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CassazionesentenzaSezione 5

Cassazione n. 04712/2024

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a seguente ORDINANZA sul ricorso proposto da AGENZIA delle ENTRATE, in persona del Direttore pro tempore, domiciliata in Roma, alla via dei Portoghesi n.12 presso gli Uffici dell’Avvocatura Generale dello Stato dalla quale è rappresentata e difesa -ricorrente- contro [OSCURATO:PERSONA] -intimato- avverso la sentenza n. 1280 / 1/ 15 della C ommissione T ributaria Regionale della Toscana , depositata il 13 luglio 2015 ; Rilevato che: con ricorso per c assazione affidato a un motivo, nei cui confronti il contribuente non ha spiegato difese , l'Agenzia delle entrate impugnava Tributi la sentenza della C.T.R. della Toscana, indicata in epigrafe, relativa ad un avviso d'accertamento Irpef per l'anno 2009 e 2010, effettuato nei confronti di una societ̀ in accomandita semplice, di cui il contribuente era socio accomandante ; avviso che era divenuto definitivo nei confronti della societ̀ per omessa impugnazione, e imputato "per trasparenza", ex art. 5 TUIR, nei confronti del contribuente in proporzione alla quota societaria dallostesso detenut a , ed annullato in riferimento all'irrogazione delle sanzioni, dalla C.T.P. con sentenza confermata dalla C.T.R., denunciando la violazione dell'art. 1, comma 2, del d.lgs. n. 471 del 19 97, degli artt. 2 e 5 del d.lgs. n. 472/97, dell'art. 5 D.P.R. n. 917/86, degli artt. 2320 e 2697 c.c. e dell'art. 115 c.p.c., il tutto in relazione all'art. 360 primo comma n. 3 c.p.c., in quanto erroneamente i giudici d'appello avevano ritenuto che al contribuente non fosse imputabile alcun coefficiente di dolo o colpa per il maggior reddito accertato in capo alla societ̀̀ , e quindi, non gli dovessero essere addebitate le sanzioni previste, poiché́ l'omesso controllo non sarebbe dipeso da negligenza o complicit ̀̀ , ma nella comprensibile fiducia nell'agire dei suoi familiari, anch'essi soci nei quali era concentrato il potere gestionale, al quale era estranea, anche per formazione professionale.

Il ricorso èfondato.

Va, infatti, ribadito il principio, reiteratamente affermato da questa Corte (Cass. n. 22122/2010; Cass. n. 3011/2007; Cass.n.11997/2006), secondo cui "il maggior reddito risultante dalla rettifica operata nei confronti di una societ̀̀ di persone - reddito che, a norma del D.P.R. 22dicembre 1986, n. 917, art. 5, va imputato al socio ai fini dell'IRPEF, in proporzione della relativa quota di partecipazione, comporta anche l'applicazione allo stesso socio della sanzione per infedele dichiarazione prevista dal D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, art. 46" (ora d.lgs. n. 471/1997).

Ci ̀ vale anche per il socio accomandante di societ̀̀ in accomandita semplice, essendo irrilevante l'estraneit̀̀ di tali soci all'amministrazione della societ ̀̀ , in quanto ad essi è sempre consentito di verificare l'effettivo ammontare degli utili conseguiti: la sanzione, quindi, non viene irrogata all'accomandante sulla base della mera volontariet̀̀ , in contrasto con l'elemento della colpevolezza introdotto dal D.Lgs. 18 dicembre 1997, n. 472, art. 5 , in quanto, nel suo caso, la colpa consiste nell'omesso od insufficiente esercizio del potere di controllo sull'esattezza dei bilanci della societ̀̀ , ai sensi dell'art. 2320 cod. civ., u. c. ( cfr. Cass., 19456/200 9: "ove il socio di societ̀̀ di persone non abbia dichiarato, per la parte di sua spettanza, il reddito societario risultante dalla rettifica operata dall'Amministrazione a carico della societ̀̀ risponde delle sanzioni per l'infedele dichiarazione, atteso che la loro applicazione trova causa nella dichiarazione di un reddito inferiore a quello imponibile e che il socio non pù̀ farsi scudo della societ ̀̀ , attribuendo esclusivamente ad essa la violazione fiscale, atteso che la sua posizione nell'ambito della compagine sociale, tanto nel caso in cui non rivesta la carica di amministratore, quanto, a maggior ragione, qualora come la rivesta, gli consente il controllo dell'attivit̀̀ della societ ̀̀ e della sua contabilit ̀̀ e, quindi , di verificare l'effettivo ammontare del suo reddito e, pertanto, degli utili conseguiti in proporzione alla propria quota di partecipazione(Cass. n. 2699 del 2002; Cass. n. 2554 del 1997; Cass.

