CassazionesentenzaSezione 5
Cassazione n. 22252/2025
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Anonimizzato ex art. 52 D.Lgs. 196/2003
eguente ORDINANZA sul ricorso iscritto al n. 1047-2016 R.G. proposto da: [OSCURATO:PERSONA], rappresentata e difesa, giusta procura speciale a margine del ricorso, dall’ A vv. Sergio GABRIELLI (pec: [OSCURATO:EMAIL]), elettivamente domiciliata presso lo studiolegale dell’Avv. [OSCURATO:PERSONA] , in Roma, al Viale G. Mazzini , n. 114/b; -ricorrente – contro AGENZIA DELLEENTRATE, in persona del Direttore pro tempore , elettivamente domiciliata in Roma, alla via dei Portoghesi n. 12, presso l’Avvocatura Generale dello Stato, che la rappresenta e difende (pec: [OSCURATO:EMAIL]); -controricorrente - Oggetto: TRIBUTI - accertamenti bancari – società e soci avverso la sentenza n. 184/05/2015 della Co mmissione tributaria regionaledelle Marche, depositata in data 26 maggio 20 15 ; udita la relazione svolta nella camera di consiglio non partecipata del 12giugno 2025 dal Consigliere relatore dott. [OSCURATO:PERSONA]. [OSCURATO:PERSONA] 1. La controversia ha ad oggetto l’impugnazione di un avviso di accertamento relativo ad imposte dirette per l’anno 2008, emesso nei confronti di [OSCURATO:PERSONA], socia della Ellegi srl., società a ristretta base partecipativa, alla quale venivano imputati per trasparenza, ai sensi dell’art. 5 del d.P.R. n. 917 del 1986 (TUIR), i maggiori redditi accertati in capo alla società a seguito di verifica fiscale che avevano compreso anche indagini bancarie sui conti correnti della predetta contribuente. 2. La CTP respingeva il ricorso della contribuente e la CTR con la sentenza in epigrafe indicata respingeva l’appello. 2.1. Ritenevano i giudici di appello che: - l’avviso di accertamento emesso dall’Ufficio era congruamente motivato con riferimento alle risultanze della verifica fiscale e che, diversamente da quanto sostenuto dalla ricorrente, non era necessario allegare all’atto impositivo la documentazione bancaria oggetto di verifica, in quanto l’atto impositivo conteneva un espresso rinvio al p.v.c. regolarmente consegnato al legale rappresentante della società, il contenuto degli accertamenti bancari era stato riversato nell’atto impositivo e le risultanze ditali accertamenti erano note alla società contribuente il cui legale rappresentante aveva dichiarato espressamente di non essere in grado di fornire giustificazioni su quanto emerso dal conto corrente della società e che, invece, le altre movimentazioni bancarie contestate per oltre 800mila euro provenivano da somme nella disponibilità del figlio [OSCURATO:PERSONA], titolare della [OSCURATO:PERSONA] s.r.l. operante nel settore dell’edilizia; - la società contribuente non aveva dimostrato la riconducibilità delle somme riscontrate sui conti correnti dei soci ad attività della società immobiliare del figlio Alessandro (che, secondo la società contribuente, era stato destinatario di altro e diverso avviso di accertamento), sicché, da un lato, non era necessario «analizzare giustificare le fonti di reddito» di tale società, dall’altro non si era verificata alcuna doppia imposizione; - oggetto dell’attività della società contribuente era quello dell’attività di compravendita di immobili e, dunque, si doveva presumere il compimento di compravendite immobiliari tali da produrre redditi non dimostrati nella loro reale produzione ed i ricavi fittiziamente riversati sui conti dei soci che non potevano averli prodotti in quanto impossidenti; -non poteva riconoscersi la deduzione forfettaria di costi per difetto di prova certa dal loro sostenimento; - dal p.v. di verifica la G.d.F., sottoscritto da [OSCURATO:PERSONA], legale rappresentante della società contribuente, emergeva che i verbalizzanti avevano informato la società delle ragioni della verifica fiscale ed avevano esibito l’autorizzazione rilasciata dal Comandante della G.d.F. all’esecuzione della verifica fiscale; - non vi era stata alcuna violazione dei termini di permanenza dei verificatori di cui all’art. 12, comma 5, della legge n. 212 del 2000 in quanto, «un conto è la verifica presso la sede del contribuente, altra cosa è la verifica eseguita presso gli ufficidell’organo di verifica»; - non ricorrevano le condizioni per la riduzione delle sanzioni applicate. 