Corte di giustizia UEsentenza
Corte di giustizia UE/2010
ECLI:EU:C:2010:21
Testo integrale del provvedimento
Anonimizzato ex art. 52 D.Lgs. 196/2003
Causa C‑555/07
[OSCURATO:PERSONA]
contro
[OSCURATO:PERSONA]H & Co. KG
(domanda di pronuncia pregiudiziale proposta dal [OSCURATO:PERSONA])
«Principio di non discriminazione in base all’età — Direttiva 2000/78/CE — Legislazione nazionale in materia di licenziamento che, ai fini del calcolo dei termini di preavviso, non tiene conto del
periodo di lavoro svolto prima che il dipendente abbia raggiunto l’età di 25 anni — Giustificazione della norma — Normativa nazionale contraria alla direttiva — Ruolo del giudice nazionale»
Massime della sentenza
1.
Politica sociale — Parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro — Direttiva 2000/78 — Divieto
di discriminazione fondata sull’età
(Direttiva del Consiglio 2000/78)
2.
Diritto comunitario — Principi — Parità di trattamento — Discriminazione fondata sull’età — Divieto — Obbligo dei giudici
nazionali
1.
Il diritto dell’Unione europea, in particolare il principio di non discriminazione in base all’età, quale espresso concretamente
nella direttiva 2000/78, che stabilisce un quadro generale per la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni
di lavoro, deve essere interpretato nel senso che osta alla normativa nazionale che preveda che, ai fini del calcolo del termine
di preavviso di licenziamento, non siano presi in considerazione i periodi di lavoro compiuti dal dipendente prima del raggiungimento
dei 25 anni di età.
(v. punto 43, dispositivo 1)
2.
È compito del giudice nazionale, investito di una controversia tra privati, garantire il rispetto del principio di non discriminazione
in base all’età, quale espresso concretamente dalla direttiva 2000/78, che stabilisce un quadro generale per la parità di
trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro, disapplicando, se necessario, qualsiasi disposizione contraria
della normativa nazionale, indipendentemente dall’esercizio della facoltà di cui dispone, nei casi previsti dall’art. 267,
secondo comma, TFUE, di sottoporre alla Corte di giustizia dell’Unione europea una questione pregiudiziale sull’interpretazione
di tale principio. Infatti, il carattere facoltativo di tale rinvio è indipendente dalle modalità processuali che si impongono
al giudice nazionale, nel diritto interno, per poter disapplicare una disposizione nazionale che egli ritenga contraria alla
Costituzione.
(v. punti 55-56, dispositivo 2)
SENTENZA DELLA CORTE (Grande Sezione)
19 gennaio 2010 (
*
)
«Principio di non discriminazione in base all’età – Direttiva 2000/78/CE – Legislazione nazionale in materia di licenziamento che, ai fini del calcolo dei termini di preavviso, non tiene conto del
periodo di lavoro svolto prima che il dipendente abbia raggiunto l’età di 25 anni – Giustificazione della norma – Normativa nazionale contraria alla direttiva – Ruolo del giudice nazionale»
Nel procedimento C‑555/07,
avente ad oggetto la domanda di pronuncia pregiudiziale proposta alla Corte, ai sensi dell’art. 234 CE, dal [OSCURATO:PERSONA] (Germania), con decisione 21 novembre 2007, pervenuta in cancelleria il 13 dicembre 2007, nella causa
[OSCURATO:PERSONA]
contro
[OSCURATO:PERSONA]H & Co. KG,
LA CORTE (Grande Sezione),
composta dal sig. V. Skouris, presidente, dai sigg. J.N. [OSCURATO:PERSONA], K. Lenaerts, J.‑C. Bonichot, dalle sig.re R. Silva de Lapuerta,
P. Lindh (relatore) e C. Toader, presidenti di sezione, dai sigg. C.W.A. Timmermans, A. Rosas, P. Kūris, T. von Danwitz, A. Arabadjiev,
e J.‑J. Kasel, giudici,
avvocato generale: sig. Y. Bot
cancelliere: sig. K. Malacek, amministratore
vista la fase scritta del procedimento e in seguito all’udienza del 31 marzo 2009,
considerate le osservazioni presentate:
– per la [OSCURATO:PERSONA] GmbH & Co. KG, dall’avv. M. Nebeling, Rechtsanwalt;
– per il governo tedesco, dai sigg. M. Lumma e J. Möller, in qualità di agenti;
– per il governo ceco, dal sig. M. Smolek, in qualità di agente;
– per il governo danese, dal sig. J. [OSCURATO:PERSONA], in qualità di agente;
– per l’Irlanda, dal sig. D. O’Hagan, in qualità di agente, assistito dai sigg. N. Travers, BL, e A. Collins, SC;
– per il governo dei [OSCURATO:PERSONA], dalle sig.re C. Wissels e M. de Mol, in qualità di agenti;
– per il governo del [OSCURATO:PERSONA], dalla sig.ra I. Rao, in qualità di agente, assistita dalla sig.ra J. Stratford, barrister;
– per la Commissione delle Comunità europee, dai sigg. V. Kreuschitz e J. Enegren, in qualità di agenti,
sentite le conclusioni dell’avvocato generale, presentate all’udienza del 7 luglio 2009,
ha pronunciato la seguente
Sentenza
1
La domanda di pronuncia pregiudiziale verte sull’interpretazione del principio di non discriminazione in base all’età e della
direttiva del Consiglio 27 novembre 2000, 2000/78/CE, che stabilisce un quadro generale per la parità di trattamento in materia
di occupazione e di condizioni di lavoro (GU L 303, pag. 16).
