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CassazionesentenzaSezione 5

Cassazione n. 16692/2025

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nunciato la seguente ORDINANZA sulricorso n. r.g. 2 0338 / 20 20 , propost o da: AGENZIA DELLE ENTRATE, in persona del direttore pro tempore , rappresentata e difes a ex lege dall’Avvocatura Generale dello Stato presso la quale è domiciliatain ROMA, [OSCURATO:PERSONA] 12 -ricorrente - contro [OSCURATO:PERSONA] s.r.l. in liquidazione -intimata - avverso la sentenza n. 8/2020della Commissione tributaria regionale della Liguria, depositatail 10 gennaio 2020; udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del 2 1 maggio 2025dal consigliere dott. [OSCURATO:PERSONA] .

Rilevato che:

1. Il 10 marzo 2011 l’Agenzia delle entrate notificò ad [OSCURATO:PERSONA] s.r.l. in liquidazione un avviso di accertamento, a rettifica del reddito ai fini Ires per l’anno d’imposta 2008.

La pretesa impositiva derivava dal rilievo di una plusvalenza di €1.930.000,00 – pari alla differenza fra il valore della partecipazione nella società [OSCURATO:PERSONA] s.r.l., pari ad €2.000.000,00, e il corrispettivo di cessione, pari ad € 70.000,00 – sulla quale non si applicava il beneficio della participation exemption per carenza del requisito richiesto dall’art. 87, comma 1, lett. d), del TUIR, poiché la società partecipante non svolgeva attività commerciale.

L’atto impositivo fu impugnato dalla società innanzi alla Commissione tributaria provinciale della Spezia, che ne riconobbe parzialmente le ragioni, ritenendo legittima la pretesa erariale – in quanto fondata sulla sussistenza di un’ipotesi di abuso del diritto – ma non ravvisando, al contempo, elementi sufficienti per sostenere tale ipotesi.

2. La pronunzia di primo grado fu oggetto di appello principale dell’Amministrazione e di appello incidentale della società, entrambi disattesi dalla C.T.R. della Liguria.

I giudici regionali osservarono che la contestazione dell’Ufficio scaturiva esclusivamente dal fatto che la società partecipata aveva rivalutato il proprio patrimonio immobiliare nel bilancio del 2008; tale rivalutazione, tuttavia, era stata eliminata contabilmente nel 2011, con approvazione di un nuovo bilancio per l’annualità precedente che doveva ritenersi correttamente eseguita e giustificata da previsioni errate di operatività.

3. La sentenza d’appello è stata impugnata dall’Agenzia delle entrate con ricorso per cassazione affidato a un unico motivo.

La società contribuente è rimasta intimata.

Considerato che:

1. Con l’unico motivo di ricorso, l’Amministrazione denunzia falsa applicazione dell’art. 86, comma 1, lett. c), del TUIR.

Secondo l’Agenzia delle entrate, i giudici regionali avrebbero errato nel ritenere insussistente la contestata ipotesi di abuso; al contrario, la ricostruzione dell’operazione posta in essere dalla società evidenziava la sussistenza di una plusvalenza «non realizzata, in quanto trasferita ai soci e pertanto idonea a concorrere alla formazione del reddito».

2. Il motivo è fondato.

2.1. L’art. 86, comma 1 , lett. c ), del d.P.R. n. 917 /19 8 6 prevede che le plusvalenze dei beni relativi all’impresaconcorrono a formare il reddito « se i beni vengono assegnati ai soci o destinati a finalità estranee all’esercizio dell’impresa».

Il successivo comma 3 specifica poi che in tale ipotesi « la plusvalenza è costituita dalla differenza tra il valore normale e il costo non ammortizzato dei beni».

2.2. Secondo quanto affermato dalla giurisprudenza di questa Corte, la previsione in oggetto costituisce una norma di chiusura di carattere antielusivo volta ad impedire lo spostamento di massa imponibile dall’area della imposizione naturale (che è quella della società che possiede i beni) a soggetti terzi (così, fra le altre, Cass.n. 27540/2021; Cass. n. 15753/2020).

Le plusvalenze patrimoniali, in questo caso, si riferiscono ad una componente del reddito di impresa distinta dai ricavi , e costituita, nella maggior parte delle ipotesi, da immobilizzazioni materiali (strumentali o meno al l’esercizio dell’impresa ), la cui destinazione assume rilevanza fiscale in ragione di esigenze di cautela fiscale, cioè per la necessità di impedire che, mediante tale destinazione, una parte dei beni venga sottratta alla formazione del reddito di impresa e al pagamento delle imposte dovute.

