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CassazionesentenzaSezione L

Cassazione n. 03456/2026

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a seguente ORDINANZA sul ricorso 6441-2025 proposto da: [OSCURATO:PERSONA], in persona del Presidente e legale rappresentante pro tempore, rappresentata e difesa dall’avvocato [OSCURATO:PERSONA]; -ricorrente - contro [OSCURATO:PERSONA], [OSCURATO:PERSONA], rappresentati e difesi dagli avvocati [OSCURATO:PERSONA], [OSCURATO:PERSONA]; -controricorrenti- avverso la sentenza n. 758/2024 della CORTE D'APPELLO di MILANO, depositata il 10/10/2024 R.G.N. 482/2024; udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del 18/12/2025 dal Consigliere [OSCURATO:PERSONA]. [OSCURATO:PERSONA]. [OSCURATO:PERSONA] forense rivalutazione istat R.G.N.6441/2025 Cron.

Rep.

Ud.18/12/2025 RILEVATOCHE In parziale riforma della pronuncia di primo grado, la Corte d’appello di Milano accoglieva la domanda di [OSCURATO:PERSONA] e [OSCURATO:PERSONA], esercenti la professione di avvocato, volta alla riliquidazione della sua pensione di vecchiaia e del relativo supplemento previa rivalutazione dei propri redditi a partire dal 1980 secondo l’indice medio annuo ISTAT dell’anno 1980, relativo alla svalutazione intercorsa tra il 1979 e il 1980 (pari al 21,1%), anziché a partire dal 1981 secondo l’indice medio annuo ISTAT dell’anno 1981, relativo alla svalutazione intercorsa tra il 1980 e il 1981 (pari al 18,7%), come fatto invece dalla [OSCURATO:PERSONA] di Previdenza e [OSCURATO:PERSONA].

Riteneva la Corte che l’art.27, ult. co. l. n.576/80 si applicasse anche alle pensioni maturate successivamente al 1980; né la riliquidazione poteva essere negata per il fatto che non fosse stato pagato il maggior importo della contribuzione parametrato alla rivalutazione decorrente dal 1980 anziché dal 1981.

Avverso la sentenza, la Cassa ricorre per tre motivi, illustrati da memoria.

I professionisti resistono con controricorso, illustrato da memoria.

All’odierna adunanza camerale, il collegio riservava il termine di 60 giorni per il deposito del presente provvedimento. [OSCURATO:PERSONA] Con il primo motivo di ricorso, la Cassa deduce violazione e falsa applicazione degli artt.2, 10, 15, 16, 26, 27 l. n.576/80 e 2116 c.c., per non avere la Corte ritenuto che la rivalutazione decorresse dal 1980.

Con il secondo motivo di ricorso, la Cassa deduce violazione e falsa applicazione degli artt.10, 11, 19 l. n.576/80, dell’art.3, co.9 l. n.335/95, nonché dell’art.66 l. n.247/12, per avere la Corte respinto la domanda della Cassa di pagamento dei contributi non pagati, negando che si trattasse di omissione contributiva.

Con il terzomotivo di ricorso, la Cassa deduce violazione e falsa applicazione degli artt.2, 10, 19l. n.576/80, 3 l. n.335/95, per avere la Corte riliquidato il trattamento pensionistico nonostante non fossero stati versati i maggiori contributi dovuti a seguito di rivalutazione decorrente dal 1980.

Preliminarmente vanno respinte le eccezioni di inammissibilità del ricorso avanzate dai controricorrenti.

Per un verso, il ricorso è sufficientemente specifico nell’indicare con chiarezza le censure addotte alla sentenza impugnata e le ragioni per le quali essa sarebbe errata.

Per altro verso, i l richiamo all’art.360 - bis, n.1 c.p.c. appare inconferente posto che vari precedenti di questa Corte sul tema sono intervenuti successivamente alla proposizione del ricorso, sicché può dirsi che l’orientamento di legittimità in materia si è formato solo in seguito al ricorso.

Tanto premesso, il primo motivo è infondato.

Si richiamano qui le pronunce recentemente rese da questa Corte in analoghe controversie (tra le tante v.

Cass.22836/25, Cass.24639/25), dalle quale non v’è motivo di discostarsi.

