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CassazionesentenzaSezione 6Decisione del 2 luglio 2021

Cassazione n. 35635/2021

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la seguente ORDINANZA sul ricorso 11400-2020 proposto da: [OSCURATO:PERSONA] - [OSCURATO:PERSONA], in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliato in ROMA, [OSCURATO:PERSONA] 29, presso l'[OSCURATO:PERSONA]'ISTITUTO, rappresentato e difeso dagli avvocati [OSCURATO:PERSONA], [OSCURATO:PERSONA], [OSCURATO:PERSONA], [OSCURATO:PERSONA], [OSCURATO:PERSONA]; - ricorrente - contro [OSCURATO:PERSONA], domiciliata in ROMA, [OSCURATO:PERSONA] presso la CANCELLERIA della CORTE di CASSAZIONE, rappresentata e difesa dall'avvocato [OSCURATO:PERSONA]; - controricorrente - avverso la sentenza n. 1450/2019 della CORTE D'APPELLO di MILANO, depositata il 16/09/2019; udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non partecipata del 02/07/2021 dal Consigliere [OSCURATO:PERSONA]. [OSCURATO:PERSONA]. [OSCURATO:PERSONA]: la Corte d'appello di Milano, in riforma della decisione di primo grado, ha dichiarato insussistente l'obbligo di iscrizione alla Gestione separata, di cui all'art. 2, comma 26,

1. n. 335/1995, dell'odierna parte controricorrente, in relazione ai redditi prodotti nell'anno 2009, per all'attività libero professionale svolta quale avvocato iscritto all'[OSCURATO:PERSONA] ma non alla [OSCURATO:PERSONA] di Previdenza ed [OSCURATO:PERSONA], in ragione del mancato conseguimento del reddito nella misura utile per l'insorgenza del relativo obbligo; la Corte territoriale ha osservato come l'INPS, su cui incombeva l'onere di provare il fondamento della domanda di pagamento, non avesse dimostrato l'esercizio abituale dell'attività di avvocato; «per converso» il reddito allegato dal professionista, nell'anno oggetto di causa, era stato inferiore ai 5.000,00 euro; avverso tale sentenza l'INPS ha proposto ricorso per cassazione, affidato ad un unico motivo; l'avvocato ha resistito con controricorso; la proposta del relatore è stata comunicata alle parti, unitamente al decreto di fissazione dell'adunanza camerale, ai sensi dell'art. 380 bis cod. proc. civ. [OSCURATO:PERSONA]: con l'unico motivo di ricorso l'INPS -ai sensi dell'art. 360, comma 1, nr. 3 cod.proc.civ.- ha dedotto violazione e/o falsa applicazione dell'art. 2, commi 26-31, della legge nr. 335/1995, dell'art. 18, Ric. 2020 n. 11400 sez.

ML - ud. 02-07-2021 -2- commi 1 e 2, d.l. nr. 98/2011, conv. con mod. dalla legge nr. 111/2011, dell'art. 53 d.P.R. nr. 917 del 1986, modificato dal d.lgs nr. 344 del 2003, degli artt. 10,11 e 22 della legge nr. 576 del 1980, dell'art. 21, comma 10, della legge nr. 247 del 2012, dell'art. 44, comma 2, d.l. 269/2003, conv. con mod. dalla legge 326/2003, per avere la Corte di appello ritenuto insussistente l'obbligo di versamento della contribuzione alla gestione separata in ragione dell'ammontare del reddito conseguito dal professionista nell'anno di riferimento, inferiore al limite indicato dall'art. 44, comma 2, d.l. nr. 269 del 2003 (id est: Euro 5.000,00); l'Istituto ha ribadito l'obbligo di iscrizione alla gestione separata per gli avvocati (per i quali non sorga l'obbligo di iscrizione alla cassa forense) che svolgono in modo abituale l'attività professionale, in base al disposto dell'art. 2, comma 26, legge nr. 335 del 1995 cit., come interpretato autenticamente dall'art. 18, comma 12, d.l. nr. 98 del 2011 cit., non venendo in considerazione l'art. 44, comma 2, d.l. 269 del 2003 cit., che disciplina la diversa ipotesi del lavoro occasionale; il ricorso non può trovare accoglimento; questa Corte ha affermato che l'obbligatorietà dell'iscrizione alla Gestione separata da parte di un professionista iscritto ad albo o elenco è collegata all'esercizio abituale, ancorché non esclusivo, di una professione che dia luogo ad un reddito non assoggettato a contribuzione da parte della cassa di riferimento; la produzione di un reddito superiore alla soglia di euro 5.000,00 costituisce invece il presupposto affinché anche un'attività di lavoro autonomo occasionale possa mettere capo all'iscrizione presso la medesima Gestione, restando invece normativamente irrilevante qualora ci si trovi in presenza di un'attività lavorativa svolta con i caratteri dell'abitualità (Cass. nr. 4419 del 2021; nr. 12419 del 2021; nr. 12358 del 2021); dirimente, ai fini dell'obbligo di iscrizione alla Gestione separata, deve considerarsi, secondo le sentenze richiamate, il modo in cui è svolta l'attività libero-professionale, se in forma abituale o meno; Ric. 2020 n. 11400 sez.