3. Avverso tale statuizione la ricorrente propone ricorso per cassazione affidato a sei motivi, cui replica l’Agenzia delle Entrate con controricorso. 4. La ricorrente deposita nomina di nuovo difensore e memoria. [OSCURATO:PERSONA] 1. Con il primo mezzo di cassazione la ricorrente deduce, ai sensi dell’art. 360, primo comma, n. 3, cod. proc. civ., la «Violazione o falsa applicazione delle norme di diritto con riferimento alle prescrizioni di cui agli artt. 32 e segg. D.P.R. n. 600/1973» nonché, ai sensi dell’art. 360, primo comma, n. 4, cod. proc. civ., la «Violazione o falsa applicazione dell’art. 112 c.p.c. e nullità della sentenza per violazione della corrispondenza tra chiesto e pronunciato, ultrapetizione». 1.1. Sostiene la ricorrente che l’amministrazione finanziaria non aveva né dedotto né provato l’intestazione fittizia dei conti correnti intestati ai soci, e nemmeno che la società avesse svolto effettivamente attività d’impresa. Inoltre, poiché l’avviso di accertamento ed il prodromico p.v.c. si fondavano sul presupposto che le somme rinvenute sui conti correnti dei soci appartenessero a questi ultimi, la sentenza impugnata, nell’affermare l’interposizione fittizia nell’intestazione dei predetti conti, aveva pronunciato ultrapetita. 2. Il motivo pone la questione della legittimità delle riprese fiscali operate a carico di una società sulla scorta delle risultanze delle verifiche sulle movimentazioni dei conti correnti intestati non solo alla società verificata ma anche ai soci, amministratori o a soggetti legati a questi da particolari stretti rapporti personali. Questione di cui questa Corte si è più volte occupata (tra le più recenti, cfr. Cass. n. 7583/2025, Cass. n. 31750/2024, Cass. n. 20816/2024 e Cass. n. 35856/2023) enucleando i principi di seguito riportati che il Collegio intende ribadire. 2.1. Innanzitutto, si è affermato che in tema di accertamenti fiscali, tanto in materia di imposte sui redditi, ai sensi dell'art. 32, comma 1, n. 2, del d.P.R. n. 600/1973, quanto in materia di IVA, ex art. 51, comma 2, n. 2, del d.P.R. n. 633/1972, le presunzioni ivi stabilite, secondo cui le movimentazioni sui conti bancari risultanti dai dati acquisiti dall'Ufficio si presumono conseguenza di operazioni imponibili, operano anche in relazione alle società di capitali con riferimento alle somme di denaro movimentate sui conti intestati ai soci o ai loro congiunti, conti che debbono ritenersi riferibili alla società contribuente stessa, in presenza di alcuni elementi sintomatici, come la ristretta compagine sociale ed il rapporto di stretta contiguità familiare tra l'amministratore, o i soci, ed i congiunti intestatari dei conti bancari soggetti a verifica, risultando, in tal caso, particolarmente elevata la probabilità che le movimentazioni sui conti bancari dei soci e dei loro familiari debbano, in difetto di specifiche ed analitiche dimostrazioni di segno contrario, ascriversi allo stesso ente sottoposto a verifica (Cass.n. 22224 del 2018; Cass. sez. 6-5, ord. 14 ottobre 2016, n. 20851; Cass. sez. 5, 11 marzo 2016, n. 4788; Cass. sez. 5, 12 giugno 2015, n. 12276; Cass. sez. 5, 14 gennaio 2015, n. 428; Cass. sez. 5, 18 dicembre 2014, n. 26829; v. anche Cass. n. 33596 del 2019). 2.2. Nel senso della riconducibilità delle movimentazioni dei conti correnti dei soci alla società verificata nel caso di ristretta base azionaria, Cass., Sez. 5, n. 30098 del 21/11/2018, secondo cui, in tema di accertamenti sui redditi di società di persone a ristretta base familiare, l'Ufficio finanziario può legittimamente utilizzare, nell'esercizio dei poteri attribuitigli dall'art. 32 del d.P.R. n. 600 del 1973, le risultanze di conti correnti bancari intestati ai soci, riferendo alla società le operazioni ivi riscontrate, perché la relazione di parentela tra i soci è idonea a far presumere la sostanziale sovrapposizione tra interessi personali e societari, identificandosi gli interessi economici in concreto perseguiti dalla società con quelli propri dei soci, salva la facoltà dell'ente di dimostrare l'estraneità delle singole operazioni alla comune attività d'impresa. 