2
Tale domanda è stata presentata nell’ambito di una controversia tra la sig.ra [OSCURATO:PERSONA] e il suo ex datore di lavoro, la
[OSCURATO:PERSONA] GmbH & Co. KG (in prosieguo: la «[OSCURATO:PERSONA]»), in ordine al calcolo dei termini di preavviso applicabili al suo licenziamento.
Contesto normativo
La normativa dell’Unione
3
La direttiva 2000/78 è stata adottata sul fondamento dell’art. 13 CE. I ‘considerando’ primo, quarto e venticinquesimo della
direttiva sono del seguente tenore:
«(1) Conformemente all’articolo 6 del trattato sull’Unione europea, l’Unione europea si fonda sui principi di libertà, democrazia,
rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali e dello Stato di diritto, principi che sono comuni a tutti gli Stati
membri e rispetta i diritti fondamentali quali sono garantiti dalla [OSCURATO:PERSONA] europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo
e delle libertà fondamentali[, firmata a Roma il 4 novembre 1950,] e quali risultano dalle tradizioni costituzionali comuni
degli Stati membri, in quanto principi generali del diritto comunitario.
(...)
(4) Il diritto di tutti all’uguaglianza dinanzi alla legge e alla protezione contro le discriminazioni costituisce un diritto
universale riconosciuto dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, dalla convenzione delle Nazioni Unite sull’eliminazione
di ogni forma di discriminazione nei confronti della donna, dai patti delle Nazioni Unite relativi rispettivamente ai diritti
civili e politici e ai diritti economici, sociali e culturali e dalla [OSCURATO:PERSONA] europea per la salvaguardia dei diritti
dell’uomo e delle libertà fondamentali di cui tutti gli Stati membri sono firmatari. [OSCURATO:PERSONA] n. 111 dell’Organizzazione
internazionale del lavoro proibisce la discriminazione in materia di occupazione e condizioni di lavoro.
(...)
(25) Il divieto di discriminazione basata sull’età costituisce un elemento essenziale per il perseguimento degli obiettivi definiti
negli orientamenti in materia di occupazione e la promozione della diversità nell’occupazione. Tuttavia in talune circostanze,
delle disparità di trattamento in funzione dell’età possono essere giustificate e richiedono pertanto disposizioni specifiche
che possono variare secondo la situazione degli Stati membri. È quindi essenziale distinguere tra le disparità di trattamento
che sono giustificate, in particolare, da obiettivi legittimi di politica dell’occupazione, mercato del lavoro e formazione
professionale, e le discriminazioni che devono essere vietate».
4
Ai sensi del suo art. 1, la direttiva 2000/78 mira a stabilire un quadro generale per la lotta alle discriminazioni fondate
sulla religione o le convinzioni personali, gli handicap, l’età o le tendenze sessuali, per quanto concerne l’occupazione
e le condizioni di lavoro al fine di rendere effettivo negli Stati membri il principio della parità di trattamento.
5
L’art. 2 di tale direttiva è del seguente tenore:
«1. Ai fini della presente direttiva, per “principio della parità di trattamento” si intende l’assenza di qualsiasi discriminazione
diretta o indiretta basata su uno dei motivi di cui all’articolo 1.
2. Ai fini del paragrafo 1:
a) sussiste discriminazione diretta quando, sulla base di uno qualsiasi dei motivi di cui all’articolo 1, una persona è trattata
meno favorevolmente di quanto sia, sia stata o sarebbe trattata un’altra in una situazione analoga;
(...)».
6
L’art. 3, n. 1, di tale direttiva precisa che:
«1. Nei limiti dei poteri conferiti alla Comunità, la presente direttiva si applica a tutte le persone, sia del settore pubblico
che del settore privato, compresi gli organismi di diritto pubblico, per quanto attiene:
(...)
c) all’occupazione e alle condizioni di lavoro, comprese le condizioni di licenziamento e la retribuzione;
(…)».
7
L’art. 6, n. 1, della stessa direttiva così dispone:
«Fatto salvo l’articolo 2, paragrafo 2, gli Stati membri possono prevedere che le disparità di trattamento in ragione dell’età
non costituiscano discriminazione laddove esse siano oggettivamente e ragionevolmente giustificate, nell’ambito del diritto
nazionale, da una finalità legittima, compresi giustificati obiettivi di politica del lavoro, di mercato del lavoro e di formazione
professionale, e i mezzi per il conseguimento di tale finalità siano appropriati e necessari.
Tali disparità di trattamento possono comprendere in particolare:
a) la definizione di condizioni speciali di accesso all’occupazione e alla formazione professionale, di occupazione e di lavoro,
comprese le condizioni di licenziamento e di retribuzione, per i giovani, i lavoratori anziani e i lavoratori con persone
a carico, onde favorire l’inserimento professionale o assicurare la protezione degli stessi;
b) la fissazione di condizioni minime di età, di esperienza professionale o di anzianità di lavoro per l’accesso all’occupazione
o a taluni vantaggi connessi all’occupazione;
c) la fissazione di un’età massima per l’assunzione basata sulle condizioni di formazione richieste per il lavoro in questione
o la necessità di un ragionevole periodo di lavoro prima del pensionamento».