ML - ud. 02-07-2021 -3- con la precisazione che nell'accertamento in fatto del requisito di abitualità possono rilevare «le presunzioni ricavabili, ad es., dall'iscrizione all'albo, dall'accensione della partita IVA o dall'organizzazione materiale predisposta dal professionista a supporto della sua attività» oppure, in senso contrario, «la percezione da parte del libero professionista di un reddito annuo di importo inferiore ad euro 5.000,00», senza che nessuno di tali elementi possa di per sé imporsi all'interprete come univocamente significativo; osserva il Collegio come, nel caso di specie, la sentenza impugnata abbia, in via principale, attribuito rilievo al mancato assolvimento, da parte dell'INPS, dell'onere «di dimostrare che l'appellante (id est: il professionista) nell'anno di riferimento (avesse) esercitato abitualmente attività di avvocato. [OSCURATO:PERSONA] svolgimento abituale di attività professionale [...] non è stato neppure allegato dall'Istituto, su cui pacificamente grava l'onere di allegazione e di prova dei fatti costitutivi della pretesa contributiva oggetto dell'avviso di addebito» (v. pag. 5, penultimo cpv. della sentenza impugnata); con argomentazione di rinforzo, la Corte di appello ha, poi, considerato come l'avv. [OSCURATO:PERSONA] avesse allegato la percezione, nell'anno 2009, di un reddito inferiore ad euro 5.000,00, importo che «esprime il limite al di sotto del quale il reddito da attività occasionale non è soggetto a contribuzione [...]»; le censure dell'INPS investono solo la seconda affermazione e non anche la prima che costituisce, invece, passaggio decisivo dell'impianto motivazionale.

Come sviluppato, il motivo resta, dunque, privo di riferibilità al decisum ed è inammissibile; la giurisprudenza di questa Corte è consolidata nell'affermare che «la proposizione di censure prive di specifica attinenza al decisum della sentenza impugnata comporta l'inammissibilità del ricorso per mancanza di motivi che possono rientrare nel paradigma normativo di cui all'art. 366 , comma 1, n. 4 c.p.c.» (ex plurimis, Cass. nr. 20652 del 2009; nr. 17125 del 2007; in motivazione, Cass.nr. 9384 del 2017); Ric. 2020 n. 11400 sez.

ML - ud. 02-07-2021 -4- sulla base delle svolte argomentazioni, il ricorso va pertanto dichiarato inammissibile; le spese seguono la soccombenza e si liquidano come da dispositivo; sussistono, altresì, i presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell'ulteriore importo a titolo di contributo unificato, ove il versamento risulti dovuto.

PQM La Corte dichiara inammissibile il ricorso.

Condanna parte ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 500,00 per compensi professionali, in Euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali nella misura del 15% ed accessori di legge.

Ai sensi dell'art. 13 comma 1 quater del D.P.R. 115 del 2002, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell'ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma del comma 1 bis dello stesso articolo 13, se dovuto.