2.3. Tali principi devono, però, confrontarsi con quell’orientamento, pure da tempo presente nella giurisprudenza di questa Corte, che non reputa sufficiente, per acquisire i dati bancari relativi a terzi, estranei alla società, la sola sussistenza del rapporto familiare o della qualità di socio o di amministratore, ma impone che l'Agenzia delle entrate dimostri la sussistenza di indizi che facciano presumere la riconducibilità alla società delle somme transitate nei conti correnti persona, e si è affermato il principio in base al quale «le indagini bancarie nei confronti di una società a responsabilità limitata possono essere estese ai conti correnti dei soci della stessa soltanto se sussistano elementi indiziari che inducano a ritenere che gli stessi siano stati utilizzati per occultare operazioni fiscalmente rilevanti» (Cass., Sez. 5, n. 33596 del 18/12/2019, Rv. 656410-02, in cui si richiamano Cass. n. 12817/2018, n. 17423/2003, n. 11145/2011; n. 17243/2003, n. 8826/2001). 2.4. Si tratta di un orientamento rinvenibile anche nelle più recenti pronunce di cui si è sopra dato atto e che è stato affermato anche con riferimento agli accertamenti relativi alle imposte dirette. 2.5. In tale materia, questa Corte, pur ribadendo che le verifiche fiscali finalizzate a provare, per presunzioni, la condotta evasiva possono riguardare anche i conti bancari intestati al coniuge o al familiare del contribuente, potendo desumersi la riferibilità a quest'ultimo da elementi sintomatici, quali: il rapporto di stretta familiarità, l'ingiustificata capacità reddituale dei prossimi congiunti nel periodo di imposta considerato, l'infedeltà delle dichiarazioni e l'esercizio di attività da parte del contribuente compatibile con la produzione della maggiore redditività riferita a dette persone(Cass. n. 546 del 15/01/2020), si è comunque precisato che la sola sussistenza dello stretto vincolo familiare fra il contribuente e il terzo non è un dato sufficiente per assurgere a prova presuntiva qualificata delle riferibilità, in tutto o in parte, al contribuente accertato delle movimentazioni del conto corrente intestato al familiare, occorrendo che tale vincolo sia accompagnato dalla indicazioni di altri elementi, il cui onere di allegazione è a carico dell'Ufficio, idonei a dimostrare, in via logico- presuntiva, che la situazione reddituale del soggetto terzo intestatario del conto è incompatibile o comunque non può giustificare le movimentazioni riscontrate sul conto che, per tale ragione, può fondatamente ritenersi nella disponibilità effettiva del contribuente accertato (Cass. n. 32974/2018; n. 34747/2023, n. 20816/2024). 2.6. Orbene, nel caso di specie i giudici di appello si sono attenuti ai suddetti principi avendo rilevato, da un lato, lo stretto vincolo familiare tra l’amministratore della società, [OSCURATO:PERSONA], e l’altra socia, suo coniuge, e dall’altro che i predetti soci erano impossidenti (circostanza affermata a pag. 8 della sentenza impugnata e non contestata), sicché non si giustificavano gli ingenti importi rinvenuti sui conti correnti loro intestati. 2.7. La censura in esame è quindi infondata al pari di quella con cui è stata dedotta l’ultrapetizione in cui sarebbe incorsa la sentenza impugnata che muove dall’erroneo presupposto, clamorosamente smentita dal contenuto dell’avviso di accertamento, che «i denari rinvenuti sui conti correnti dei due soci appartenessero agli intestatari dei conti correnti». Invero, nell’atto impositivo allegato al ricorso emerge con assoluta evidenza che tali importi erano riconducibili alla società contribuente e relativi alla «mancata contabilizzazione di elementi positivi di reddito» da parte della stessa. Tutto ciò in ragione del fatto che i soci erano titolari di redditi personali assai esigui e che quindi non si giustificava, né era stata giustificata, la titolarità delle ingenti somme rinvenute su tali conti correnti. 2.8. Il motivo di ricorso va, quindi, complessivamente rigettato. 