8
Ai sensi dell’art. 18, primo comma, della stessa direttiva, la sua trasposizione nell’ordinamento giuridico degli Stati membri
doveva avvenire al più tardi entro il 2 dicembre 2003. Tuttavia, ai sensi del secondo comma dello stesso articolo:
«Per tener conto di condizioni particolari gli Stati membri possono disporre se necessario di tre anni supplementari, a partire
dal 2 dicembre 2003 ovvero complessivamente di sei anni al massimo, per attuare le disposizioni relative alle discriminazioni
basate sull’età o sull’handicap. In tal caso essi informano immediatamente la Commissione. (...)».
9
La Repubblica federale di Germania si è avvalsa di tale facoltà, di modo che il recepimento delle disposizioni della direttiva
2000/78, relative alla discriminazione in base all’età e sull’handicap, doveva essere effettuato in tale Stato membro entro
il 2 dicembre 2006.
La normativa nazionale
La legge generale sulla parità di trattamento
10
Gli artt. 1, 2 e 10 della legge generale 14 agosto 2006, sulla parità di trattamento ([OSCURATO:PERSONA];
BGBl. 2006 I, pag. 1897), che ha trasposto la direttiva 2000/78, così recitano:
«Art. 1 – Finalità della legge
La presente legge ha l’obiettivo di impedire o di eliminare qualsiasi trattamento sfavorevole basato sulla razza o sull’origine
etnica, sul sesso, sulla religione o sulle convinzioni personali, sull’handicap, sull’età o sull’identità sessuale.
Art. 2 – Ambito di applicazione
(...)
4) Ai licenziamenti si applicano esclusivamente le disposizioni relative alla tutela generale e particolare contro i licenziamenti.
(...)
Art. 10 – Ammissibilità di talune disparità di trattamento collegate all’età
Fatto salvo l’art. 8, è ammissibile una disparità di trattamento collegata all’età laddove essa sia oggettiva, ragionevole
e giustificata da una finalità legittima. I mezzi per il conseguimento di tale finalità devono essere appropriati e necessari.
Tali disparità di trattamento possono comprendere in particolare:
1. la definizione di condizioni speciali di accesso all’occupazione e alla formazione professionale, di occupazione e di lavoro,
comprese le condizioni di retribuzione e di licenziamento, per i giovani, i lavoratori anziani e i lavoratori con persone
a carico, onde favorire l’inserimento professionale o assicurare la protezione degli stessi;
(…)».
La normativa relativa al termine di preavviso di licenziamento
11
L’art. 622 del codice civile tedesco ([OSCURATO:PERSONA], in prosieguo: il «BGB») così recita:
«1) Il rapporto di lavoro di un operaio o di un impiegato (lavoratore) può essere risolto rispettando un preavviso di quattro
settimane, con effetto al quindicesimo o all’ultimo giorno del mese.
2) Per il licenziamento da parte del datore di lavoro, si applicano i seguenti termini di preavviso:
– se il rapporto di lavoro nell’azienda o nell’impresa è durato 2 anni: 1 mese, con effetto alla fine di un mese di calendario;
– se è durato 5 anni: 2 mesi, con effetto alla fine di un mese di calendario;
– se è durato 8 anni: 3 mesi, con effetto alla fine di un mese di calendario;
– se è durato 10 anni: 4 mesi, con effetto alla fine di un mese di calendario;
– se è durato 12 anni: 5 mesi, con effetto alla fine di un mese di calendario;
– se è durato 15 anni: 6 mesi, con effetto alla fine di un mese di calendario;
– se è durato 20 anni: 7 mesi, con effetto alla fine di un mese di calendario.
Nel calcolo della durata dell’impiego non vanno considerati i periodi di lavoro svolti prima del compimento del venticinquesimo
anno di età del lavoratore».
Causa principale e questioni pregiudiziali
12
La sig.ra [OSCURATO:PERSONA] è nata il 12 febbraio 1978. Essa lavorava dal 4 giugno 1996, ossia dall’età di 18 anni, alle dipendenze
della [OSCURATO:PERSONA].
13
Con lettera 19 dicembre 2006, la [OSCURATO:PERSONA] ha licenziato la dipendente, con effetto, considerato il termine di preavviso legale,
al 31 gennaio 2007. Il datore di lavoro ha calcolato il termine di preavviso come se la dipendente avesse avuto un’anzianità
di 3 anni, benché essa fosse alle sue dipendenze da 10 anni.
14
La sig.ra [OSCURATO:PERSONA] ha contestato il suo licenziamento dinanzi all’[OSCURATO:PERSONA]. Dinanzi a tale organo
giurisdizionale essa ha sostenuto che il termine di preavviso nei suoi confronti avrebbe dovuto essere di 4 mesi a decorrere
dal 31 dicembre 2006, vale a dire fino al 30 aprile 2007, e ciò in applicazione dell’art. 622, n. 2, primo comma, punto 4,
del BGB. Tale termine corrisponderebbe ad un’anzianità di dieci anni. La causa principale vede quindi opposti questi due privati,
vale a dire, da un lato, la sig.ra [OSCURATO:PERSONA] e, dall’altro, la [OSCURATO:PERSONA].