Così deciso in Roma, nell'adunanza camerale del 2 luglio 2 Il r te

Anonimizzato ex art. 52 D.Lgs. 196/2003
la seguente ORDINANZA sul ricorso 11400-2020 proposto da: [OSCURATO:PERSONA] - [OSCURATO:PERSONA], in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliato in ROMA, [OSCURATO:PERSONA] 29, presso l'[OSCURATO:PERSONA]'ISTITUTO, rappresentato e difeso dagli avvocati [OSCURATO:PERSONA], [OSCURATO:PERSONA], [OSCURATO:PERSONA], [OSCURATO:PERSONA], [OSCURATO:PERSONA]; - ricorrente - contro [OSCURATO:PERSONA], domiciliata in ROMA, [OSCURATO:PERSONA] presso la CANCELLERIA della CORTE di CASSAZIONE, rappresentata e difesa dall'avvocato [OSCURATO:PERSONA]; - controricorrente - avverso la sentenza n. 1450/2019 della CORTE D'APPELLO di MILANO, depositata il 16/09/2019; udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non partecipata del 02/07/2021 dal Consigliere [OSCURATO:PERSONA]. [OSCURATO:PERSONA]. [OSCURATO:PERSONA]: la Corte d'appello di Milano, in riforma della decisione di primo grado, ha dichiarato insussistente l'obbligo di iscrizione alla Gestione separata, di cui all'art. 2, comma 26, 1. n. 335/1995, dell'odierna parte controricorrente, in relazione ai redditi prodotti nell'anno 2009, per all'attività libero professionale svolta quale avvocato iscritto all'[OSCURATO:PERSONA] ma non alla [OSCURATO:PERSONA] di Previdenza ed [OSCURATO:PERSONA], in ragione del mancato conseguimento del reddito nella misura utile per l'insorgenza del relativo obbligo; la Corte territoriale ha osservato come l'INPS, su cui incombeva l'onere di provare il fondamento della domanda di pagamento, non avesse dimostrato l'esercizio abituale dell'attività di avvocato; «per converso» il reddito allegato dal professionista, nell'anno oggetto di causa, era stato inferiore ai 5.000,00 euro; avverso tale sentenza l'INPS ha proposto ricorso per cassazione, affidato ad un unico motivo; l'avvocato ha resistito con controricorso; la proposta del relatore è stata comunicata alle parti, unitamente al decreto di fissazione dell'adunanza camerale, ai sensi dell'art. 380 bis cod. proc. civ. [OSCURATO:PERSONA]: con l'unico motivo di ricorso l'INPS -ai sensi dell'art. 360, comma 1, nr. 3 cod.proc.civ.- ha dedotto violazione e/o falsa applicazione dell'art. 2, commi 26-31, della legge nr. 335/1995, dell'art. 18, Ric. 2020 n. 11400 sez. ML - ud. 02-07-2021 -2- commi 1 e 2, d.l. nr. 98/2011, conv. con mod. dalla legge nr. 111/2011, dell'art. 53 d.P.R. nr. 917 del 1986, modificato dal d.lgs nr. 344 del 2003, degli artt. 10,11 e 22 della legge nr. 576 del 1980, dell'art. 21, comma 10, della legge nr. 247 del 2012, dell'art. 44, comma 2, d.l. 269/2003, conv. con mod. dalla legge 326/2003, per avere la Corte di appello ritenuto insussistente l'obbligo di versamento della contribuzione alla gestione separata in ragione dell'ammontare del reddito conseguito dal professionista nell'anno di riferimento, inferiore al limite indicato dall'art. 44, comma 2, d.l. nr. 269 del 2003 (id est: Euro 5.000,00); l'Istituto ha ribadito l'obbligo di iscrizione alla gestione separata per gli avvocati (per i quali non sorga l'obbligo di iscrizione alla cassa forense) che svolgono in modo abituale l'attività professionale, in base al disposto dell'art. 2, comma 26, legge nr. 335 del 1995 cit., come interpretato autenticamente dall'art. 18, comma 12, d.l. nr. 98 del 2011 cit., non venendo in considerazione l'art. 44, comma 2, d.l. 269 del 2003 cit., che disciplina la diversa ipotesi del lavoro occasionale; il ricorso non può trovare accoglimento; questa Corte ha affermato che l'obbligatorietà dell'iscrizione alla Gestione separata da parte di un professionista iscritto ad albo o elenco è collegata all'esercizio abituale, ancorché non esclusivo, di una professione che dia luogo ad un reddito non assoggettato a contribuzione