3. Con il secondo motivo la ricorrente deduce, ai sensi dell’art. 360, primo comma, n. 5 cod. proc. civ., l’«Omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio», con riferimento all’accertata interposizione fittizia nell’intestazione dei conti correnti bancari, all’esistenza di una società di fatto tra i soci della società contribuente ed il figlio Alessandro, amministratore di altra società, nonché all’inesistenza di una qualche attività d’impresa svolta da essa ricorrente. 4. Con il terzo motivo di ricorso lamenta ai sensi dell’art. 360, primo comma, n. 5 cod. proc. civ. la «Omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio», con riferimento alla questione della riconducibilità alla società amministrata dal figlio Alessandro delle somme accertate sui conti correnti di essa ricorrente e dell’altro socio della Ellegi s.r.l. 5. Innanzitutto, va dato atto che la motivazione della sentenza impugnata non è né insufficiente o mancante, né contraddittoria e tanto meno apparente, atteso che essa, per come dato atto nella parte relativa allo svolgimento del processo, esibisce una motivazione congrua, logicamente argomentata ed effettiva sia dal punto di vista grafico che contenutistico (Cass., Sez. U, n. 8053 del 2014), ponendosi ben al di sopra del minimo costituzionale di cui all’art. 111, sesto comma, Cost.5.1. Quanto, invece, al profilo dell’insufficienza della motivazione della sentenza impugnata, deve ricordarsi il principio nomofilattico in base al quale «La riformulazione dell'art. 360, primo comma, n. 5, cod. proc. civ., disposta dall'art. 54 del d.l. 22 giugno 2012, n. 83, conv. in legge 7 agosto 2012, n. 134, deve essere interpretata, alla luce dei canoni ermeneutici dettati dall'art. 12 delle preleggi, come riduzione al "minimo costituzionale" del sindacato di legittimità sulla motivazione. Pertanto, è denunciabile in cassazione solo l'anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante, in quanto attinente all'esistenza della motivazione in sé, purché il vizio risulti dal testo della sentenza impugnata, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali. Tale anomalia si esaurisce nella "mancanza assoluta di motivi sotto l'aspetto materiale e grafico", nella "motivazione apparente", nel "contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili" e nella "motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile", esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di "sufficienza" della motivazione» (Cass., Sez. U, n. 8053/2014, cit., cui hanno fatto seguito numerose pronunce conformi delle Sezioni ordinarie, tra cui Cass. n. 7090/2022 nonché Cass. n. 6986/2023, in motivazione). 6.2. Inoltre, i motivi sono inammissibili perché formulati in violazione del disposto di cui all’art. 348-ter cod. proc. civ., ora 360, quarto comma, cod. proc. civ., vertendosi nella specie in ipotesi di doppia pronuncia di merito conforme in relazione alle censure dedotte, peraltro senza che la ricorrente abbia assolto l’onere di indicare i profili di divergenza tra le ragioni di fatto a base della decisione di primo grado e quelle a base del rigetto dell'appello, com'era invece necessario per dar ingresso alla censura proposta (cfr. Cass. n. 26774 del 2016, n. 5528 del 2014 e, più recentemente, Cass. n. 5947 del 2023). 6.3. Non c’è poi evidenza di precisi fatti storici la cui valutazione sarebbe stata omessa ma di argomentazioni e tesi sviluppate dalla ricorrente, in particolare sulla riconducibilità delle somme riprese a tassazione alla società immobiliare amministrata dal figlio, che, peraltro, diversamente da quanto sostenuto nei motivi in esame, sono state considerate dai giudici di appello ma espressamente ritenute non condivisibili. 6.4. Al riguardo deve aggiungersi che i motivi incorrono del vizio di inammissibilità per difetto di specificità, avendo la ricorrente omesso di trascrivere nel ricorso e di localizzare tra gli atti allegati e quelli prodotti nei giudizi di merito, la documentazione che proverebbe quanto lamentato nei motivi in esame, essendosi limitata semplicemente a riportare «per sintesi», in uno specchietto formato alle pagine 26 e 27 del ricorso, presunte operazioni di bonifici tutti effettuati in anni diversi da quello oggetto di accertamento (anno d’imposta 2008). 