In particolare, è stato affermato che l’entità dei redditi da assumere per il calcolo della media di riferimento ai fini delle pensioni di vecchiaia maturate dal 1° gennaio 1982, va rivalutata a partire dall’anno di entrata in vigore della legge n.576/80 ai sensi dell’art.27, co.4 della stessa legge, e quindi dal 1980, applicando l’indice medio annuo ISTAT dell’anno 1980, relativo alla svalutazione intercorsa tra il 1979 e il 1980.

Tale conclusione non è smentita dalla sentenza di questa Corte a sezioni unite n.7281/04, nella parte in cui assume invece a riferimento l’indice ISTAT del 1981 relativo al 1980, poiché la pronuncia a sezioni unite ha riguardato la tematica della rivalutazione delle pensioni, ai sensi dell’art.16, co.1, non già la rivalutazione dei redditi (art.15), su cui calcolare l’ammontare della pensione secondo il sistema retributivo.

Nel caso di specie, invece, si tratta non di rivalutare le pensioni a far tempo dal primo anno successivo alla maturazione del diritto, previa delibera del consiglio di amministrazione della Cassa (commi 1 e 3 dell’art.16), ma di rivalutare i redditi, già prima della maturazione del diritto a pensione e già a partire dal 1980, anno di entrata in vigore della legge, per i redditi maturati a partire dal 1980.

Infine, è stato aggiunto nelle citate sentenze che,secondo l’art.27, co.2 l. n.576/80 , la prima tabella di cui all’art.15, co.2 –ovvero la tabella dei coefficienti di rivalutazione dei redditi redatta dal consiglio di amministrazione della Cassa entro il 31 maggio di ogni anno sulla base dei dati ISTAT –è redatta entro quattro mesi dall'entrata in vigore della presente legge, sicché deve essere redatta entro 4 mesi decorrenti dal 12.10.80, ovvero entro il 12.2.81, e quindi essa non può che prendere a riferimento l’indice medio ISTAT registrato nel 1980 sulla base della svalutazione intercorsa tra il 1979 e il 1980, non l’indice ISTAT del 1981, il quale, essendo un indice medio annuo riferito all’intero anno solare, va assunto a riferimento solo al termine dell’anno 1981, anziché già dal

12.2.81. Il secondo e terzo motivo possono essere trattati congiuntamente data la loro intima connessione, e sono fondati.

Sempre il citato orientamento (Cass.22836/25, Cass.24639/25) ha affermato che i redditi da prendere a riferimento per il calcolo della pensione di vecchiaia, ai sensi dell’art.2 l. n.576/80, sono quelli coperti da contribuzione “effettivamente versata”, sicché, in caso di applicazione su tali redditi di un coefficiente di rivalutazione ISTAT inferiore a quello dovuto, con corrispondente minor contribuzione versata ai sensi degli artt.10 e 16, co.4, la pensione di vecchiaia va calcolata prendendo a riferimento i redditi rivalutati secondo il minor coefficiente applicato, anziché secondo quello maggiore dovuto.

In particolare, si è osservato che la rivalutazione èparte integrante del reddito, di cui condivide la stessa natura, con la conseguenza che, ai fini dell’obbligo contributivo, così come ai fini del calcolo della prestazione secondo il metodo retributivo, importa non il reddito dichiarato, ma il reddito dichiarato ai fini IRPEF rivalutato.

Tanto si desume dall’art.16, co.4, secondo cui il contributo soggettivo minimo (art.10, co.2) è aumentato periodicamente proprio in relazione alla variazione dell’indiceISTAT; per il contributo soggettivo dell’art.10, co.1 l. n.576/80, invece, l’incidenza della rivalutazione sull’obbligo contributivo opera a mezzo della rivalutazione del reddito.

Deve quindi concludersi per l’esistenza di una violazione dell’obbligazione contributiva.

Vertendosi in tema di responsabilità contrattuale, occorre aggiungere che al creditore basta allegare l’inadempimento (v.

Cass., sez. un., n.13533/01), mentre incombe sul debitore dimostrare di aver fatto tutto il possibile per adempiere.

