:PERSONA] responsabile dei reati di cui ai capi 2 e 3, dando atto che la sentenza di primo grado aveva riguardato anche ulteriori condotte, giudicate con sentenza della Corte di appello di Roma del 13 luglio 2023, che aveva comportatoper [OSCURATO:PERSONA] la condanna per i capi 5), 11), 12), 13 e 14) e per [OSCURATO:PERSONA] la condanna per i capi 6), 7) e 9). 1.1 Avverso la sentenza ricorre per Cassazione il difensore di [OSCURATO:PERSONA], premettendo che la Corte di appello aveva ritenuto i fatti di cui al presente procedimento in continuazione con i fatti giudicati con la sentenza della Corte di appello di Roma del 13.07.2023 e rilevando che vi era stato un errore nel calcolo degli aumenti per i reati posti in continuazione e la violazione dell’art. 597 comma 3 cod. proc. pen. in riferimento ai capi 11)e 14) dell’imputazione ed all’aumento per le aggravanti: con riferimento a tale ultimo aspetto, il giudice di primo grado aveva ritenuto di applicare la regola di cui all’art. 63 comma 4 cod. pen. operando un singolo aumento pari ad anni 2; l’aumento veniva calcolato quindi sull’aggravante di cui all’art. 416-bis.1 cod. pen., ritenendo le altre aggravanti assorbite per il principio ivi enunciato; la Corte di appello si era invece affidata ad una diversa operazione sommando le due aggravanti, seppur pervenendo ad una pena complessivamente minore, ma la suddetta operazione non era consentita non essendovi impugnazione della parte pubblica, con conseguentenecessaria elisione della sezione di aumento di pena irrogato.

Il difensore rileva inoltre che il giudice di primo grado, nel quantificare gli aumenti per i reati posti in continuazione, aveva assegnato per ogni reato mesi 4, giorni 20 di reclusione ed € 333,33 di multa; la Corte di appello aveva invece ritenuto, in violazione del principio enunciato dall’art. 596 comma 3 cod. proc. pen., di irrogare per il reato sub 11) (mutando Corte di appello del 13.07.2023) la pena di mesi sei di reclusione ed € 400,00 di multa, in assenza di impugnazione del Pubblico Ministero; il principio si applicava anche per il reato sub 14), rispetto al quale la Corte di appello aveva irrogato una sanzione pari a mesi cinque di reclusione.

Il difensore rileva che il giudice dell’appello aveva operato un indistinto aumento per la continuazione senza alcuna motivazione. 1.2 Si eccepisce che la Corte di appello, nello scrutinare la condotta contestata al capo 3), èincorsa in un evidente errore di qualificazione giuridica, oltre a porsi in netto contrasto con quanto ritenuto proprio in relazione alla descrizione delle varie fasi del fatto imputato, visto che le modalità dell’episodio del casolare e quelle della ritenuta rapina erano le medesime; in punto di condotta concorsuale del ricorrente, la Corte di appello non haanalizzato compiutamente l’apporto partecipativo dell’imputato, deducendolo semplicemente dalla circostanza che era stato l’autore delle altre condotte; la stessa Corte di appello ha chiarito che era stato Costan tino ad iniziare l’azione delittuosa, che la motivazione si poneva in insanabile contrasto in relazione alla posizione di [OSCURATO:PERSONA], ritenuta non partecipativa, e che il luogo di commissione del fatto era stato definito neutrale e la condotta di accerchiamento era stata definita generica, elementi valorizzati per escludere la partecipazione di [OSCURATO:PERSONA] e per colorare invece l’ipotesi di rapina in riferimento alla posizione di [OSCURATO:PERSONA], il cui apporto partecipativo èstato dedotto semplicemente dalla circostanza che era l’autore delle altre condotte; ciò inficiaanche il punto della sentenza impugnata in cui la Corte di appello haritenuto sussistente la circostanza aggravante della minorata difesa. 1.3 Il difensore lamenta il mancato riconoscimento delle condotte in un unico reato. 1.4.Si impugna la sentenza in relazione a tutti i capi di imputazione in punto di riconoscimento della circostanza aggravante di cui all’art. 416-bis.1 cod. pen., osservando che non vi era stato alcun accertamento giudiziale successivo a quanto descritto nella sentenza “Caronte”, relativa a fatti commessi nel 2010, in merito all’esistenza di una consorteria criminale raffigurabile sotto l’egida dell’art. 416- bis cod. pen., fatta eccezione per la sentenza “[OSCURATO:PERSONA]”, che però non riguardava nessuno dei soggetti interessati al presente procedimento; non risultava accertato se il ricorrente fosse intraneo ad una non accertata associazione di stampo mafioso; lo stesso giudice di primo grado aveva fondato il convincimento circa la sussistenza della contestata circostanza sullareazione delle vittime e sull’appartenenza alla etnia Sinti, e non sull’effettiva metodologia posta in essere dall’imputato; tutte le vicende inerenti le condanne di altri soggetti con i quali [OSCURATO:PERSONA] non rispondeva neanche a titolo di concorso non interessavano, come quella richiamata per [OSCURATO:PERSONA] non poteva coinvolgereil ricorrente che, al netto di una lontana parentela, non aveva alcuna cointeressenza con tale soggetto; in tutti gli episodi le condotte prevaricatrici rientravano pienamente nello schema dell’art. 629 cod. pen., senza avere connotati di gravità maggiore rispetto all’originario atteggiamento estorsivo.