7. Con il quarto motivo di ricorso deduce, ai sensi dell’art. 360, primo comma n. 4 cod. proc. civ. la «Violazione o falsa applicazione del D. Lgs. 31.12.1992 n. 546 (art. 14-29) e dell’art. 354 in combinato disposto con l’art. 102 c.p.c., nullità assoluta della sentenza rilevabile in ogni stato e grado del procedimento anche d’ufficio» nonché, ai sensi dell’art. 360, primo comma, n. 3 cod. proc. civ., la «Violazione o falsa applicazione del D.P.R. n. 917/1986 (TUIR) art. 5 ed inapplicabilità di tale disposizione normativa a società di capitali» e ai sensi dell’art. 360, primo comma, n. 5, cod. proc. civ. la «Omessa motivazione circa un fatto decisivo della controversia». 7.1. Sostiene la ricorrente che la sentenza avrebbe affermato l’esistenza di una società di fatto familiare tra i due soci della Ellegi s.r.l. ed il figlio Alessandro e quindi avrebbe dovuto disporre l’integrazione del contraddittorio «nei confronti di questo autonomo soggetto giuridico e di tutti i suoi soci, ivi compreso il socio di fatto rappresentato dal figlio dei due soci di diritto della [OSCURATO:PERSONA]». 7.2. Ritiene il Collegio che il motivo in esame sia manifestamente infondato. 7.3. L’affermazione a pag. 9 della sentenza impugnata è chiaramente stata fatta al fine di dare atto di quella «promiscuità» di rapporti tra i soci, coniugi tra loro, ed il figlio Alessandro, che poi i giudici di appello hanno escluso affermando con fermezza (in neretto nella sentenza impugnata) che la tesi difensiva di riconducibilità di quelle somme all’attività del figlio Alessandro «è priva di ogni benché minimo elemento di riscontro ed appare anzi smentita dai fatti». Affermazione, questa, che è incompatibile con la sussistenza di una società di fatto tra i soci della Ellegi s.r.l. e il figlio degli stessi. 7.4. Sicuramente va escluso il litisconsorzio necessario tra società di capitali a ristretta base sociale e i soci. Secondo l’ormai consolidata giurisprudenza di questa Corte, «l'unitarietà dell'accertamento che è alla base della rettifica delle dichiarazioni dei redditi della società di persone e di quelle dei singoli soci comporta, in linea di principio, la configurabilità di un litisconsorzio necessario, con il conseguente obbligo per il giudice, investito dal ricorso proposto da uno soltanto dei soggetti interessati, di procedere all'integrazione del contraddittorio, ai sensi dell'art. 14 del d.lgs. n. 546 del 1992, pena la nullità assoluta del giudizio stesso, rilevabile - anche d'ufficio - in ogni stato e grado del processo» (così Cass. n. 16730 del 25/06/2018; ma la giurisprudenza della S.C. è pacifica a partire da Cass. S.U. n. 14815 del 04/06/2008; cfr., a mero titolo esemplificativo Cass. n. 27603 del 30/10/2018; Cass.n. 15116 del 11/06/2018; Cass. n. 1472 del 22/01/2018; Cass. n. 26648 del 10/11/2017; Cass. n. 15566 del 27/07/2016; Cass. n. 7789 del 20/04/2016; Cass. n. 25300 del 28/11/2014; litisconsorzio escluso dalla Corte unicamente in caso di controllo automatizzato delle dichiarazioni della società, senza rideterminazione del reddito: cfr. Cass. n. 9527 del 11/05/2016). 7.5. Un simile orientamento, assolutamente consolidato in tema di società di persone e volto al riconoscimento del litisconsorzio necessario tra società e soci, non è stato, invece, riproposto da questa Corte nel caso di società di capitali, laddove si esclude normalmente il litisconsorzio necessario tra società e soci (Cass. n. 31214 del 09/11/2023; Cass. n. 20507 del 29/08/2017; Cass. n. 426 del 10/01/2013; Cass. n. 2214 del 31/01/2011), fatta salva l’ipotesi in cui la società di capitali abbia optato per l’imputazione del reddito per trasparenza ai sensi dell’art. 5 del TUIR (Cass. n. 24472 del 01/12/2015; Cass. n. 27278 del 21/10/2024). 7.6. Nel caso di specie, non risulta in alcun modo che la Ellegi s.r.l. abbia optato per il regime cd. di trasparenza di cui all’art. 5 del TUIR, sicché il litisconsorzio necessario tra società e soci deve essere escluso. Tanto più sotto il profilo della configurabilità di una società familiare, posto il rilievo marginale che deve darsi a tale affermazione della CTR, come in precedenza precisato. 