Circa la prova liberatoria, va ricordato l’orientamento giurisprudenziale secondo cui l’errore circa la convinzione di non essere obbligati (nel caso di specie, la convinzione di essere obbligati per una minor misura dell’obbligo contributivo in relazione a quanto preteso dalla Cassa), può valere come causa non imputabile di inadempimento ex art.1218 c.c. ove si tratti di errore non vincibile con la dovuta diligenza (Cass.1003/86, Cass.2586/86, Cass.7729/04).

Pertenendo il tema alla prova liberatoria, non indagato dalla sentenza impugnata, il relativo accertamento andrà quindi valutato in sede di giudizio di rinvio.

Una volta stabilita la sussistenza di un inadempimento (parziale), va aggiunto che essoincide sulla misura della pensione, in quanto ilreddito da considerare ai fini del calcolo della pensione, e dichiarato ai fini IRPEF, è solo quello su cui si sono versati “effettivamente” i contributi (art.2 l. n.576/80).

È in ragione dell’assenza della regola di automaticità delle prestazioni che si giustifica la conclusione per cui, inadempiuto (in parte) l’obbligo contributivo, non v’è diritto ad una prestazione chenon sia sorretta nel suo quantum dall’adempimento di tale obbligo, dovendo la contribuzione essere sempre “effettivamente” versata.

Del resto, proprio l’assenza della regola di automaticità delle prestazioni dà ragione dell’irrilevanza della maturata prescrizione: il fatto che la Cassa abbia lasciato prescrivere il proprio credito contributivo non dà comunque diritto alla prestazione pensionistica maggiorata nel quantum, allo stesso modo per cui, non operando più l’art.2116 c.c. una volta maturata la prescrizione contributiva entro il sistema dell’AGO, il lavoratore non ha comunque diritto ad ottenere la prestazione dall’Inps, quanto piuttosto il risarcimento dei danni.

Ovviamente, per i periodi non prescritti, l’inadempimento legittima la pretesa di adempimento, salva la prova liberatoria ex art.1218 c.c. di cui sopra s’è detto.

In conclusione, vannoaccolti il secondo e terzo motivo di ricorso, con cassazione della sentenza impugnata e rinvio alla Corte d’appello di Milano , in diversa composizione, anche per le spese di lite del presente giudizio.