2. Propongono ricorso i difensori di [OSCURATO:PERSONA]. 2.1.Si eccepisc e la violazione dell’art. 110 cod. pen., per avere la sentenza impugnata ritenuto sussistente il concorso del ricorrente nel delitto di estorsione di cui al capo 2), ed il travisamento della denuncia sporta da [OSCURATO:PERSONA] e/o la manifesta illogicità della sentenza in tema di concorso del ricorrente: nella vicenda in esame risultano del tutto mancanti gli elementi del contributo causale e dell'elemento soggettivo in capo al ricorrente; il comportamento da questitenuto, come descritto nelle dichiarazioni delle persone offese, non poteva configurare in alcun modo un concorso né materiale né morale nell'azione delittuosa asseritamente commessa da [OSCURATO:PERSONA]; l'unico elemento oggettivo è costituito dalla mera presenza del ricorrente sul posto, luogo ove pacificamente abitava, nonché sulla base deiriferimenti di [OSCURATO:PERSONA] a propri familiari, rivolti a Ladisa,e sullapercezione da parte della persona offesa della presenza del ricorrente sul posto; il giudice di appello aveva sostenuto che il ricorrente avrebbe avuto un ruolo di supervisione della vicenda estorsiva che lasciava materialmente gestire ad altri, affermazione certamente errata in quanto il ricorrente non rispondeva del capo di imputazione numero 1), per cui non poteva sostenersi che fosse stato non solo consapevole, ma addirittura ideatore, promotore e supervisore della condotta tenuta da [OSCURATO:PERSONA] proprio perché estraneo alla richiesta originaria, che era stata ascritta in maniera esclusiva ad un'iniziativa di quest'ultimo; lo stesso sviluppo dell’azione escludeva che [OSCURATO:PERSONA] avesse avuto un ruolo nella vicenda di cui al capo di imputazione n.2). 2.2.Si osserva che nel capo di imputazione n.2) si sarebbe dovuto ritenere sussistente il reato di truffa, non essendosi la Corte di appello confrontata con la denuncia sporta da [OSCURATO:PERSONA]; l'insinuazione del pericolo di vita per la famiglia Ladisa derivante dalla famiglia Baldascini e concretizzatasi nella supposta spedizione punitiva descritta da di Silvio ad [OSCURATO:PERSONA], della quale non appare alcuna evidenza storica e probatoria, aveva rappresentato una motivazione per [OSCURATO:PERSONA] a consegnare il denaro a [OSCURATO:PERSONA]; si erano pertanto realizzati tutti i requisiti per il riconoscimento del reato di truffa c.d. vessatoria in luogo del diverso reato di estorsione. 2.3.Si eccepisce che la sentenza impugnata aveva omesso di motivare e aveva motivato illogicamente in riferimento alle doglianze espresse dalla difesa in ordine alla credibilità delle dichiarazioni della persona offesa sulla vicenda di cui al capo 3) di imputazione, nonché aveva omesso di valutare le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, ovvero avevamotivato in oggettivo contrasto letterale con le dichiarazioni rese dal collaboratore [OSCURATO:PERSONA] in data [OSCURATO:DATA_NASCITA] in tema di ruolo svolto da [OSCURATO:PERSONA] , con conseguente mancanza di credibilità delle dichiarazioni della persona offesa: in particolare, il fatto che, come dichiarato da [OSCURATO:PERSONA], [OSCURATO:PERSONA] avrebbe avocato a sé ogni decisione e redarguito [OSCURATO:PERSONA] per aver chiuso la vicenda senza il suo permesso era in contrasto con le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, che indicavano Costantino come soggetto situato al di sotto della gerarchia familiare rispetto agli altri individui indicati come presentinella vicenda in esame da Ladisa; non si comprendeva, inoltre, per quale ragione Ladisa non fosse stato in grado di condurre le forze dell'ordine in un luogo (il casolare dove sarebbero avvenuti i fatti) distante poche centinaia di metri dalla sua abitazione solo pochi giorni dopo l'evento e che in sede di individuazione fotografica non fosse riuscito a fornire una descrizione neppure sommaria dei partecipanti all'incontro; inoltre, non si comprendeva come [OSCURATO:PERSONA] potesse avere a disposizione e consegnare la somma complessivain contanti di ben 1.600 euro, senza alcun preavviso e, quanto al capo 3) l’illogicità dell'assunto relativo alla possibilità che la persona offesa avesse potuto ipotizzare una nuova richiesta con un ammontare del tutto differente rispetto alle richieste ricevute in precedenza: occorreva ribadire anche la doglianza relativa all’assunto della persona offesa relativo al ruolo di preminenza che avrebbe avuto il ricorrente, in manifesto contrasto con le dichiarazioni rese dai collaboratori di giustizia; la motivazione della Corte di appello sul punto era in contrasto anche con le dichiarazioni rese dal collaboratore Pugliese, che aveva espressamente affermato che in occasione della carcerazione di [OSCURATO:PERSONA], le decisioni spettavano al primo figlio, cioè a [OSCURATO:PERSONA]. 2.4.Si eccepisce l’erroneità della decisione della Corte di appello che aveva riconosciuto sussistente l’aggravante di cui all’art. 416-bis. 1 cod. pen.; nessun riferimento alla famiglia di appartenenza era stato fatto dal ricorrente in ordine alla condotta descritta nel capo di imputazione n.2), né a quella asseritamente tenuta in occasione dei fatti di cui al capo di imputazione n.3) e la Corte di appello aveva ricavato la sussistenza del metodo mafioso attraverso l’apprezzamento isolato della asserita pregressa condanna di altri soggetti (non il ricorrente) per il procedimento denominato “Caronte”, valorizzando unicamente le frasi asseritamente profferite da un altro imputato circa l’offerta di protezione, ma senza alcuna indicazione di una condotta concreta tenuta dal ricorrente ed evocativa dell’agire mafioso. 2.5.Si rileva che la Corte di appello h a ritenuto corretta la configurazione giuridica del reato di cui al capo di imputazione n.3), cheavrebbe dovuto essere sussunta nella fattispecie di cui all’art. 629 cod. pen. come facente parte della condotta contestata al capo di imputazione n.2); innanzitutto valeva la pena di precisare che, proprio per aver subìto una precedente estorsione, Ladisa era ben conscio di trovarsi di fronte ad una richiesta di tale natura, e in secondo luogo l’annullamento della volontà della vittima era stato motivato in maniera del tutto congetturale, cioè desunto dall’accerchiamento all’interno di un appartamentoe dall’acquisita consapevolezza della superiorità gerarchica del ricorrente rispetto a [OSCURATO:PERSONA], mentre non emerge vano elementi a cui ancorare una tale asserzione.

2.6. Si eccepisce l’assenza di motivazione in ordine alla richiesta di riconoscimento dell’attenuante di cui all’art. 62 n. 4 cod. pen. e delle attenuanti generiche, non essendo stati considerati l’esiguità delle somme estorte e la sostanziale incensuratezza del ricorrente, al quale infatti non era stata contestata la recidiva, e la cui condotta non era mai stata connotata da violenza. [OSCURATO:PERSONA]

1. Il ricorso proposto nell’interesse di [OSCURATO:PERSONA] è infondato. 1.1 Relativamente al primo motivo di ricorso, si deve ribadire che “non viola il divieto di "reformatio in peius" previsto dall'art. 597 cod. proc. pen. il giudice dell'impugnazione che, quando muta la struttura del reato continuato (come avviene se la regiudicanda satellite diventa quella più grave o cambia la qualificazione giuridica di quest'ultima), apporta per uno dei fatti unificati dall'identità del disegno criminoso un aumento maggiore rispetto a quello ritenuto dal primo giudice, pur non irrogando una pena complessivamente maggiore” (Sez.

U., n. 16208 del 27/03/2014, C., Rv. 258653 –01); nel caso in esame, poiché il giudice di primo grado aveva ritenuto quale reato più grave quello di cui al capo 2), la Corte di appello, avendo ritenuto invece più grave il reato di cui al capo 5) (giudicato nel procedimento di cui alla sentenza della Cortedi appello di Roma del 13 luglio 2023), aveva il solo limite di non infliggere una pena complessivamente maggiore, come in effetti avvenuto, in quanto, come efficacemente evidenziato nella motivazione della sentenza sopra citata “Se muta uno dei termini (vale a dire, una o più delle regiudicande cumulate o il relativo "bagaglio" circostanziale) oppure l'ordine di quella sequenza (la regiudicanda-satellite diviene la più grave o muta la qualificazione giuridica di quella più grave), sarà lo stesso meccanismo di unificazione a subire una "novazione" di carattere strutturale, non permettendo più di sovrapporre la nuova dimensione strutturale a quella oggetto del precedente giudizio;ove così fosse, si introdurrebbe una regola di invarianza priva di qualsiasi logica giustificazione.

In tali casi, pertanto, l'unico elemento di confronto non può che essere rappresentato dalla pena finale, dal momento che è solo questa che "non deve essere superata" dal giudice del gravame….è evidente che non si può stabilire alcun termine di comparazione rispetto agli aumenti determinati dal primo giudice se è la stessa base di commisurazione che cambia”; in altri termini, il divieto sancito dalla sentenza delle [OSCURATO:PERSONA] relativo anche ai calcoli intermedi può trovare applicazione soltanto nelle ipotesi in cui il reato continuato conservi anche nel giudizio di impugnazione la sua entità ontologica.