15
A parere della sig.ra [OSCURATO:PERSONA], l’art. 622, n. 2, secondo comma, del BGB, nella parte in cui prevede che per il calcolo
della durata del termine di preavviso non sono presi in considerazione i periodi di lavoro svolti prima del compimento del
venticinquesimo anno di età, costituisce una misura di discriminazione in base all’età contraria al diritto dell’Unione e
va disapplicata.
16
[OSCURATO:PERSONA], pronunciandosi in appello, ha constatato che alla data in cui è avvenuto il licenziamento
il termine per la trasposizione della direttiva 2000/78 era scaduto. Tale giudice ha considerato del pari che l’art. 622 del
BGB contiene una disparità di trattamento direttamente collegata all’età, della cui incostituzionalità non è convinto, ma
di cui sarebbe invece discutibile la conformità al diritto dell’Unione. Tale giudice si chiede, in proposito, se l’eventuale
esistenza di una discriminazione diretta connessa all’età debba essere valutata sulla base del diritto primario dell’Unione,
come sembra suggerire la sentenza 22 novembre 2005, causa C‑144/04, Mangold ([OSCURATO:PERSONA]. pag. I‑9981), oppure alla luce della direttiva
2000/78. Sottolineando che la disposizione nazionale di cui trattasi è chiara e non potrebbe essere, eventualmente, interpretata
in un senso conforme a detta direttiva, il giudice del rinvio si chiede del pari se, per poter disapplicare tale disposizione
in una controversia tra privati, esso debba, al fine di garantire la tutela del legittimo affidamento dei destinatari delle
norme, sottoporre una questione pregiudiziale alla Corte affinché quest’ultima confermi l’incompatibilità di tale disposizione
con il diritto dell’Unione.
17
È sulla scorta di tali premesse che il [OSCURATO:PERSONA] ha deciso di sospendere il procedimento e di sottoporre
alla Corte le seguenti questioni pregiudiziali:
«1) a) Se una normativa nazionale, secondo la quale i termini di preavviso di licenziamento che il datore di lavoro deve rispettare
si prolungano progressivamente con l’aumentare della durata dell’impiego, senza tuttavia che siano presi in considerazione
i periodi di lavoro svolti dal lavoratore prima di aver raggiunto il venticinquesimo anno di età, sia contraria al divieto
di discriminazione in ragione dell’età sancito dal diritto comunitario, e segnatamente dal diritto primario della CE o dalla
direttiva (...) 2000/78 (...);
b) se una ragione giustificativa del fatto che un datore di lavoro debba rispettare soltanto un termine di preavviso di base
per il licenziamento dei lavoratori più giovani possa essere ravvisata nella circostanza che al datore di lavoro viene riconosciuto
un interesse economico ad una gestione flessibile del personale – il quale verrebbe pregiudicato da termini di preavviso di
licenziamento più lunghi – e che ai giovani lavoratori non viene accordata la tutela dei diritti quesiti e delle aspettative
(garantita ai lavoratori più anziani attraverso termini di preavviso più estesi), ad esempio perché si presume una loro maggiore
mobilità e flessibilità professionale e personale in ragione dell’età e/o dei minori obblighi sociali, familiari e privati
su di essi incombenti.
2) In caso di soluzione affermativa della questione sub 1 a) e negativa della questione sub 1 b):
Se il giudice di uno Stato membro investito di una causa tra privati debba disapplicare una normativa contraria al diritto
comunitario ovvero se debba tenere conto della fiducia riposta dai destinatari delle norme nell’applicazione delle leggi nazionali
vigenti, in modo tale per cui l’inapplicabilità sopravvenga soltanto in seguito ad una decisione della Corte di giustizia
delle Comunità europee sulla normativa contestata o su una normativa sostanzialmente analoga».
Sulle questioni pregiudiziali
Sulla prima questione
18
Con la sua prima questione il giudice del rinvio chiede, in sostanza, se una normativa nazionale come quella controversa nella
causa principale – la quale prevede che i periodi di lavoro compiuti dal dipendente prima del raggiungimento del suo venticinquesimo
anno di età non sono presi in considerazione ai fini del calcolo del termine di preavviso di licenziamento – costituisca una
disparità di trattamento in base all’età vietata dal diritto dell’Unione, in particolare dal diritto primario o dalla direttiva
2000/78. Tale giudice chiede, in particolare, se una normativa siffatta sia giustificata dalla circostanza che occorrerebbe
rispettare unicamente un termine di preavviso di base nel caso di licenziamento di giovani lavoratori, da un lato, per consentire
ai datori di lavoro una gestione flessibile del personale, ciò che non sarebbe possibile con termini di preavviso più lunghi,
e, dall’altro, in quanto sarebbe ragionevole esigere dai giovani lavoratori una mobilità personale e professionale maggiore
di quella richiesta ai lavoratori più anziani.