7.7. A ciò aggiungasi che la tesi di parte ricorrente contrasta anche con l'indirizzo più volte espresso in materia da questa Corte, che, in caso di separata pendenza dei giudizi di accertamento nei confronti di società di capitali a ristretta base partecipativa e dei soci della stessa, ha individuato un rapporto di dipendenza dell'accertamento riguardante i soci rispetto alla società, tale da legittimare l'eventuale sospensione, ex art. 337 cod. proc. civ. del giudizio relativo all'accertamento riguardante il socio laddove sia impugnata la sentenza resa in tema di accertamento sulla società (cfr., in generale, Cass., Sez. U., 29 luglio 2021, n. 21763 e, specificamente, nel contenzioso tributario, Cass., 12 settembre 2022, n. 26699; Cass., 6 ottobre 2017, n. 23480; Cass., 5 settembre 2016, n. 17613; Cass., 17 luglio 2014, n. 16329), potendo comunque il socio, nel giudizio relativo all'accertamento del proprio reddito da partecipazione, oltre a far valere questioni personali, contestare nel merito l'accertamento del maggior reddito d'impresa della società. Secondo la giurisprudenza di questa Corte, nel giudizio di impugnazione dell'avviso di accertamento emesso nei confronti di socio di società di capitali, avente adoggetto il maggior reddito da partecipazione derivante dalla presunzione di distribuzione dei maggiori utili accertati a carico della società partecipata, non vi è litisconsorzio necessario tra società e soci, sussistendo unicamente il nesso di pregiudizialità-dipendenza tra l’accertamento sociale e quello dei soci (Cass., 7 luglio 2022, n. 21644; Cass., 4 gennaio 2022, n. 94; Cass., 8 ottobre 2020, n. 21649; Cass., 28 agosto 2017, n. 20507; Cass., 10 gennaio 2013, n. 426; Cass., 31 gennaio 2011, n. 22143). 7.8. La censura, pure formulata nel motivo in esame con riferimento all’art. 5 del d.P.R. n. 917 del 1986 (TUIR), è invece inammissibile per novità della questione dedotta, che non risulta, né dal testo della sentenza impugnata né dal ricorso, essere stataposta dinanzi al giudice di merito, ovvero nel ricorso originario. Ed in effetti in quest’ultimo, prodotto in allegato al ricorso per cassazione, non risulta proposto alcun motivo con riferimento al citato art. 5 TUIR. 7.9 Al riguardo va ricordato che, «Qualora una questione giuridica - implicante un accertamento di fatto - non risulti trattata in alcun modo nella sentenza impugnata, il ricorrente che la proponga in sede di legittimità, onde non incorrere nell'inammissibilità per novità della censura, ha l'onere non solo di allegare l'avvenuta deduzione della questione dinanzi al giudice di merito, ma anche, per il principio di autosufficienza del ricorso per cassazione, di indicare in quale atto del giudizio precedente lo abbia fatto, per consentire alla Corte di controllare ex actis la veridicità di tale asserzione, prima di esaminare nel merito la censura stessa» (Cass. n. 3473/2025). 8. Con il quinto motivo di ricorso viene dedotta, ai sensi dell’art. 360, primo comma n. 3, cod. proc. civ. la «Violazione o falsa applicazione del D.P.R. N. 600/1973 (art. 42) e del D.LGS. N. 546/1992 (art. 7)» nonché, ai sensi dell’art. 360, primo comma, n. 5, cod. proc. civ. la «Omessa motivazione circa un fatto decisivo della controversia». 8.1. La ricorrente lamenta l’omessa allegazione all’avviso di accertamento della documentazione contabile e bancaria verificata dalla G.d.F. nonché dell’autorizzazione ad effettuare le indagini fiscali e bancarie, nonché l’omessa pronuncia sullo specifico motivo di impugnazione, avendo la parte lamentato nel motivo che «La sentenza impugnata ha omesso di esaminare la censura relativa alla omessa allegazione della documentazione bancaria e dell’atto autorizzativo della verifica fiscale al quale veniva fatto rinvio per relationem con ciò integrandosi il vizio di cui all’art. 360 n° 5 cpc». 