L’irrogazione di una pena complessivamente inferiore comporta quindi l’inammissibilità del motivo di ricorso; quanto alla omessa specificazione degli aumenti per la continuazione, si deve rilevare che la Corte di appello ha evidenziato “la gravità del contesto criminale nel quale i fatti sono maturati, la capacità a delinquere dimostrata….da [OSCURATO:PERSONA]”; si deve poi rilevare che gli aumenti sono stati apportati per la stessa tipologia di reato (estorsione consumata e tentata e rapina), per cui correttamente è stato applicato lo stesso aumento per ogni reato.

Si deve infine rilevare come non sia stata prodotta la sentenza della Corte di appello del 13 luglio 2023, posta a base delle eccezioni del ricorrente, per cui il motivo è comunque generico. 1.2 Il secondo motivo di ricorso è infondato.

Preliminarmente, si deve rilevare come la tesi del ricorrente secondo la quale il reato di cui al capo 3) debba essere qualificato come estorsione e non come rapina è corretta: la Corte di appello ha affermato che “la volontà del soggetto passivo era stata annullata per effetto della intimidazione subita.

Non solo, il Ladisa nello stesso giorno era già stato vittima di estorsione posta in essere con modalità mafiose, era stato condotto in un casolare,ma era stato convocato in casa di Costanzo,accerchiatoda più persone che agivano riunite nel medesimo contesto di spazio e di tempo spalleggiando il dominus,in condizioni di minorata difesa per trovarsi all'interno di un appartamento dove era stato fatto appositamente salire da [OSCURATO:PERSONA]; … non ebbe altra scelta in quel contesto concreto se non pagare quanto gli venne richiesto espressamente dal capo”.

Non si comprende però quale sia la differenza tra la condotta contestata al capo 2) come estorsione e la rapina di cui al capo 3), visto che unico elemento distintivo era che il secondo fatto si era verificato in una abitazione; le minacce nei confronti della persona offesa erano sempre le medesime (il pagamento di un prezzo in cambio della “protezione”), per cui non si ravvisa quale sia l’elemento della assoluta costrizione della persona offesa al pagamento; non è stata fatta, pertanto, corretta applicazione della giurisprudenza di questa Corte in base alla quale “La rapina si differenzia dall'estorsione in virtù del fatto che in essa il reo sottrae la cosa esercitando sulla vittima una violenza o una minaccia diretta e ineludibile, mentre nell'estorsione la coartazione non determina il totale annullamento della capacità del soggetto passivo di determinarsi diversamente. (Fattispecie in cui la Corte ha ritenuto correttamente qualificata alla stregua di tentata estorsione la condotta dell'imputato, il quale aveva minacciato il proprio inquilino, sparando un colpo di pistola contro il muro, affinché gli corrispondesse anticipatamente il canone di locazione dell'immobile, mediante consegna di una somma di denaro che in quel momento non aveva con sé)” (Sez.2, n. 15564 del 08/04/2021, Milioto, Rv. 281102).Ciò premesso, si deve rilevare che il ricorrente non ha alcun interesse ad una diversa qualificazione del reato contestato, interesse che potrebbe sussistere soltanto qualora si giungesse a ritenere tutti gli episodi contestati frutto di un’unica condotta estorsiva, come chiesto nel terzo motivo di ricorso, che è però da ritenersi manifestamente infondato per le argomentazioni che seguono.

Quanto alla partecipazione di [OSCURATO:PERSONA] nel reato di cui al capo 3), premesso che anche il soggetto che rimanga silente durante la richiesta risponde del reato di estorsione in quanto tale condotta svolge un contributo materiale e morale in relazione al rafforzamento dell'effetto intimidatorio della pretesa estorsiva, si deve rilevare che l’eccezione non era stata proposta nell’atto di appello, così come non era stata proposta alcuna censura sull’aggravante della minorata difesa; pertanto, il motivoè inammissibile, essendo principio consolidato nella giurisprudenza di questa Corte quello secondo il quale non possono essere dedotte con il ricorso per cassazione questioni sulle quali il giudice di appello abbia correttamente omesso di pronunciare perchè non devolute alla sua cognizione (vedi Sez. 5, Sentenza n. 28514 del 23/04/2013, Rv. 255577; Sez. 2, Sentenzan. 29707 del 08/03/2017, Galdi, Rv. 270316 – 01).

Ad analoga conclusione deve pervenirsi per la sollecitata esclusione dell’aggravante di cui all’art. 61 n. 5 cod. pen., censura non formulata in appello. 1.3 Relativamente alla richiesta di considerare tutti gli episodi quali un’unica estorsione, si deve ribadire che “in tema di estorsione, le diverse condotte di violenza o minaccia poste in essere per procurarsi un ingiusto profitto costituiscono autonome ipotesi di reato, consumate o tentate, unificabili con il vincolo della continuazione quando, singolarmente considerate, in relazione alle circostanze del caso concreto, alle modalità di realizzazione e all'elemento temporale, appaiano dotate di una propria completa individualità, dovendosi invece ravvisare un unico reato allorchè i molteplici atti di minaccia costituiscano singoli momenti di un'unica azione. (Fattispecie in cui la Corte ha ritenuto configurabili due estorsioni nell'invio ad un imprenditore agricolo di due differenti missive, sia pure inviate a distanza di breve tempo, entrambe dal contenuto minaccioso, ma riferite, la prima, ad una generica proposta di protezione in cambio di denaro, la seconda, alla pretesa di denaro per la restituzione di mezzi agricoli rubati)” (Sez.2, n. 37297 del 28/06/2019, C., Rv. 277513); nel caso in esame, la Corte di appello ha evidenziato (pag.20) che “le diverse azioni criminose pur se sorrette da una stessa causa restano distinte e non possono essere intese come unitarie.

Ciò sia per la diversità dei soggetti che, dal lato degli autori, ha preso parte alle condotte, agendo nel primo caso Patatino (nomignolo attribuitoad Antonio di Silvio ndr) da solo e dopo con gli altri imputati a cui le azioni sono riconducibili, sia per la diversità delle persone offese ([OSCURATO:PERSONA] prima, [OSCURATO:PERSONA] dopo) sia infine quando agisce invece da solo Patatino per il lasso temporale e logico che separa gli episodi.

Certamente le azioni presentano connotati di forte collegamento secondo i caratteri del reato continuato essendo sorrette dal medesimo disegno criminoso”; la motivazioneappare congrua e coerente con le risultanze processuali. 1.4 Il motivo di ricorso relativo all’applicazione dell’aggravante di cui all’art. 416-bis cod. pen. è manifestamente infondato: sul punto non può che ribadirsi quanto affermato da questa stessa sezione nella sentenza n. 47094/2023 emessa a seguito del ricorso proposto dall’originario coimputato [OSCURATO:PERSONA]: “In particolare è stato evidenziato come la imposizione della “protezione” costituisca di per sé una condotta tipicamente mafiosa perché evocativa di un potere di controllo del territorio riconducibile solo a gruppi criminali organizzati capaci di contrastare la potenza criminale antagonista (nel caso di specie quella dei Baldascini).

In effetti, solo una organizzazione criminale potentemente radicata nel territorio e per questo capace di controllarne le vicende criminali, può offrire siffatto "servizio" alle vittime, sostitutivo di quello fornito dallo Stato e che un soggetto, da solo, non potrebbe mai garantire.