da parte della cassa di riferimento; la produzione di un reddito superiore alla soglia di euro 5.000,00 costituisce invece il presupposto affinché anche un'attività di lavoro autonomo occasionale possa mettere capo all'iscrizione presso la medesima Gestione, restando invece normativamente irrilevante qualora ci si trovi in presenza di un'attività lavorativa svolta con i caratteri dell'abitualità (Cass. nr. 4419 del 2021; nr. 12419 del 2021; nr. 12358 del 2021); dirimente, ai fini dell'obbligo di iscrizione alla Gestione separata, deve considerarsi, secondo le sentenze richiamate, il modo in cui è svolta l'attività libero-professionale, se in forma abituale o meno; Ric. 2020 n. 11400 sez. ML - ud. 02-07-2021 -3- con la precisazione che nell'accertamento in fatto del requisito di abitualità possono rilevare «le presunzioni ricavabili, ad es., dall'iscrizione all'albo, dall'accensione della partita IVA o dall'organizzazione materiale predisposta dal professionista a supporto della sua attività» oppure, in senso contrario, «la percezione da parte del libero professionista di un reddito annuo di importo inferiore ad euro 5.000,00», senza che nessuno di tali elementi possa di per sé imporsi all'interprete come univocamente significativo; osserva il Collegio come, nel caso di specie, la sentenza impugnata abbia, in via principale, attribuito rilievo al mancato assolvimento, da parte dell'INPS, dell'onere «di dimostrare che l'appellante (id est: il professionista) nell'anno di riferimento (avesse) esercitato abitualmente attività di avvocato. [OSCURATO:PERSONA] svolgimento abituale di attività professionale [...] non è stato neppure allegato dall'Istituto, su cui pacificamente grava l'onere di allegazione e di prova dei fatti costitutivi della pretesa contributiva oggetto dell'avviso di addebito» (v. pag. 5, penultimo cpv. della sentenza impugnata); con argomentazione di rinforzo, la Corte di appello ha, poi, considerato come l'avv. [OSCURATO:PERSONA] avesse allegato la percezione, nell'anno 2009, di un reddito inferiore ad euro 5.000,00, importo che «esprime il limite al di sotto del quale il reddito da attività occasionale non è soggetto a contribuzione [...]»; le censure dell'INPS investono solo la seconda affermazione e non anche la prima che costituisce, invece, passaggio decisivo dell'impianto motivazionale. Come sviluppato, il motivo resta, dunque, privo di riferibilità al decisum ed è inammissibile; la giurisprudenza di questa Corte è consolidata nell'affermare che «la proposizione di censure prive di specifica attinenza al decisum della sentenza impugnata comporta l'inammissibilità del ricorso per mancanza di motivi che possono rientrare nel paradigma normativo di cui all'art. 366 , comma 1, n. 4 c.p.c.» (ex plurimis, Cass. nr. 20652 del 2009; nr. 17125 del 2007; in motivazione, Cass.nr. 9384 del 2017); Ric. 2020 n. 11400 sez. ML - ud. 02-07-2021 -4- sulla base delle svolte argomentazioni, il ricorso va pertanto dichiarato inammissibile; le spese seguono la soccombenza e si liquidano come da dispositivo; sussistono, altresì, i presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell'ulteriore importo a titolo di contributo unificato, ove il versamento risulti dovuto. PQM La Corte dichiara inammissibile il ricorso. Condanna parte ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 500,00 per compensi professionali, in Euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali nella misura del 15% ed accessori di legge. Ai sensi dell'art. 13 comma 1 quater del D.P.R. 115 del 2002, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell'ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma del comma 1 bis dello stesso articolo 13, se dovuto. Così deciso in Roma, nell'adunanza camerale del 2 luglio 2 Il r te
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