S. U. n. 125 del 1993)" (così Cass. n. 10501/14, Cass. n. 22122/10; Cass.n.22011/2017).

Nel caso di specie, in assenza di cause di non punibilit̀̀ , ex art. 6 del d.lgs. n. 472/97, oppure di disapplicazione, ex art. 8 del d.lgs. n. 546/92, la decisione dei giudici d'appello èstata adottata in violazione dell'art. 5 TUIR e dell'art. 2320 c.c., poiché́, in virtù̀di tali disposizioni, il socio non solo èin grado di conoscere i rilievi e gli accertamenti fiscali effettuati nei confronti della societ̀̀ ma il reddito di partecipazione è considerato suo reddito personale, indipendentemente dalla mancata contabilizzazione dei ricavi e dei metodi utilizzati dalla societ̀̀ per realizzarli, fermo restando il diritto del socio di agire nei confronti della societ̀̀ in sede civile ordinaria per recuperare la quota di utili a lui spettante, nonché́ l'esclusione della sua responsabilit ̀̀ qualora sia dimostrata la sua buona fede (Cass. n. 11989/15).

Nella vicenda, pertanto, la qualit̀̀ di socio accomandante del contribuente non ha fatto venir meno l'imputabilit̀̀ all o stess o , quantomeno per colpa, del maggior reddito accertato, di cui ha beneficiato per l'incremento di ricchezza della societ ̀̀ .

Il fatto che il contribuente avesse una formazione professionale estranea alla materia societaria non rileva, in quanto avrebbe potuto esercitare i suoi diritti amministrativi con l'ausilio di soggetti reputati competenti ed accettando la veste giuridica di socia accomandante, ne ha inevitabilmente assunto i diritti gli obblighi e le responsabilit̀̀ connesse all a posizione societaria ricoperta.

Va, conseguentemente accolto il ricorso, cassata l'impugnata sentenza e, non essendo necessari ulteriori accertamenti in fatto, la controversia può essere decisa nel meritocon il rigetto del l'originario ricorso introduttivo.

Le peculiarietàdella vicenda processuale inducono a compensare le spese dei gradi di merito, ponendosi, invece, a carico dell’intimato, soccombente, le spese del giudizio di legittimit ̀̀ nella misura come liquidata in dispositivo.

PQM Accoglie il ricorso, cassa l'impugnata sentenza e, decidendo nel merito,rigetta il ricorso introduttivo proposto dal contribuente.

Dichiara compensate le spese del giudizio di merito e condanna l’intimato al pagamento in favore della ricorrente delle spese del giudizio di legittimit̀̀ che liquida in € 5.00 0,00 oltre spese prenotate a de