Per di più, nel caso in esame, come sottolineato dal giudice di appello, le modalità sia della richiesta estorsiva, avanzata materialmente da [OSCURATO:PERSONA] alla presenza costante di [OSCURATO:PERSONA], sia della rapina cui l’imputato ha contribuito materialmente accerchiando la vittima, rivelano la pregnante valenza intimidatoria delle condotte criminose, amplificata dai riferimenti espressi al gruppo familiare di appartenenza, effettuati in più occasioni da [OSCURATO:PERSONA]”.

Si deve inoltre rilevare che ai fini della configurabilità dell'aggravante dell'utilizzazione del "metodo mafioso" non è necessario che sia stata dimostrata o contestata l'esistenza di un'associazione per delinquere, essendo sufficiente che la violenza o la minaccia richiamino alla mente ed alla sensibilità del soggetto passivo la forza intimidatrice tipicamente mafiosa del vincolo associativo; la "ratio" sottostante all’art. 416-bis.1 cod. pen. non è solo quella di punire più severamente coloro che commettono reati con il fine di agevolare le associazioni mafiose, ma essenzialmente quella di contrastare in maniera più decisa, data la loro maggiore pericolosità e determinazione criminosa, l'atteggiamento di coloro che, partecipi o non di reati associativi, utilizzino metodi mafiosi, cioè si comportino come mafiosi oppure ostentino, in maniera evidente e provocatoria, una condotta idonea ad esercitare sui soggetti passivi quella particolare coartazione e quella conseguente intimidazione che sono proprie delle organizzazioni della specie considerata; la sentenza impugnata ha correttamente applicato i principi sopra indicati, evidenziando a pag.18 gli elementi in base ai quali è stata ritenuta sussistente la contestata aggravante.

2. Il ricorso proposto nell’interesse di [OSCURATO:PERSONA] è infondato.2.1 Relativamente al concorso del ricorrente nel capo 2) vi è motivazione alle pagine 21 e 22, nelle quali la Corte di appello evidenzia la presenza di [OSCURATO:PERSONA] durante tutte le fasi della estorsione, dalla minaccia fino alla consegna del denaro, che si allontanava soltanto quando l’estorsione era giunta a compimento: la presenza del ricorrente non era quindi casuale, ma aveva il chiaro intento di rafforzare la pretesa estorsiva, rendendo palese alla vittima che la stessa non proveniva da una sola persona, ma dal clan dei [OSCURATO:PERSONA]. 2.2 Anche per quanto riguarda il reato di truffa, deve essere richiamato quanto affermato da questa sezione nella sentenza n. 47094/2023, a proposito dell’analogo motivo di ricorso ivi proposto: “Va ribadito infatti che si ha truffa aggravata ai sensi dell'art. 640, comma secondo, n.2, c.p., quando il danno viene prospettato come possibile ed eventuale e mai proveniente direttamente o indirettamente dall'agente, di modo che la persona offesa non è coartata nella sua volontà, ma si determina all'azione od omissione versando in stato di errore, mentre ricorre il delitto di estorsione quando viene prospettata l'esistenza di un pericolo reale di un accadimento, nel caso di specie dato dal protrarsi dell’atteggiamentominaccioso dei [OSCURATO:PERSONA] se Ladisa non avesse accondisceso a consegnare i soldi, il cui verificarsi è attribuibile, direttamente all'agente ed è tale non da indurre la persona offesa in errore, ma, piuttosto, nel porla nell'alternativa ineluttabile di soggiacere alle richieste dell'agente o di incorrere nel danno minacciato (Sez. 2, n. 46084 del 21/10/2015, Rv. 265362;Sez. 2, n. 24624 del 17/07/2020, Rv. 279492).”; la motivazione della Corte di appello, contenuta a pag.24 della sentenza impugnata, ha correttamente applicato la giurisprudenza sopra richiamata, ponendo l’accento sulla intimidazione posta in essere ai danni dei Ladisa da parte dei [OSCURATO:PERSONA]. 2.3 Il terzo motivo di ricorso propone una rilettura degli elementi fattuali non consentita in questa sede: sono infatti precluse alla Corte di legittimità sia la rilettura degli elementi di fatto posti a fondamento delle decisione impugnata che l’autonoma adozione di nuovi e diversi parametri di ricostruzione e valutazione dei fatti, ritenuti maggiormente plausibili o dotati di una maggiore capacità esplicativa, dovendosi essa limitare al controllo se la motivazione dei giudici di merito sia intrinsecamente razionale e capace di rappresentare e spiegare l’iter logico seguito (Sez.

Un., sent. n. 12 del 31/5/2000, Jakani, Rv. 216260).

Nel caso in esame non si rinvengono manifeste illogicità nel ragionamento esposto dai giudici della Corte d’appello, in quanto esso risponde ai parametri sopra indicati e risulta, pertanto, tale da sottrarsi al sindacato di questa Corte (cfr. Sez. 1, sent.n. 23568 del 4/5/2016, n.m.): in particolare, la Corte di appello ha enunciato le ragioni per le quali ha ritenuto pienamente attendibile il racconto della persona offesa, precisando anche perché non è stato ritenuto sussistente alcun contrasto tra quanto dichiarato da Ladisa e quanto detto dai collaboratori di giustizia (si vedano le considerazioni contenute a pag. 23 della sentenza impugnata). 2.4 Relativamente alle eccezioni sulla applicabilità dell’art. 416-bis.1 cod. pen., si richiamano le considerazioni espresse al punto 1.4, con l’aggiunta che la motivazione contenuta a pag.21 della sentenza impugnata ha evidenziato che la richiesta estorsiva poggiava sulla opera di mediazione che gli imputati avrebbero potuto attuare per evitare una “guerra tra bande” possibile soltanto a condizione che gli stessi facessero parte a loro volta di un gruppo organizzato. 2.5 Sulla qualificazione giuridica del reato di cui al capo 3) si richiamano le considerazioni espresse al punto 1.2. 2.6 Quanto all’ultimo motivo di ricorso, si deve rilevare che la concessione della circostanza attenuante del danno di speciale tenuità presuppone necessariamente che il pregiudizio cagionato sia lievissimo, ossia di valore economico pressoché irrisorio, e tale non è il caso in esame; le attenuanti generiche sono state negate dalla Corte di appello in considerazione della gravità delle condotte e del ruolo apicale assunto da [OSCURATO:PERSONA] (si veda ultima pagina della sentenza impugnata) con motivazione che, essendo esente da censure, è insindacabile in cassazione. 2