19
Per risolvere tale questione, occorre anzitutto precisare, come invita a fare il giudice del rinvio, se essa debba essere
affrontata alla luce del diritto primario dell’Unione o della direttiva 2000/78.
20
In proposito, va inizialmente ricordato che il Consiglio dell’Unione europea, fondandosi sull’art. 13 CE, ha adottato la direttiva
2000/78 in merito alla quale la Corte ha dichiarato che non sancisce essa stessa il principio della parità di trattamento
in materia di occupazione e di lavoro, principio che trova la sua fonte in vari strumenti internazionali e nelle tradizioni
costituzionali comuni agli Stati membri, ma che essa ha il solo obiettivo di stabilire, in dette materie, un quadro generale
per la lotta alle discriminazioni fondate su diversi motivi, tra i quali rientra l’età (v. sentenza Mangold, cit., punto 74).
21
In tale contesto, la Corte ha riconosciuto l’esistenza di un principio di non discriminazione in base all’età che deve essere
considerato un principio generale del diritto dell’Unione (v., in questo senso, sentenza Mangold, cit., punto 75). La direttiva
2000/78 dà espressione concreta a tale principio (v., per analogia, sentenza 8 aprile 1976, causa 43/75, [OSCURATO:PERSONA], [OSCURATO:PERSONA]. pag. 455,
punto 54).
22
Va del pari rilevato che l’art. 6, n. 1, TUE enuncia che la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea ha lo stesso
valore giuridico dei trattati. Ai sensi dell’art. 21, n. 1, di tale Carta, «[è] vietata qualsiasi forma di discriminazione
fondata, in particolare, (...) [sul]l’età».
23
Affinché il principio di non discriminazione in base all’età possa applicarsi in una fattispecie come quella di cui alla causa
principale, è anche necessario che tale fattispecie rientri nell’ambito di applicazione del diritto dell’Unione.
24
A tal proposito, e a differenza della causa conclusasi con la sentenza 23 settembre 2008, causa C‑427/06, Bartsch ([OSCURATO:PERSONA]. pag. I‑7245),
il presunto comportamento discriminatorio adottato nella presente fattispecie in base alla normativa nazionale controversa
ha avuto luogo successivamente alla data limite del termine impartito allo Stato membro per trasporre la direttiva 2000/78,
termine che, per quanto riguarda la Repubblica federale di Germania, è scaduto il 2 dicembre 2006.
25
In tale data, la direttiva ha avuto l’effetto di far entrare nell’ambito di applicazione del diritto dell’Unione la normativa
nazionale di cui trattasi nella causa principale che affronta una materia disciplinata dalla stessa direttiva, vale a dire,
nella fattispecie, le condizioni di licenziamento.
26
In effetti, una disposizione nazionale quale l’art. 622, n. 2, secondo comma, del BGB, per il fatto di prevedere che, ai fini
del calcolo del termine di preavviso di licenziamento, non siano presi in considerazione i periodi di lavoro compiuti dal
dipendente prima di aver raggiunto il venticinquesimo anno d’età, incide sulle condizioni di licenziamento dei dipendenti.
Si deve pertanto considerare che una legislazione siffatta detti norme relative alle condizioni di licenziamento.
27
Da tali considerazioni risulta che è in base al principio generale di diritto dell’Unione vietante qualsiasi discriminazione
in base all’età, come specificato dalla direttiva 2000/78, che va esaminato se il diritto dell’Unione osti ad una normativa
nazionale come quella di cui trattasi nella causa principale.
28
Relativamente, poi, alla questione se la normativa controversa nella causa principale contenga una disparità di trattamento
in base all’età, va ricordato che, ai sensi dell’art. 2, n. 1, della direttiva 2000/78, ai fini di quest’ultima, per «principio
della parità di trattamento» si intende l’assenza di qualsiasi discriminazione diretta o indiretta basata su uno dei motivi
di cui all’art. 1 della medesima direttiva. L’art. 2, n. 2, lett. a), della direttiva in questione precisa che, ai fini dell’applicazione
del suo n. 1, sussiste discriminazione diretta quando, sulla base di uno qualsiasi dei motivi di cui all’art. 1 della direttiva
in parola, una persona è trattata in modo meno favorevole di un’altra in una situazione analoga (v. sentenze 16 ottobre 2007,
causa C‑411/05, Palacios de la [OSCURATO:PERSONA], [OSCURATO:PERSONA]. pag. I‑8531, punto 50, e 5 marzo 2009, causa C‑388/07, [OSCURATO:PERSONA], [OSCURATO:PERSONA]. pag. I‑1569,
punto 33).
29
Nella fattispecie, l’art. 622, n. 2, secondo comma, del BGB riserva un trattamento meno favorevole ai dipendenti che sono
entrati in servizio presso il datore di lavoro prima dei 25 anni di età. Tale normativa nazionale crea quindi una disparità
di trattamento tra persone aventi la medesima anzianità a seconda dell’età in cui esse sono state assunte.