P.Q.M La Corte accoglie il secondo e terzo motivo

Anonimizzato ex art. 52 D.Lgs. 196/2003
a seguente ORDINANZA sul ricorso 6441-2025 proposto da: [OSCURATO:PERSONA], in persona del Presidente e legale rappresentante pro tempore, rappresentata e difesa dall’avvocato [OSCURATO:PERSONA]; -ricorrente - contro [OSCURATO:PERSONA], [OSCURATO:PERSONA], rappresentati e difesi dagli avvocati [OSCURATO:PERSONA], [OSCURATO:PERSONA]; -controricorrenti- avverso la sentenza n. 758/2024 della CORTE D'APPELLO di MILANO, depositata il 10/10/2024 R.G.N. 482/2024; udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del 18/12/2025 dal Consigliere [OSCURATO:PERSONA]. [OSCURATO:PERSONA]. [OSCURATO:PERSONA] forense rivalutazione istat R.G.N.6441/2025 Cron. Rep. Ud.18/12/2025 RILEVATOCHE In parziale riforma della pronuncia di primo grado, la Corte d’appello di Milano accoglieva la domanda di [OSCURATO:PERSONA] e [OSCURATO:PERSONA], esercenti la professione di avvocato, volta alla riliquidazione della sua pensione di vecchiaia e del relativo supplemento previa rivalutazione dei propri redditi a partire dal 1980 secondo l’indice medio annuo ISTAT dell’anno 1980, relativo alla svalutazione intercorsa tra il 1979 e il 1980 (pari al 21,1%), anziché a partire dal 1981 secondo l’indice medio annuo ISTAT dell’anno 1981, relativo alla svalutazione intercorsa tra il 1980 e il 1981 (pari al 18,7%), come fatto invece dalla [OSCURATO:PERSONA] di Previdenza e [OSCURATO:PERSONA]. Riteneva la Corte che l’art.27, ult. co. l. n.576/80 si applicasse anche alle pensioni maturate successivamente al 1980; né la riliquidazione poteva essere negata per il fatto che non fosse stato pagato il maggior importo della contribuzione parametrato alla rivalutazione decorrente dal 1980 anziché dal 1981. Avverso la sentenza, la Cassa ricorre per tre motivi, illustrati da memoria. I professionisti resistono con controricorso, illustrato da memoria. All’odierna adunanza camerale, il collegio riservava il termine di 60 giorni per il deposito del presente provvedimento. [OSCURATO:PERSONA] Con il primo motivo di ricorso, la Cassa deduce violazione e falsa applicazione degli artt.2, 10, 15, 16, 26, 27 l. n.576/80 e 2116 c.c., per non avere la Corte ritenuto che la rivalutazione decorresse dal 1980. Con il secondo motivo di ricorso, la Cassa deduce violazione e falsa applicazione degli artt.10, 11, 19 l. n.576/80, dell’art.3, co.9 l. n.335/95, nonché dell’art.66 l. n.247/12, per avere la Corte respinto la domanda della Cassa di pagamento dei contributi non pagati, negando che si trattasse di omissione contributiva. Con il terzomotivo di ricorso, la Cassa deduce violazione e falsa applicazione degli artt.2, 10, 19l. n.576/80, 3 l. n.335/95, per avere la Corte riliquidato il trattamento pensionistico nonostante non fossero stati versati i maggiori contributi dovuti a seguito di rivalutazione decorrente dal 1980. Preliminarmente vanno respinte le eccezioni di inammissibilità del ricorso avanzate dai controricorrenti. Per un verso, il ricorso è sufficientemente specifico nell’indicare con chiarezza le censure addotte alla sentenza impugnata e le ragioni per le quali essa sarebbe errata. Per altro verso, i l richiamo all’art.360 - bis, n.1 c.p.c. appare inconferente posto che vari precedenti di questa Corte sul tema sono intervenuti successivamente alla proposizione del ricorso, sicché può dirsi che l’orientamento di legittimità in materia si è formato solo in seguito al ricorso. Tanto premesso, il primo motivo è infondato. Si richiamano qui le pronunce recentemente rese da questa Corte in analoghe controversie (tra le tante v. Cass.22836/25, Cass.24639/25), dalle quale non v’è motivo di discostarsi. In particolare, è stato affermato che l’entità dei redditi da assumere per il calcolo della media di riferimento ai fini delle pensioni di vecchiaia maturate dal 1° gennaio 1982, va rivalutata a partire dall’anno di entrata in vigore della legge n.576/80 ai sensi dell’art.27, co.4 della stessa legge, e quindi dal 1980, applicando l’indice medio annuo ISTAT dell’anno 1980, relativo alla svalutazione intercorsa tra il 1979 e il 1980. Tale conclusione non è smentita dalla sentenza di questa Corte a sezioni unite n.7281/04, nella parte in cui assume invece a riferimento l’indice ISTAT del 1981 relativo al 1980, poiché la pronuncia a sezioni unite ha riguardato la tematica della rivalutazione delle pensioni, ai sensi dell’art.16, co.1, non già la rivalutazione dei redditi (art.15), su cui calcolare l’ammontare della pensione secondo il sistema retributivo. Nel caso di specie, invece, si tratta non di rivalutare le pensioni a far tempo dal primo anno successivo alla maturazione del diritto, previa delibera del consiglio di amministrazione della Cassa (commi 1 e 3 dell’art.16), ma di rivalutare i redditi, già prima della maturazione del diritto a pensione e già a partire dal 1980, anno di entrata in vigore