Anonimizzato ex art. 52 D.Lgs. 196/2003
ha pronunciato la seguente SENTENZA sui ricorsi proposti da: [OSCURATO:PERSONA] [OSCURATO:IDENTITA_RESIDUA] [OSCURATO:DATA_NASCITA] [OSCURATO:PERSONA] [OSCURATO:IDENTITA_RESIDUA] [OSCURATO:DATA_NASCITA] avverso la sentenza del 10/06/2024 della CORTE APPELLO di ROMAvisti gli atti, il provvedimento impugnato e iricorsi; udita la relazione svolta dal Consigliere [OSCURATO:PERSONA]; udito il Pubblico Ministero, in persona della [OSCURATO:PERSONA] [OSCURATO:PERSONA] che ha concluso chiedendo il rigetto dei ricorsi; udito il difensore di [OSCURATO:PERSONA], Avv. [OSCURATO:PERSONA], che ha insistito per l’accoglimento del ricorso; uditi i difensori di [OSCURATO:PERSONA], Avv. [OSCURATO:PERSONA] e Avv. [OSCURATO:PERSONA], i quali hanno insistito per l’accoglimento del ricorso; [OSCURATO:PERSONA] 1. La Corte d'appello di Roma, con sentenza del 10 giugno 2024, ha confermatola sentenza di primo grado nella parte in cui aveva ritenuto [OSCURATO:PERSONA] responsabile del reato di cui ai capo 1 (estorsione aggravata ai danni di [OSCURATO:PERSONA]), 2 (estorsione aggravata ai danni di [OSCURATO:PERSONA]), 3 (rapina aggravata ai danni di [OSCURATO:PERSONA]) e 4 (tentata estorsione aggravata ai danni di [OSCURATO:PERSONA]) e [OSCURATO:PERSONA] responsabile dei reati di cui ai capi 2 e 3, dando atto che la sentenza di primo grado aveva riguardato anche ulteriori condotte, giudicate con sentenza della Corte di appello di Roma del 13 luglio 2023, che aveva comportatoper [OSCURATO:PERSONA] la condanna per i capi 5), 11), 12), 13 e 14) e per [OSCURATO:PERSONA] la condanna per i capi 6), 7) e 9). 1.1 Avverso la sentenza ricorre per Cassazione il difensore di [OSCURATO:PERSONA], premettendo che la Corte di appello aveva ritenuto i fatti di cui al presente procedimento in continuazione con i fatti giudicati con la sentenza della Corte di appello di Roma del 13.07.2023 e rilevando che vi era stato un errore nel calcolo degli aumenti per i reati posti in continuazione e la violazione dell’art. 597 comma 3 cod. proc. pen. in riferimento ai capi 11)e 14) dell’imputazione ed all’aumento per le aggravanti: con riferimento a tale ultimo aspetto, il giudice di primo grado aveva ritenuto di applicare la regola di cui all’art. 63 comma 4 cod. pen. operando un singolo aumento pari ad anni 2; l’aumento veniva calcolato quindi sull’aggravante di cui all’art. 416-bis.1 cod. pen., ritenendo le altre aggravanti assorbite per il principio ivi enunciato; la Corte di appello si era invece affidata ad una diversa operazione sommando le due aggravanti, seppur pervenendo ad una pena complessivamente minore, ma la suddetta operazione non era consentita non essendovi impugnazione della parte pubblica, con conseguentenecessaria elisione della sezione di aumento di pena irrogato. Il difensore rileva inoltre che il giudice di primo grado, nel quantificare gli aumenti per i reati posti in continuazione, aveva assegnato per ogni reato mesi 4, giorni 20 di reclusione ed € 333,33 di multa; la Corte di appello aveva invece ritenuto, in violazione del principio enunciato dall’art. 596 comma 3 cod. proc. pen., di irrogare per il reato sub 11) (mutando Corte di appello del 13.07.2023) la pena di mesi sei di reclusione ed € 400,00 di multa, in assenza di impugnazione del Pubblico Ministero; il principio si applicava anche per il reato sub 14), rispetto al quale la Corte di appello aveva irrogato una sanzione pari a mesi cinque di reclusione. Il difensore rileva che il giudice dell’appello aveva operato un indistinto aumento per la continuazione senza alcuna motivazione. 1.2 Si eccepisce che la Corte di appello, nello scrutinare la condotta contestata al capo 3), èincorsa in un evidente errore di qualificazione giuridica, oltre a porsi in netto contrasto con quanto ritenuto proprio in relazione alla descrizione delle varie fasi del fatto imputato, visto che le modalità dell’episodio del casolare e quelle della ritenuta rapina erano le medesime; in punto di condotta concorsuale del ricorrente, la Corte di appello non haanalizzato compiutamente l’apporto partecipativo dell’imputato, deducendolo semplicemente dalla circostanza che era stato l’autore delle altre condotte; la stessa Corte di appello ha chiarito che era stato Costan tino ad iniziare l’azione delittuosa, che la motivazione si poneva in insanabile contrasto in relazione alla posizione di [OSCURATO:PERSONA], ritenuta non partecipativa, e che il luogo di commissione del fatto era stato definito neutrale e la condotta di accerchiamento era stata definita generica, elementi valorizzati per escludere la partecipazione di [OSCURATO:PERSONA] e per colorare invece l’ipotesi di rapina in riferimento alla posizione di [OSCURATO:PERSONA], il cui apporto partecipativo èstato dedotto semplicemente dalla circostanza che era l’autore delle altre condotte; ciò inficiaanche il punto della sentenza impugnata in cui la Corte di appello haritenuto sussistente la circostanza aggravante della minorata difesa. 1.3 Il difensore lamenta il mancato riconoscimento delle condotte in un unico reato. 1.4.Si impugna la sentenza in relazione a tutti i capi di imputazione in punto di riconoscimento della circostanza aggravante di cui all’art. 416-bis.1 cod. pen., osservando che non vi era stato alcun accertamento giudiziale successivo a quanto descritto nella sentenza “Caronte”, relativa a fatti commessi nel 2010, in merito all’esistenza di una consorteria criminale raffigurabile sotto l’egida dell’art. 416- bis cod. pen., fatta eccezione per la sentenza “[OSCURATO:PERSONA]”, che però non riguardava nessuno dei soggetti interessati al presente procedimento; non risultava accertato se il ricorrente fosse intraneo ad una non accertata associazione di stampo mafioso; lo stesso giudice di primo grado aveva fondato il convincimento circa la sussistenza della contestata circostanza sullareazione delle vittime e sull’appartenenza alla etnia Sinti, e non sull’effettiva metodologia posta in essere dall’imputato; tutte le vicende inerenti le condanne di altri soggetti con i quali [OSCURATO:PERSONA] non rispondeva neanche a titolo di concorso non interessavano, come quella richiamata per [OSCURATO:PERSONA] non poteva coinvolgereil ricorrente che, al netto di una lontana parentela, non aveva alcuna cointeressenza con tale soggetto; in tutti gli episodi le condotte prevaricatrici rientravano pienamente nello schema dell’art. 629 cod. pen., senza avere connotati di gravità maggiore rispetto all’originario atteggiamento estorsivo. 2. Propongono ricorso i difensori di [OSCURATO:PERSONA]. 