30
Così, per due dipendenti aventi ciascuno 20 anni di anzianità, quello assunto all’età di 18 anni avrà diritto ad un termine
di preavviso di licenziamento pari a cinque mesi, mentre tale termine sarà pari a sette mesi per colui che è stato assunto
all’età di 25 anni. Inoltre, come ha osservato l’avvocato generale al paragrafo 36 della sue conclusioni, la normativa nazionale
considerata nella causa principale tratta, in generale, in modo più sfavorevole i giovani lavoratori rispetto ai lavoratori
più anziani, in quanto i primi – come illustrato dalla situazione della ricorrente nella causa principale – possono essere
esclusi, malgrado un’anzianità di servizio nell’impresa di diversi anni, dal poter beneficiare di un aumento progressivo dei
termini di preavviso di licenziamento in funzione della durata del rapporto di lavoro, di cui possono invece giovarsi i lavoratori
più anziani aventi un’anzianità equiparabile.
31
Ne consegue che la normativa nazionale considerata contiene una disparità di trattamento fondata sul criterio dell’età.
32
Occorre, in una terza fase, esaminare se tale disparità di trattamento sia atta a costituire una discriminazione vietata dal
principio di non discriminazione in base all’età cui ha dato espressione concreta la direttiva 2000/78.
33
Al riguardo, l’art. 6, n. 1, primo comma, della direttiva 2000/78 enuncia che una disparità di trattamento in base all’età
non costituisce discriminazione laddove essa sia oggettivamente e ragionevolmente giustificata, nell’ambito del diritto nazionale,
da una finalità legittima, compresi giustificati obiettivi di politica del lavoro, di mercato del lavoro e di formazione professionale,
e i mezzi per il conseguimento di tale finalità siano appropriati e necessari.
34
Tanto dalle informazioni fornite dal giudice del rinvio, quanto dalle spiegazioni date in udienza dal governo tedesco risulta
che l’art. 622 del BGB trae la sua origine in una legge del 1926. La fissazione della soglia di 25 anni ad opera di tale legge
sarebbe il frutto di un compromesso tra, in primo luogo, il governo dell’epoca che auspicava una proroga uniforme di tre mesi
del termine di preavviso di licenziamento per i lavoratori di età superiore ai 40 anni, in secondo luogo, i fautori di una
proroga graduale di tale termine per tutti i lavoratori e, infine, i sostenitori di una proroga graduale della durata del
preavviso, che non tenesse però conto del periodo lavorato, avendo tale regola lo scopo di sollevare parzialmente i datori
di lavoro dall’onere dei termini di preavviso prolungati per i lavoratori di età inferiore ai 25 anni.
35
Secondo il giudice del rinvio, l’art. 622, n. 2, secondo comma, del BGB rispecchia la valutazione del legislatore secondo
cui i giovani lavoratori, in genere, reagiscono più facilmente e più rapidamente alla perdita del loro impiego e ci si può
attendere da loro una maggiore flessibilità. Infine, un termine di preavviso più breve per i giovani lavoratori ne favorirebbe
l’assunzione aumentando la flessibilità della gestione del personale.
36
Finalità del tipo di quelle menzionate dal governo tedesco e dal giudice del rinvio appaiono rientrare in una politica in
materia di occupazione e del mercato del lavoro, ai sensi dell’art. 6, n. 1, della direttiva 2000/78.
37
Va però verificato, secondo il tenore stesso di tale disposizione, se i mezzi apprestati per conseguire siffatta finalità
legittima siano «appropriati e necessari».
38
Si deve, in proposito, ricordare che gli Stati membri dispongono di un ampio margine di valutazione discrezionale nella scelta
delle misure atte a realizzare i loro obiettivi in materia di politica sociale e di occupazione (v. citate sentenze Mangold,
punto 63, e Palacios de la [OSCURATO:PERSONA], punto 68).
39
Il giudice del rinvio indica che l’obiettivo del provvedimento di cui trattasi è quello di offrire al datore di lavoro una
maggiore flessibilità nella gestione del personale, alleviando l’onere per tale datore di lavoro per quanto attiene al licenziamento
dei giovani lavoratori, dai quali sarebbe ragionevole attendersi una più elevata mobilità personale e professionale.
40
Nondimeno, tale provvedimento non è appropriato per il conseguimento di detto obiettivo giacché si applica a tutti i dipendenti
assunti dall’impresa prima del venticinquesimo anno di età, indipendentemente dalla loro età al momento del licenziamento.
41
Per quanto riguarda l’obiettivo, perseguito dal legislatore nell’adottare la normativa nazionale di cui trattasi nella causa
principale e ricordato dal governo tedesco, di rafforzare la tutela dei lavoratori in funzione del tempo trascorso nell’impresa,
risulta che, in forza di tale normativa, l’allungamento del termine di preavviso di licenziamento a seconda dell’anzianità
del dipendente è ritardato per qualsiasi lavoratore assunto dall’impresa prima dei 25 anni di età, anche laddove l’interessato
vanti, al momento del licenziamento, una lunga anzianità di servizio in tale impresa. Tale normativa non può pertanto essere
considerata idonea a realizzare la finalità dichiarata.
42
Va aggiunto che la normativa nazionale di cui trattasi nella causa principale, come ricordato dal giudice del rinvio, incide
sui giovani dipendenti in modo diseguale, in quanto colpisce i giovani che si impegnano presto nella vita attiva, senza formazione
professionale, o dopo una breve formazione professionale, e non coloro che iniziano a lavorare più tardi, dopo una lunga formazione
professionale.