della legge, per i redditi maturati a partire dal 1980. Infine, è stato aggiunto nelle citate sentenze che,secondo l’art.27, co.2 l. n.576/80 , la prima tabella di cui all’art.15, co.2 –ovvero la tabella dei coefficienti di rivalutazione dei redditi redatta dal consiglio di amministrazione della Cassa entro il 31 maggio di ogni anno sulla base dei dati ISTAT –è redatta entro quattro mesi dall'entrata in vigore della presente legge, sicché deve essere redatta entro 4 mesi decorrenti dal 12.10.80, ovvero entro il 12.2.81, e quindi essa non può che prendere a riferimento l’indice medio ISTAT registrato nel 1980 sulla base della svalutazione intercorsa tra il 1979 e il 1980, non l’indice ISTAT del 1981, il quale, essendo un indice medio annuo riferito all’intero anno solare, va assunto a riferimento solo al termine dell’anno 1981, anziché già dal 12.2.81. Il secondo e terzo motivo possono essere trattati congiuntamente data la loro intima connessione, e sono fondati. Sempre il citato orientamento (Cass.22836/25, Cass.24639/25) ha affermato che i redditi da prendere a riferimento per il calcolo della pensione di vecchiaia, ai sensi dell’art.2 l. n.576/80, sono quelli coperti da contribuzione “effettivamente versata”, sicché, in caso di applicazione su tali redditi di un coefficiente di rivalutazione ISTAT inferiore a quello dovuto, con corrispondente minor contribuzione versata ai sensi degli artt.10 e 16, co.4, la pensione di vecchiaia va calcolata prendendo a riferimento i redditi rivalutati secondo il minor coefficiente applicato, anziché secondo quello maggiore dovuto. In particolare, si è osservato che la rivalutazione èparte integrante del reddito, di cui condivide la stessa natura, con la conseguenza che, ai fini dell’obbligo contributivo, così come ai fini del calcolo della prestazione secondo il metodo retributivo, importa non il reddito dichiarato, ma il reddito dichiarato ai fini IRPEF rivalutato. Tanto si desume dall’art.16, co.4, secondo cui il contributo soggettivo minimo (art.10, co.2) è aumentato periodicamente proprio in relazione alla variazione dell’indiceISTAT; per il contributo soggettivo dell’art.10, co.1 l. n.576/80, invece, l’incidenza della rivalutazione sull’obbligo contributivo opera a mezzo della rivalutazione del reddito. Deve quindi concludersi per l’esistenza di una violazione dell’obbligazione contributiva. Vertendosi in tema di responsabilità contrattuale, occorre aggiungere che al creditore basta allegare l’inadempimento (v. Cass., sez. un., n.13533/01), mentre incombe sul debitore dimostrare di aver fatto tutto il possibile per adempiere. Circa la prova liberatoria, va ricordato l’orientamento giurisprudenziale secondo cui l’errore circa la convinzione di non essere obbligati (nel caso di specie, la convinzione di essere obbligati per una minor misura dell’obbligo contributivo in relazione a quanto preteso dalla Cassa), può valere come causa non imputabile di inadempimento ex art.1218 c.c. ove si tratti di errore non vincibile con la dovuta diligenza (Cass.1003/86, Cass.2586/86, Cass.7729/04). Pertenendo il tema alla prova liberatoria, non indagato dalla sentenza impugnata, il relativo accertamento andrà quindi valutato in sede di giudizio di rinvio. Una volta stabilita la sussistenza di un inadempimento (parziale), va aggiunto che essoincide sulla misura della pensione, in quanto ilreddito da considerare ai fini del calcolo della pensione, e dichiarato ai fini IRPEF, è solo quello su cui si sono versati “effettivamente” i contributi (art.2 l. n.576/80). È in ragione dell’assenza della regola di automaticità delle prestazioni che si giustifica la conclusione per cui, inadempiuto (in parte) l’obbligo contributivo, non v’è diritto ad una prestazione chenon sia sorretta nel suo quantum dall’adempimento di tale obbligo, dovendo la contribuzione essere sempre “effettivamente” versata. Del resto, proprio l’assenza della regola di automaticità delle prestazioni dà ragione dell’irrilevanza della maturata prescrizione: il fatto che la Cassa abbia lasciato prescrivere il proprio credito contributivo non dà comunque diritto alla prestazione pensionistica maggiorata nel quantum, allo stesso modo per cui, non operando più l’art.2116 c.c. una volta maturata la prescrizione contributiva entro il sistema dell’AGO, il lavoratore non ha comunque diritto ad ottenere la prestazione dall’Inps, quanto piuttosto il risarcimento dei danni. Ovviamente, per i periodi non prescritti, l’inadempimento legittima la pretesa di adempimento, salva la prova liberatoria ex art.1218 c.c. di cui sopra s’è detto. In conclusione, vannoaccolti il secondo e terzo motivo di ricorso, con cassazione della sentenza impugnata e rinvio alla Corte d’appello di Milano , in diversa composizione, anche per le spese di lite del presente giudizio. P.Q.M La Corte accoglie il secondo e terzo motivo
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