2.1.Si eccepisc e la violazione dell’art. 110 cod. pen., per avere la sentenza impugnata ritenuto sussistente il concorso del ricorrente nel delitto di estorsione di cui al capo 2), ed il travisamento della denuncia sporta da [OSCURATO:PERSONA] e/o la manifesta illogicità della sentenza in tema di concorso del ricorrente: nella vicenda in esame risultano del tutto mancanti gli elementi del contributo causale e dell'elemento soggettivo in capo al ricorrente; il comportamento da questitenuto, come descritto nelle dichiarazioni delle persone offese, non poteva configurare in alcun modo un concorso né materiale né morale nell'azione delittuosa asseritamente commessa da [OSCURATO:PERSONA]; l'unico elemento oggettivo è costituito dalla mera presenza del ricorrente sul posto, luogo ove pacificamente abitava, nonché sulla base deiriferimenti di [OSCURATO:PERSONA] a propri familiari, rivolti a Ladisa,e sullapercezione da parte della persona offesa della presenza del ricorrente sul posto; il giudice di appello aveva sostenuto che il ricorrente avrebbe avuto un ruolo di supervisione della vicenda estorsiva che lasciava materialmente gestire ad altri, affermazione certamente errata in quanto il ricorrente non rispondeva del capo di imputazione numero 1), per cui non poteva sostenersi che fosse stato non solo consapevole, ma addirittura ideatore, promotore e supervisore della condotta tenuta da [OSCURATO:PERSONA] proprio perché estraneo alla richiesta originaria, che era stata ascritta in maniera esclusiva ad un'iniziativa di quest'ultimo; lo stesso sviluppo dell’azione escludeva che [OSCURATO:PERSONA] avesse avuto un ruolo nella vicenda di cui al capo di imputazione n.2). 2.2.Si osserva che nel capo di imputazione n.2) si sarebbe dovuto ritenere sussistente il reato di truffa, non essendosi la Corte di appello confrontata con la denuncia sporta da [OSCURATO:PERSONA]; l'insinuazione del pericolo di vita per la famiglia Ladisa derivante dalla famiglia Baldascini e concretizzatasi nella supposta spedizione punitiva descritta da di Silvio ad [OSCURATO:PERSONA], della quale non appare alcuna evidenza storica e probatoria, aveva rappresentato una motivazione per [OSCURATO:PERSONA] a consegnare il denaro a [OSCURATO:PERSONA]; si erano pertanto realizzati tutti i requisiti per il riconoscimento del reato di truffa c.d. vessatoria in luogo del diverso reato di estorsione. 2.3.Si eccepisce che la sentenza impugnata aveva omesso di motivare e aveva motivato illogicamente in riferimento alle doglianze espresse dalla difesa in ordine alla credibilità delle dichiarazioni della persona offesa sulla vicenda di cui al capo 3) di imputazione, nonché aveva omesso di valutare le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, ovvero avevamotivato in oggettivo contrasto letterale con le dichiarazioni rese dal collaboratore [OSCURATO:PERSONA] in data [OSCURATO:DATA_NASCITA] in tema di ruolo svolto da [OSCURATO:PERSONA] , con conseguente mancanza di credibilità delle dichiarazioni della persona offesa: in particolare, il fatto che, come dichiarato da [OSCURATO:PERSONA], [OSCURATO:PERSONA] avrebbe avocato a sé ogni decisione e redarguito [OSCURATO:PERSONA] per aver chiuso la vicenda senza il suo permesso era in contrasto con le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, che indicavano Costantino come soggetto situato al di sotto della gerarchia familiare rispetto agli altri individui indicati come presentinella vicenda in esame da Ladisa; non si comprendeva, inoltre, per quale ragione Ladisa non fosse stato in grado di condurre le forze dell'ordine in un luogo (il casolare dove sarebbero avvenuti i fatti) distante poche centinaia di metri dalla sua abitazione solo pochi giorni dopo l'evento e che in sede di individuazione fotografica non fosse riuscito a fornire una descrizione neppure sommaria dei partecipanti all'incontro; inoltre, non si comprendeva come [OSCURATO:PERSONA] potesse avere a disposizione e consegnare la somma complessivain contanti di ben 1.600 euro, senza alcun preavviso e, quanto al capo 3) l’illogicità dell'assunto relativo alla possibilità che la persona offesa avesse potuto ipotizzare una nuova richiesta con un ammontare del tutto differente rispetto alle richieste ricevute in precedenza: occorreva ribadire anche la doglianza relativa all’assunto della persona offesa relativo al ruolo di preminenza che avrebbe avuto il ricorrente, in manifesto contrasto con le dichiarazioni rese dai collaboratori di giustizia; la motivazione della Corte di appello sul punto era in contrasto anche con le dichiarazioni rese dal collaboratore Pugliese, che aveva espressamente affermato che in occasione della carcerazione di [OSCURATO:PERSONA], le decisioni spettavano al primo figlio, cioè a [OSCURATO:PERSONA]. 2.4.Si eccepisce l’erroneità della decisione della Corte di appello che aveva riconosciuto sussistente l’aggravante di cui all’art. 416-bis. 1 cod. pen.; nessun riferimento alla famiglia di appartenenza era stato fatto dal ricorrente in ordine alla condotta descritta nel capo di imputazione n.2), né a quella asseritamente tenuta in occasione dei fatti di cui al capo di imputazione n.3) e la Corte di appello aveva ricavato la sussistenza del metodo mafioso attraverso l’apprezzamento isolato della asserita pregressa condanna di altri soggetti (non il ricorrente) per il procedimento denominato “Caronte”, valorizzando unicamente le frasi asseritamente profferite da un altro imputato circa l’offerta di protezione, ma senza alcuna indicazione di una condotta concreta tenuta dal ricorrente ed evocativa dell’agire mafioso. 2.5.Si rileva che la Corte di appello h a ritenuto corretta la configurazione giuridica del reato di cui al capo di imputazione n.3), cheavrebbe dovuto essere sussunta nella fattispecie di cui all’art. 629 cod. pen. come facente parte della condotta contestata al capo di imputazione n.2); innanzitutto valeva la pena di precisare che, proprio per aver subìto una precedente estorsione, Ladisa era ben conscio di trovarsi di fronte ad una richiesta di tale natura, e in secondo luogo l’annullamento della volontà della vittima era stato motivato in maniera del tutto congetturale, cioè desunto dall’accerchiamento all’interno di un appartamentoe dall’acquisita consapevolezza della superiorità gerarchica del ricorrente rispetto a [OSCURATO:PERSONA], mentre non emerge vano elementi a cui ancorare una tale asserzione. 2.6. Si eccepisce l’assenza di motivazione in ordine alla richiesta di riconoscimento dell’attenuante di cui all’art. 62 n. 4 cod. pen. e delle attenuanti generiche, non essendo stati considerati l’esiguità delle somme estorte e la sostanziale incensuratezza del ricorrente, al quale infatti non era stata contestata la recidiva, e la cui condotta non era mai stata connotata da violenza. [OSCURATO:PERSONA] 1. Il ricorso proposto nell’interesse di [OSCURATO:PERSONA] è infondato. 1.1 Relativamente al primo motivo di ricorso, si deve ribadire che “non viola il divieto di "reformatio in peius" previsto dall'art. 597 cod. proc. pen. il giudice dell'impugnazione che, quando muta la struttura del reato continuato (come avviene se la regiudicanda satellite diventa quella più grave o cambia la qualificazione giuridica di quest'ultima), apporta per uno dei fatti unificati dall'identità del disegno criminoso un aumento maggiore rispetto a quello ritenuto dal primo giudice, pur non irrogando una pena complessivamente maggiore” (Sez. U., n. 16208 del 27/03/2014, C., Rv. 258653 –01); nel caso in esame, poiché il giudice di primo grado aveva ritenuto quale reato più grave quello di cui al capo 2), la Corte di appello, avendo ritenuto invece più grave il reato di cui al capo 5) (giudicato nel procedimento di cui alla sentenza della Cortedi appello di Roma del 13 luglio 2023), aveva il solo limite di non infliggere una pena complessivamente maggiore, come in effetti avvenuto, in quanto, come efficacemente evidenziato nella motivazione della sentenza sopra citata “Se muta uno dei termini (vale a dire, una o più delle regiudicande cumulate o il relativo "bagaglio" circostanziale) oppure l'ordine di quella sequenza (la regiudicanda-satellite diviene la più grave o muta la qualificazione giuridica di quella più grave), sarà lo stesso meccanismo di unificazione a subire una "novazione" di carattere strutturale, non permettendo più di sovrapporre la nuova dimensione strutturale a quella oggetto del precedente giudizio;ove così fosse, si introdurrebbe una regola di invarianza priva di qualsiasi logica giustificazione. In tali casi, pertanto, l'unico elemento di confronto non può che essere rappresentato dalla pena finale, dal momento che è solo questa che "non deve essere superata" dal giudice del gravame….