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Risulta da tutte queste considerazioni che la prima questione va risolta dichiarando che il diritto dell’Unione, in particolare
il principio di non discriminazione in base all’età, quale espresso concretamente nella direttiva 2000/78, deve essere interpretato
nel senso che osta ad una normativa nazionale, come quella di cui trattasi nella causa principale, che prevede che, ai fini
del calcolo del termine di preavviso di licenziamento, non siano presi in considerazione i periodi di lavoro compiuti dal
dipendente prima del raggiungimento dei 25 anni di età.
Sulla seconda questione
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Con la seconda questione il giudice del rinvio si chiede se, allorché è investito di una controversia tra privati, per poter
disapplicare una normativa nazionale che ritenga contraria al diritto dell’Unione, egli debba previamente, a fini di tutela
del legittimo affidamento dei soggetti di diritto, adire la Corte di giustizia in forza dell’art. 267 TFUE, affinché quest’ultima
confermi l’incompatibilità di tale normativa con il diritto dell’Unione.
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Per quanto riguarda, in primo luogo, il ruolo del giudice nazionale chiamato a dirimere una controversia tra privati nella
quale la normativa nazionale appaia contraria al diritto dell’Unione, la Corte ha statuito che spetta ai giudici nazionali
assicurare ai singoli la tutela giurisdizionale derivante dalle norme del diritto dell’Unione e garantirne la piena efficacia
(v., in questo senso, sentenze 5 ottobre 2004, cause riunite da C‑397/01 a C‑403/01, Pfeiffer e a., [OSCURATO:PERSONA]. pag. I‑8835, punto
111, nonché 15 aprile 2008, causa C‑268/06, [OSCURATO:PERSONA], [OSCURATO:PERSONA]. pag. I‑2483, punto 42).
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A questo proposito, con riferimento a controversie tra privati, la Corte ha dichiarato in maniera costante che una direttiva
non può di per sé creare obblighi a carico di un singolo e non può quindi essere fatta valere in quanto tale nei suoi confronti
(v., in particolare, sentenze 26 febbraio 1986, causa 152/84, [OSCURATO:PERSONA], [OSCURATO:PERSONA]. pag. 723, punto 48; 14 luglio 1994, causa C‑91/92,
[OSCURATO:PERSONA], [OSCURATO:PERSONA]. pag. I‑3325, punto 20, nonché Pfeiffer e a., cit., punto 108).
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Tuttavia, l’obbligo per gli Stati membri, derivante da una direttiva, di raggiungere il risultato previsto da quest’ultima,
e il loro dovere di adottare tutti i provvedimenti generali o particolari atti a garantire l’adempimento di tale obbligo,
valgono per tutti gli organi dei detti Stati, ivi compresi, nell’ambito della loro competenza, quelli giurisdizionali (v.,
in particolare, in questo senso, sentenze 10 aprile 1984, causa 14/83, von Colson e Kamann, [OSCURATO:PERSONA]. pag. 1891, punto 26; 13
novembre 1990, causa C‑106/89, [OSCURATO:PERSONA], [OSCURATO:PERSONA]. pag. I‑4135, punto 8; [OSCURATO:PERSONA], cit., punto 26; 18 dicembre 1997, causa
C‑129/96, Inter-[OSCURATO:PERSONA], [OSCURATO:PERSONA]. pag. I‑7411, punto 40; Pfeiffer e a., cit., punto 110, nonché 23 aprile 2009,
cause riunite da C‑378/07 a C‑380/07, Angelidaki e a., [OSCURATO:PERSONA]. pag. I‑3071, punto 106).
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Ne consegue che, nell’applicare il diritto interno, il giudice nazionale chiamato ad interpretare tale diritto deve procedere
per quanto più possibile alla luce della lettera e dello scopo di tale direttiva, onde conseguire il risultato perseguito
da quest’ultima e conformarsi pertanto all’art 288, terzo comma, TFUE (v., in tal senso, sentenze citate von Colson e Kamann,
punto 26; [OSCURATO:PERSONA], punto 8; [OSCURATO:PERSONA], punto 26, nonché Pfeiffer e a., punto 113). L’esigenza di un’interpretazione
conforme del diritto nazionale è inerente al sistema del Trattato, in quanto permette al giudice nazionale di assicurare,
nel contesto delle sue competenze, la piena efficacia del diritto dell’Unione quando risolve la controversia ad esso sottoposta
(v., in questo senso, sentenza Pfeiffer e a., cit., punto 114).
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Secondo il giudice del rinvio, tuttavia, per la sua chiarezza e precisione, l’art. 622, n. 2, secondo comma, del BGB non si
presta ad un’interpretazione conforme alla direttiva 2000/78.
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A tal proposito, occorre ricordare, da un lato, che, come già si è detto al punto 20 della presente sentenza, la direttiva
2000/78 si limita a dare espressione concreta – senza sancirlo – al principio di parità di trattamento in materia di occupazione
e di condizioni di lavoro e, d’altro lato, che il principio di non discriminazione in base all’età è un principio generale
del diritto dell’Unione, in quanto rappresenta un’applicazione specifica del principio generale della parità di trattamento
(v., in questo senso, sentenza Mangold, cit., punti 74‑76).