Anonimizzato ex art. 52 D.Lgs. 196/2003
a seguente ORDINANZA sul ricorso proposto da AGENZIA delle ENTRATE, in persona del Direttore pro tempore, domiciliata in Roma, alla via dei Portoghesi n.12 presso gli Uffici dell’Avvocatura Generale dello Stato dalla quale è rappresentata e difesa -ricorrente- contro [OSCURATO:PERSONA] -intimato- avverso la sentenza n. 1280 / 1/ 15 della C ommissione T ributaria Regionale della Toscana , depositata il 13 luglio 2015 ; Rilevato che: con ricorso per c assazione affidato a un motivo, nei cui confronti il contribuente non ha spiegato difese , l'Agenzia delle entrate impugnava Tributi la sentenza della C.T.R. della Toscana, indicata in epigrafe, relativa ad un avviso d'accertamento Irpef per l'anno 2009 e 2010, effettuato nei confronti di una societ̀ in accomandita semplice, di cui il contribuente era socio accomandante ; avviso che era divenuto definitivo nei confronti della societ̀ per omessa impugnazione, e imputato "per trasparenza", ex art. 5 TUIR, nei confronti del contribuente in proporzione alla quota societaria dallostesso detenut a , ed annullato in riferimento all'irrogazione delle sanzioni, dalla C.T.P. con sentenza confermata dalla C.T.R., denunciando la violazione dell'art. 1, comma 2, del d.lgs. n. 471 del 19 97, degli artt. 2 e 5 del d.lgs. n. 472/97, dell'art. 5 D.P.R. n. 917/86, degli artt. 2320 e 2697 c.c. e dell'art. 115 c.p.c., il tutto in relazione all'art. 360 primo comma n. 3 c.p.c., in quanto erroneamente i giudici d'appello avevano ritenuto che al contribuente non fosse imputabile alcun coefficiente di dolo o colpa per il maggior reddito accertato in capo alla societ̀̀ , e quindi, non gli dovessero essere addebitate le sanzioni previste, poiché́ l'omesso controllo non sarebbe dipeso da negligenza o complicit ̀̀ , ma nella comprensibile fiducia nell'agire dei suoi familiari, anch'essi soci nei quali era concentrato il potere gestionale, al quale era estranea, anche per formazione professionale. Il ricorso èfondato. Va, infatti, ribadito il principio, reiteratamente affermato da questa Corte (Cass. n. 22122/2010; Cass. n. 3011/2007; Cass.n.11997/2006), secondo cui "il maggior reddito risultante dalla rettifica operata nei confronti di una societ̀̀ di persone - reddito che, a norma del D.P.R. 22dicembre 1986, n. 917, art. 5, va imputato al socio ai fini dell'IRPEF, in proporzione della relativa quota di partecipazione, comporta anche l'applicazione allo stesso socio della sanzione per infedele dichiarazione prevista dal D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, art. 46" (ora d.lgs. n. 471/1997). Ci ̀ vale anche per il socio accomandante di societ̀̀ in accomandita semplice, essendo irrilevante l'estraneit̀̀ di tali soci all'amministrazione della societ ̀̀ , in quanto ad essi è sempre consentito di verificare l'effettivo ammontare degli utili conseguiti: la sanzione, quindi, non viene irrogata all'accomandante sulla base della mera volontariet̀̀ , in contrasto con l'elemento della colpevolezza introdotto dal D.Lgs. 18 dicembre 1997, n. 472, art. 5 , in quanto, nel suo caso, la colpa consiste nell'omesso od insufficiente esercizio del potere di controllo sull'esattezza dei bilanci della societ̀̀ , ai sensi dell'art. 2320 cod. civ., u. c. ( cfr. Cass., 19456/200 9: "ove il socio di societ̀̀ di persone non abbia dichiarato, per la parte di sua spettanza, il reddito societario risultante dalla rettifica operata dall'Amministrazione a carico della societ̀̀ risponde delle sanzioni per l'infedele dichiarazione, atteso che la loro applicazione trova causa nella dichiarazione di un reddito inferiore a quello imponibile e che il socio non pù̀ farsi scudo della societ ̀̀ , attribuendo esclusivamente ad essa la violazione fiscale, atteso che la sua posizione nell'ambito della compagine sociale, tanto nel caso in cui non rivesta la carica di amministratore, quanto, a maggior ragione, qualora come la rivesta, gli consente il controllo dell'attivit̀̀ della societ ̀̀ e della sua contabilit ̀̀ e, quindi , di verificare l'effettivo ammontare del suo reddito e, pertanto, degli utili conseguiti in proporzione alla propria quota di partecipazione(Cass. n. 2699 del 2002; Cass. n. 2554 del 1997; Cass. S. U. n. 125 del 1993)" (così Cass. n. 10501/14, Cass. n. 22122/10; Cass.n.22011/2017). Nel caso di specie, in assenza di cause di non punibilit̀̀ , ex art. 6 del d.lgs. n. 472/97, oppure di disapplicazione, ex art. 8 del d.lgs. n. 546/92, la decisione dei giudici d'appello èstata adottata in violazione dell'art. 5 TUIR e dell'art. 2320 c.c., poiché́, in virtù̀di tali disposizioni, il socio non solo èin grado di conoscere i rilievi e gli accertamenti fiscali effettuati nei confronti della societ̀̀ ma il reddito di partecipazione è considerato suo reddito personale, indipendentemente dalla mancata contabilizzazione dei ricavi e dei metodi utilizzati dalla societ̀̀ per realizzarli, fermo restando il diritto del socio di agire nei confronti della societ̀̀ in sede civile ordinaria per recuperare la quota di utili a lui spettante, nonché́ l'esclusione della sua responsabilit ̀̀ qualora sia dimostrata la sua buona fede (Cass. n. 11989/15). Nella vicenda, pertanto, la qualit̀̀ di socio accomandante del contribuente non ha fatto venir meno l'imputabilit̀̀ all o stess o , quantomeno per colpa, del maggior reddito accertato, di cui ha beneficiato per l'incremento di ricchezza della societ ̀̀ . Il fatto che il contribuente avesse una formazione professionale estranea alla materia societaria non rileva, in quanto avrebbe potuto esercitare i suoi diritti amministrativi con l'ausilio di soggetti reputati competenti ed accettando la veste giuridica di socia accomandante, ne ha inevitabilmente assunto i diritti gli obblighi e le responsabilit̀̀ connesse all a posizione societaria ricoperta. Va, conseguentemente accolto il ricorso, cassata l'impugnata sentenza e, non essendo necessari ulteriori accertamenti in fatto, la controversia può essere decisa nel meritocon il rigetto del l'originario ricorso introduttivo. Le peculiarietàdella vicenda processuale inducono a compensare le spese dei gradi di merito, ponendosi, invece, a carico dell’intimato, soccombente, le spese del giudizio di legittimit ̀̀ nella misura come liquidata in dispositivo. PQM Accoglie il ricorso, cassa l'impugnata sentenza e, decidendo nel merito,rigetta il ricorso introduttivo proposto dal contribuente. Dichiara compensate le spese del giudizio di merito e condanna l’intimato al pagamento in favore della ricorrente delle spese del giudizio di legittimit̀̀ che liquida in € 5.00 0,00 oltre spese prenotate a de
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