è evidente che non si può stabilire alcun termine di comparazione rispetto agli aumenti determinati dal primo giudice se è la stessa base di commisurazione che cambia”; in altri termini, il divieto sancito dalla sentenza delle [OSCURATO:PERSONA] relativo anche ai calcoli intermedi può trovare applicazione soltanto nelle ipotesi in cui il reato continuato conservi anche nel giudizio di impugnazione la sua entità ontologica. L’irrogazione di una pena complessivamente inferiore comporta quindi l’inammissibilità del motivo di ricorso; quanto alla omessa specificazione degli aumenti per la continuazione, si deve rilevare che la Corte di appello ha evidenziato “la gravità del contesto criminale nel quale i fatti sono maturati, la capacità a delinquere dimostrata….da [OSCURATO:PERSONA]”; si deve poi rilevare che gli aumenti sono stati apportati per la stessa tipologia di reato (estorsione consumata e tentata e rapina), per cui correttamente è stato applicato lo stesso aumento per ogni reato. Si deve infine rilevare come non sia stata prodotta la sentenza della Corte di appello del 13 luglio 2023, posta a base delle eccezioni del ricorrente, per cui il motivo è comunque generico. 1.2 Il secondo motivo di ricorso è infondato. Preliminarmente, si deve rilevare come la tesi del ricorrente secondo la quale il reato di cui al capo 3) debba essere qualificato come estorsione e non come rapina è corretta: la Corte di appello ha affermato che “la volontà del soggetto passivo era stata annullata per effetto della intimidazione subita. Non solo, il Ladisa nello stesso giorno era già stato vittima di estorsione posta in essere con modalità mafiose, era stato condotto in un casolare,ma era stato convocato in casa di Costanzo,accerchiatoda più persone che agivano riunite nel medesimo contesto di spazio e di tempo spalleggiando il dominus,in condizioni di minorata difesa per trovarsi all'interno di un appartamento dove era stato fatto appositamente salire da [OSCURATO:PERSONA]; … non ebbe altra scelta in quel contesto concreto se non pagare quanto gli venne richiesto espressamente dal capo”. Non si comprende però quale sia la differenza tra la condotta contestata al capo 2) come estorsione e la rapina di cui al capo 3), visto che unico elemento distintivo era che il secondo fatto si era verificato in una abitazione; le minacce nei confronti della persona offesa erano sempre le medesime (il pagamento di un prezzo in cambio della “protezione”), per cui non si ravvisa quale sia l’elemento della assoluta costrizione della persona offesa al pagamento; non è stata fatta, pertanto, corretta applicazione della giurisprudenza di questa Corte in base alla quale “La rapina si differenzia dall'estorsione in virtù del fatto che in essa il reo sottrae la cosa esercitando sulla vittima una violenza o una minaccia diretta e ineludibile, mentre nell'estorsione la coartazione non determina il totale annullamento della capacità del soggetto passivo di determinarsi diversamente. (Fattispecie in cui la Corte ha ritenuto correttamente qualificata alla stregua di tentata estorsione la condotta dell'imputato, il quale aveva minacciato il proprio inquilino, sparando un colpo di pistola contro il muro, affinché gli corrispondesse anticipatamente il canone di locazione dell'immobile, mediante consegna di una somma di denaro che in quel momento non aveva con sé)” (Sez.2, n. 15564 del 08/04/2021, Milioto, Rv. 281102).Ciò premesso, si deve rilevare che il ricorrente non ha alcun interesse ad una diversa qualificazione del reato contestato, interesse che potrebbe sussistere soltanto qualora si giungesse a ritenere tutti gli episodi contestati frutto di un’unica condotta estorsiva, come chiesto nel terzo motivo di ricorso, che è però da ritenersi manifestamente infondato per le argomentazioni che seguono. Quanto alla partecipazione di [OSCURATO:PERSONA] nel reato di cui al capo 3), premesso che anche il soggetto che rimanga silente durante la richiesta risponde del reato di estorsione in quanto tale condotta svolge un contributo materiale e morale in relazione al rafforzamento dell'effetto intimidatorio della pretesa estorsiva, si deve rilevare che l’eccezione non era stata proposta nell’atto di appello, così come non era stata proposta alcuna censura sull’aggravante della minorata difesa; pertanto, il motivoè inammissibile, essendo principio consolidato nella giurisprudenza di questa Corte quello secondo il quale non possono essere dedotte con il ricorso per cassazione questioni sulle quali il giudice di appello abbia correttamente omesso di pronunciare perchè non devolute alla sua cognizione (vedi Sez. 5, Sentenza n. 28514 del 23/04/2013, Rv. 255577; Sez. 2, Sentenzan. 29707 del 08/03/2017, Galdi, Rv. 270316 – 01). Ad analoga conclusione deve pervenirsi per la sollecitata esclusione dell’aggravante di cui all’art. 61 n. 5 cod. pen., censura non formulata in appello. 1.3 Relativamente alla richiesta di considerare tutti gli episodi quali un’unica estorsione, si deve ribadire che “in tema di estorsione, le diverse condotte di violenza o minaccia poste in essere per procurarsi un ingiusto profitto costituiscono autonome ipotesi di reato, consumate o tentate, unificabili con il vincolo della continuazione quando, singolarmente considerate, in relazione alle circostanze del caso concreto, alle modalità di realizzazione e all'elemento temporale, appaiano dotate di una propria completa individualità, dovendosi invece ravvisare un unico reato allorchè i molteplici atti di minaccia costituiscano singoli momenti di un'unica azione. (Fattispecie in cui la Corte ha ritenuto configurabili due estorsioni nell'invio ad un imprenditore agricolo di due differenti missive, sia pure inviate a distanza di breve tempo, entrambe dal contenuto minaccioso, ma riferite, la prima, ad una generica proposta di protezione in cambio di denaro, la seconda, alla pretesa di denaro per la restituzione di mezzi agricoli rubati)” (Sez.2, n. 37297 del 28/06/2019, C., Rv. 277513); nel caso in esame, la Corte di appello ha evidenziato (pag.20) che “le diverse azioni criminose pur se sorrette da una stessa causa restano distinte e non possono essere intese come unitarie. Ciò sia per la diversità dei soggetti che, dal lato degli autori, ha preso parte alle condotte, agendo nel primo caso Patatino (nomignolo attribuitoad Antonio di Silvio ndr) da solo e dopo con gli altri imputati a cui le azioni sono riconducibili, sia per la diversità delle persone offese ([OSCURATO:PERSONA] prima, [OSCURATO:PERSONA] dopo) sia infine quando agisce invece da solo Patatino per il lasso temporale e logico che separa gli episodi. Certamente le azioni presentano connotati di forte collegamento secondo i caratteri del reato continuato essendo sorrette dal medesimo disegno criminoso”; la motivazioneappare congrua e coerente con le risultanze processuali. 