In tal senso, significativamente, la stessa giurisprudenza ha precisato (si veda, ad esempio, la prima delle decisioni più sopra richiamate), che spetta al contribuente dimostrare che la destinazione impressa al bene assolveva a finalità diverse da tale scopo sottrattivo.

2.3. Il quadro fattuale pacifico, riportato dall’Agenzia delle entrate nel ricorso, appare in sé indicativo del perseguimento di tale finalità.

I fatti contestati alla società, infatti, consistevano nel rilievo della cessione da parte sua, con contestuali atti pubblici del 26 giugno 2008, delle quote di partecipazione per l’intero capitale sociale di [OSCURATO:PERSONA] s.r.l., agli stessi soggetti che ne costituivano la compagine sociale ovvero a soggetti legati a costoro da stretto vincolo parentale.

La cessione delle quote si era realizzata per un prezzo complessivo di €70.000,00, mentre il valore normale attribuibile all’intera partecipazione oggetto di cessione ammontava a 2 milioni di euro per effetto della rivalutazione operata alla fine dell’esercizio 2008; tale importo corrispondeva al valore del patrimonio netto della società partecipata.

In tale quadro di accadimenti, risulta poi che dopo la notifica dell’atto impositivo alla partecipante, avvenuta il 10 marzo 2011, e segnatamente il 27 aprile successivo, l’assemblea dei soci approvò un nuovo bilancio relativo all’anno di imposta oggetto di accertamento, con eliminazione contabile della rivalutazione.

2.4. La sentenza impugnata non ha scrutinato tali circostanze alla luce dei principi ermeneutici ricavabili dalla giurisprudenza di questa Corte.

In particolare, i giudici d’appello hanno apoditticamente ritenuto che la svalutazione contabile successivamente operata fosse giustificata da «previsioni errate di operatività, non realizzatesi neppure a distanza di anni», senza tenere in considerazione il quadro complessivo dei fatti, alla luce della finalità antielusiva della disposizione applicata.

3. Di conseguenza, il ricorso va accolto e la sentenza impugnata va cassata con rinvio al giudice a quo, affinché provveda al riesame della vicenda alla luce degli indicati principi, liquidando, altresì, le spese del presente giudizio.

P.Q.M La Corte accoglie il ricorso; cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese, alla Corte di giustizia tributaria di secondo grad