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Ciò considerato, è compito del giudice nazionale, investito di una controversia in cui è messo in discussione il principio
di non discriminazione in ragione dell’età, quale espresso concretamente nella direttiva 2000/78, assicurare, nell’ambito
delle sue competenze, la tutela giuridica che il diritto dell’Unione attribuisce ai soggetti dell’ordinamento, garantendone
la piena efficacia e disapplicando, ove necessario, ogni contraria disposizione di legge nazionale (v., in questo senso, sentenza
Mangold, cit., punto 77).
52
Per quel che riguarda, in secondo luogo, l’obbligo che graverebbe sul giudice nazionale, investito di una controversia tra
privati, di chiedere alla Corte di pronunciarsi in via pregiudiziale sull’interpretazione del diritto dell’Unione prima di
poter disapplicare una norma nazionale che ritenga contraria a tale diritto, si deve rilevare che dalla decisione di rinvio
risulta che tale aspetto della questione è motivato dal fatto che, in forza del diritto nazionale, il giudice del rinvio non
può disapplicare una disposizione vigente della legislazione nazionale se essa non sia stata previamente dichiarata incostituzionale
dal Bundesverfassungsgericht (Corte costituzionale federale).
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In proposito, occorre sottolineare che la necessità di garantire piena efficacia al principio di non discriminazione in base
all’età, quale espresso concretamente nella direttiva 2000/78, comporta che il giudice nazionale, in presenza di una norma
nazionale, rientrante nell’ambito di applicazione del diritto dell’Unione, che ritenga incompatibile con tale principio e
per la quale risulti impossibile un’interpretazione conforme a quest’ultimo, deve disapplicare detta disposizione, senza che
gli sia imposto né gli sia vietato di sottoporre alla Corte una domanda di pronuncia pregiudiziale.
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La facoltà così riconosciuta dall’art. 267, secondo comma, TFUE di chiedere alla Corte un’interpretazione pregiudiziale prima
di disapplicare la norma nazionale contraria al diritto dell’Unione non può tuttavia trasformarsi in obbligo per il fatto
che il diritto nazionale non consente a tale giudice di disapplicare una norma interna che egli ritenga contraria alla Costituzione,
se tale disposizione non sia stata previamente dichiarata incostituzionale dalla Corte costituzionale. Infatti, in virtù del
principio del primato del diritto dell’Unione, di cui gode anche il principio di non discriminazione in ragione dell’età,
una normativa nazionale contraria, rientrante nell’ambito di applicazione del diritto dell’Unione, deve essere disapplicata
(v., in questo senso, sentenza Mangold, cit., punto 77).
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Risulta da queste considerazioni che il giudice nazionale, investito di una controversia tra privati, non è tenuto, ma ha
la facoltà di sottoporre alla Corte una questione pregiudiziale sull’interpretazione del principio di non discriminazione
in base all’età, quale espresso concretamente dalla direttiva 2000/78, prima di disapplicare una disposizione nazionale che
ritenga contraria a tale principio. Il carattere facoltativo di tale rinvio è indipendente dalle modalità che si impongono
al giudice nazionale, nel diritto interno, per poter disapplicare una disposizione nazionale che ritenga contraria alla Costituzione.
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In considerazione di tutto quel che precede, la seconda questione va risolta dichiarando che è compito del giudice nazionale,
investito di una controversia tra privati, garantire il rispetto del principio di non discriminazione in base all’età, quale
espresso concretamente dalla direttiva 2000/78, disapplicando, se necessario, qualsiasi disposizione contraria della normativa
nazionale, indipendentemente dall’esercizio della facoltà di cui dispone, nei casi previsti dall’art 267, secondo comma, TFUE,
di sottoporre alla Corte una questione pregiudiziale sull’interpretazione di tale principio.
Sulle spese
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Nei confronti delle parti nella causa principale il presente procedimento costituisce un incidente sollevato dinanzi al giudice
nazionale, cui spetta quindi statuire sulle spese. Le spese sostenute da altri soggetti per presentare osservazioni alla Corte
non possono dar luogo a rifusione.
Per questi motivi, la Corte (Grande Sezione) dichiara:
1)
Il diritto dell’Unione, in particolare il principio di non discriminazione in base all’età, quale espresso concretamente nella
direttiva del Consiglio 27 novembre 2000, 2000/78/CE, che stabilisce un quadro generale per la parità di trattamento in materia
di occupazione e di condizioni di lavoro, deve essere interpretato nel senso che osta ad una normativa nazionale, come quella
di cui trattasi nella causa principale, che prevede che, ai fini del calcolo del termine di preavviso di licenziamento, non
siano presi in considerazione i periodi di lavoro compiuti dal dipendente prima del raggiungimento dei 25 anni di età.
2)
È compito del giudice nazionale, investito di una controversia tra privati, garantire il rispetto del principio di non discriminazione
in base all’età, quale espresso concretamente dalla direttiva 2000/78, disapplicando, se necessario, qualsiasi disposizione
contraria della normativa nazionale, indipendentemente dall’esercizio della facoltà di cui dispone, nei casi previsti dall’art. 267,
secondo comma, TFUE, di sottoporre alla Corte una questione pregiudiziale sull’interpretazione di tale principio.
Firme
*
Lingua processuale: il tedesco.