1.4 Il motivo di ricorso relativo all’applicazione dell’aggravante di cui all’art. 416-bis cod. pen. è manifestamente infondato: sul punto non può che ribadirsi quanto affermato da questa stessa sezione nella sentenza n. 47094/2023 emessa a seguito del ricorso proposto dall’originario coimputato [OSCURATO:PERSONA]: “In particolare è stato evidenziato come la imposizione della “protezione” costituisca di per sé una condotta tipicamente mafiosa perché evocativa di un potere di controllo del territorio riconducibile solo a gruppi criminali organizzati capaci di contrastare la potenza criminale antagonista (nel caso di specie quella dei Baldascini). In effetti, solo una organizzazione criminale potentemente radicata nel territorio e per questo capace di controllarne le vicende criminali, può offrire siffatto "servizio" alle vittime, sostitutivo di quello fornito dallo Stato e che un soggetto, da solo, non potrebbe mai garantire. Per di più, nel caso in esame, come sottolineato dal giudice di appello, le modalità sia della richiesta estorsiva, avanzata materialmente da [OSCURATO:PERSONA] alla presenza costante di [OSCURATO:PERSONA], sia della rapina cui l’imputato ha contribuito materialmente accerchiando la vittima, rivelano la pregnante valenza intimidatoria delle condotte criminose, amplificata dai riferimenti espressi al gruppo familiare di appartenenza, effettuati in più occasioni da [OSCURATO:PERSONA]”. Si deve inoltre rilevare che ai fini della configurabilità dell'aggravante dell'utilizzazione del "metodo mafioso" non è necessario che sia stata dimostrata o contestata l'esistenza di un'associazione per delinquere, essendo sufficiente che la violenza o la minaccia richiamino alla mente ed alla sensibilità del soggetto passivo la forza intimidatrice tipicamente mafiosa del vincolo associativo; la "ratio" sottostante all’art. 416-bis.1 cod. pen. non è solo quella di punire più severamente coloro che commettono reati con il fine di agevolare le associazioni mafiose, ma essenzialmente quella di contrastare in maniera più decisa, data la loro maggiore pericolosità e determinazione criminosa, l'atteggiamento di coloro che, partecipi o non di reati associativi, utilizzino metodi mafiosi, cioè si comportino come mafiosi oppure ostentino, in maniera evidente e provocatoria, una condotta idonea ad esercitare sui soggetti passivi quella particolare coartazione e quella conseguente intimidazione che sono proprie delle organizzazioni della specie considerata; la sentenza impugnata ha correttamente applicato i principi sopra indicati, evidenziando a pag.18 gli elementi in base ai quali è stata ritenuta sussistente la contestata aggravante. 2. Il ricorso proposto nell’interesse di [OSCURATO:PERSONA] è infondato.2.1 Relativamente al concorso del ricorrente nel capo 2) vi è motivazione alle pagine 21 e 22, nelle quali la Corte di appello evidenzia la presenza di [OSCURATO:PERSONA] durante tutte le fasi della estorsione, dalla minaccia fino alla consegna del denaro, che si allontanava soltanto quando l’estorsione era giunta a compimento: la presenza del ricorrente non era quindi casuale, ma aveva il chiaro intento di rafforzare la pretesa estorsiva, rendendo palese alla vittima che la stessa non proveniva da una sola persona, ma dal clan dei [OSCURATO:PERSONA]. 2.2 Anche per quanto riguarda il reato di truffa, deve essere richiamato quanto affermato da questa sezione nella sentenza n. 47094/2023, a proposito dell’analogo motivo di ricorso ivi proposto: “Va ribadito infatti che si ha truffa aggravata ai sensi dell'art. 640, comma secondo, n.2, c.p., quando il danno viene prospettato come possibile ed eventuale e mai proveniente direttamente o indirettamente dall'agente, di modo che la persona offesa non è coartata nella sua volontà, ma si determina all'azione od omissione versando in stato di errore, mentre ricorre il delitto di estorsione quando viene prospettata l'esistenza di un pericolo reale di un accadimento, nel caso di specie dato dal protrarsi dell’atteggiamentominaccioso dei [OSCURATO:PERSONA] se Ladisa non avesse accondisceso a consegnare i soldi, il cui verificarsi è attribuibile, direttamente all'agente ed è tale non da indurre la persona offesa in errore, ma, piuttosto, nel porla nell'alternativa ineluttabile di soggiacere alle richieste dell'agente o di incorrere nel danno minacciato (Sez. 2, n. 46084 del 21/10/2015, Rv. 265362;Sez. 2, n. 24624 del 17/07/2020, Rv. 279492).”; la motivazione della Corte di appello, contenuta a pag.24 della sentenza impugnata, ha correttamente applicato la giurisprudenza sopra richiamata, ponendo l’accento sulla intimidazione posta in essere ai danni dei Ladisa da parte dei [OSCURATO:PERSONA]. 2.3 Il terzo motivo di ricorso propone una rilettura degli elementi fattuali non consentita in questa sede: sono infatti precluse alla Corte di legittimità sia la rilettura degli elementi di fatto posti a fondamento delle decisione impugnata che l’autonoma adozione di nuovi e diversi parametri di ricostruzione e valutazione dei fatti, ritenuti maggiormente plausibili o dotati di una maggiore capacità esplicativa, dovendosi essa limitare al controllo se la motivazione dei giudici di merito sia intrinsecamente razionale e capace di rappresentare e spiegare l’iter logico seguito (Sez. Un., sent. n. 12 del 31/5/2000, Jakani, Rv. 216260). Nel caso in esame non si rinvengono manifeste illogicità nel ragionamento esposto dai giudici della Corte d’appello, in quanto esso risponde ai parametri sopra indicati e risulta, pertanto, tale da sottrarsi al sindacato di questa Corte (cfr. Sez. 1, sent.n. 23568 del 4/5/2016, n.m.): in particolare, la Corte di appello ha enunciato le ragioni per le quali ha ritenuto pienamente attendibile il racconto della persona offesa, precisando anche perché non è stato ritenuto sussistente alcun contrasto tra quanto dichiarato da Ladisa e quanto detto dai collaboratori di giustizia (si vedano le considerazioni contenute a pag. 23 della sentenza impugnata). 2.4 Relativamente alle eccezioni sulla applicabilità dell’art. 416-bis.1 cod. pen., si richiamano le considerazioni espresse al punto 1.4, con l’aggiunta che la motivazione contenuta a pag.21 della sentenza impugnata ha evidenziato che la richiesta estorsiva poggiava sulla opera di mediazione che gli imputati avrebbero potuto attuare per evitare una “guerra tra bande” possibile soltanto a condizione che gli stessi facessero parte a loro volta di un gruppo organizzato. 2.5 Sulla qualificazione giuridica del reato di cui al capo 3) si richiamano le considerazioni espresse al punto 1.2. 2.6 Quanto all’ultimo motivo di ricorso, si deve rilevare che la concessione della circostanza attenuante del danno di speciale tenuità presuppone necessariamente che il pregiudizio cagionato sia lievissimo, ossia di valore economico pressoché irrisorio, e tale non è il caso in esame; le attenuanti generiche sono state negate dalla Corte di appello in considerazione della gravità delle condotte e del ruolo apicale assunto da [OSCURATO:PERSONA] (si veda ultima pagina della sentenza impugnata) con motivazione che, essendo esente da censure, è insindacabile in cassazione. 2
Sentenza Cassazione n. 11790/2025 — Fons Iuris — Fons Iuris