Anonimizzato ex art. 52 D.Lgs. 196/2003
nunciato la seguente ORDINANZA sulricorso n. r.g. 2 0338 / 20 20 , propost o da: AGENZIA DELLE ENTRATE, in persona del direttore pro tempore , rappresentata e difes a ex lege dall’Avvocatura Generale dello Stato presso la quale è domiciliatain ROMA, [OSCURATO:PERSONA] 12 -ricorrente - contro [OSCURATO:PERSONA] s.r.l. in liquidazione -intimata - avverso la sentenza n. 8/2020della Commissione tributaria regionale della Liguria, depositatail 10 gennaio 2020; udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del 2 1 maggio 2025dal consigliere dott. [OSCURATO:PERSONA] . Rilevato che: 1. Il 10 marzo 2011 l’Agenzia delle entrate notificò ad [OSCURATO:PERSONA] s.r.l. in liquidazione un avviso di accertamento, a rettifica del reddito ai fini Ires per l’anno d’imposta 2008. La pretesa impositiva derivava dal rilievo di una plusvalenza di €1.930.000,00 – pari alla differenza fra il valore della partecipazione nella società [OSCURATO:PERSONA] s.r.l., pari ad €2.000.000,00, e il corrispettivo di cessione, pari ad € 70.000,00 – sulla quale non si applicava il beneficio della participation exemption per carenza del requisito richiesto dall’art. 87, comma 1, lett. d), del TUIR, poiché la società partecipante non svolgeva attività commerciale. L’atto impositivo fu impugnato dalla società innanzi alla Commissione tributaria provinciale della Spezia, che ne riconobbe parzialmente le ragioni, ritenendo legittima la pretesa erariale – in quanto fondata sulla sussistenza di un’ipotesi di abuso del diritto – ma non ravvisando, al contempo, elementi sufficienti per sostenere tale ipotesi. 2. La pronunzia di primo grado fu oggetto di appello principale dell’Amministrazione e di appello incidentale della società, entrambi disattesi dalla C.T.R. della Liguria. I giudici regionali osservarono che la contestazione dell’Ufficio scaturiva esclusivamente dal fatto che la società partecipata aveva rivalutato il proprio patrimonio immobiliare nel bilancio del 2008; tale rivalutazione, tuttavia, era stata eliminata contabilmente nel 2011, con approvazione di un nuovo bilancio per l’annualità precedente che doveva ritenersi correttamente eseguita e giustificata da previsioni errate di operatività. 3. La sentenza d’appello è stata impugnata dall’Agenzia delle entrate con ricorso per cassazione affidato a un unico motivo. La società contribuente è rimasta intimata. Considerato che: 1. Con l’unico motivo di ricorso, l’Amministrazione denunzia falsa applicazione dell’art. 86, comma 1, lett. c), del TUIR. Secondo l’Agenzia delle entrate, i giudici regionali avrebbero errato nel ritenere insussistente la contestata ipotesi di abuso; al contrario, la ricostruzione dell’operazione posta in essere dalla società evidenziava la sussistenza di una plusvalenza «non realizzata, in quanto trasferita ai soci e pertanto idonea a concorrere alla formazione del reddito». 2. Il motivo è fondato. 2.1. L’art. 86, comma 1 , lett. c ), del d.P.R. n. 917 /19 8 6 prevede che le plusvalenze dei beni relativi all’impresaconcorrono a formare il reddito « se i beni vengono assegnati ai soci o destinati a finalità estranee all’esercizio dell’impresa». Il successivo comma 3 specifica poi che in tale ipotesi « la plusvalenza è costituita dalla differenza tra il valore normale e il costo non ammortizzato dei beni». 2.2. Secondo quanto affermato dalla giurisprudenza di questa Corte, la previsione in oggetto costituisce una norma di chiusura di carattere antielusivo volta ad impedire lo spostamento di massa imponibile dall’area della imposizione naturale (che è quella della società che possiede i beni) a soggetti terzi (così, fra le altre, Cass.n. 27540/2021; Cass. n. 15753/2020). Le plusvalenze patrimoniali, in questo caso, si riferiscono ad una componente del reddito di impresa distinta dai ricavi , e costituita, nella maggior parte delle ipotesi, da immobilizzazioni materiali (strumentali o meno al l’esercizio dell’impresa ), la cui destinazione assume rilevanza fiscale in ragione di esigenze di cautela fiscale, cioè per la necessità di impedire che, mediante tale destinazione, una parte dei beni venga sottratta alla formazione del reddito di impresa e al pagamento delle imposte dovute. In tal senso, significativamente, la stessa giurisprudenza ha precisato (si veda, ad esempio, la prima delle decisioni più sopra richiamate), che spetta al contribuente dimostrare che la destinazione impressa al bene assolveva a finalità diverse da tale scopo sottrattivo. 2.3. Il quadro fattuale pacifico, riportato dall’Agenzia delle entrate nel ricorso, appare in sé indicativo del perseguimento di tale finalità. I fatti contestati alla società, infatti, consistevano nel rilievo della cessione da parte sua, con contestuali atti pubblici del 26 giugno 2008, delle quote di partecipazione per l’intero capitale sociale di [OSCURATO:PERSONA] s.r.l., agli stessi soggetti che ne costituivano la compagine sociale ovvero a soggetti legati a costoro da stretto vincolo parentale. La cessione delle quote si era realizzata per un prezzo complessivo di €70.000,00, mentre il valore normale attribuibile all’intera partecipazione oggetto di cessione ammontava a 2 milioni di euro per effetto della rivalutazione operata alla fine dell’esercizio 2008; tale importo corrispondeva al valore del patrimonio netto della società partecipata. In tale quadro di accadimenti, risulta poi che dopo la notifica dell’atto impositivo alla partecipante, avvenuta il 10 marzo 2011, e segnatamente il 27 aprile successivo, l’assemblea dei soci approvò un nuovo bilancio relativo all’anno di imposta oggetto di accertamento, con eliminazione contabile della rivalutazione. 2.4. La sentenza impugnata non ha scrutinato tali circostanze alla luce dei principi ermeneutici ricavabili dalla giurisprudenza di questa Corte. In particolare, i giudici d’appello hanno apoditticamente ritenuto che la svalutazione contabile successivamente operata fosse giustificata da «previsioni errate di operatività, non realizzatesi neppure a distanza di anni», senza tenere in considerazione il quadro complessivo dei fatti, alla luce della finalità antielusiva della disposizione applicata. 3. Di conseguenza, il ricorso va accolto e la sentenza impugnata va cassata con rinvio al giudice a quo, affinché provveda al riesame della vicenda alla luce degli indicati principi, liquidando, altresì, le spese del presente giudizio. P.Q.M La Corte accoglie il ricorso; cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese, alla Corte di giustizia tributaria di secondo grad