9. Con il sesto motivo la ricorrente, deducendo, ai sensi dell’art. 360, primo comma n. 3 cod. proc. civ., la «Violazione o falsa applicazione del D.P.R. N. 600/1973 (art. 33) e L. N. 212/2000 (art. 12) e D.P.R. N. 633/1972 (art. 52)», torna a lamentare l’omessa esibizione e, quindi, l’inesistenza dell’autorizzazione alla G.d.F. all’espletamento delle indagini finanziarie, che non era mai stata esibita, né allegata al p.v.c. o all’avviso di accertamento e nemmeno prodotta in giudizio. 9.1. La ricorrente sostiene che «la sentenza impugnata ha equivocato la portata del motivo di ricorso ritenendo che la sottoscrizione del p.v.c. da parte di [OSCURATO:PERSONA] legale rappresentante della [OSCURATO:PERSONA] e la informativa circa i motivi della verifica fiscale potesse costituire prova, o meglio un surrogato, dell’atto autorizzativo alle indagini finanziarie che, invece, non risulta fosse preesistito e tanto meno che fosse portato a conoscenza del soggetto passivo della verifica» (ricorso, pag. 39). 10. I motivi, da esaminarsi congiuntamente in quanto tra loro strettamente connessi, sono infondati. 11. Innanzitutto, la censura proposta ai sensi del n. 5 del primo comma dell’art. 360 cod. proc. civ. è inammissibile per la preclusione di cui all’art. 348-ter cod. proc. civ., di cui si è detto esaminando il secondo e terzo motivo. 11.1. Ma anche a voler riqualificare la censura di «omessa motivazione», dedotta nella rubrica, in quella di omessa pronuncia, in violazione dell’art. 112 cod. proc. civ., il motivo, che non fa riferimento alla nullità della decisione in conseguenza di detta omissione, va comunque dichiarato inammissibile alla stregua del principio giurisprudenziale in base al quale «Il ricorso per cassazione, avendo ad oggetto censure espressamente e tassativamente previste dall'art. 360, comma 1, c.p.c., deve essere articolato in specifici motivi riconducibili in maniera immediata ed inequivocabile ad una delle cinque ragioni di impugnazione stabilite dalla citata disposizione, pur senza la necessaria adozione di formule sacramentali o l'esatta indicazione numerica di una delle predette ipotesi. Pertanto, nel caso in cui il ricorrente lamenti l'omessa pronuncia, da parte dell'impugnata sentenza, in ordine ad una delle domande o eccezioni proposte, non è indispensabile che faccia esplicita menzione della ravvisabilità della fattispecie di cui al n. 4 del comma 1 dell'art. 360 c.p.c., con riguardo all'art.112 c.p.c., purché il motivo rechi univocoriferimento alla nullità della decisione derivante dalla relativa omissione, dovendosi, invece, dichiarare inammissibile il gravame allorché sostenga che la motivazione sia mancante o insufficiente o si limiti ad argomentare sulla violazione di legge» (Cass. n. 10862/2018). 12. In ogni caso, le censure in cui si articolano i motivi sono infondate e vanno rigettate. 12.1. Quanto alla prima censura del quinto motivo, i giudici di appello hanno correttamente escluso un obbligo in capo all’amministrazione finanziaria di allegare all’avviso di accertamento o di produrre la documentazione bancaria in originale; hanno dato atto che il contenuto essenziale degli accertamenti bancari era stato «riversato» nell’atto impositivo e, «soprattutto le risultanze degli accertamenti bancari, lungi dal non essere note al contribuente, gli sono state spiegate e contestate, tanto che costui si è difeso specificamente sul punto a fol. 41 del p.v.c.» (sentenza, pag. 4). 12.2. A ciò aggiungasi che nel p.v.c. -che è stato allegato al ricorso e che venne consegnato alla parte contribuente, e a cui l’atto impositivo rimanda -, risultano indicate, una per una, le movimentazioni bancarie riprese a tassazione, sicché risulta pienamente soddisfatto l’onere motivazionale dell’atto impositivo e nessun ulteriore onere, quale quello di allegazione allo stesso «degli assegni bancari e degli originali degli estratti dei conti correnti bancari dei singoli soci» (ricorso, pag. 36), peraltro nella disponibilità delle banche, gravava sull’amministrazione finanziaria. 12.3. Anche la seconda censura del quinto motivo ed il sesto motivo sono infondati posto che sulla questione dedotta, ovvero «l’omessa allegazione della autorizzazione ad effettuare le indagini fiscali e bancarie» all’avviso di accertamento, nella sentenza impugnata si dà espressamente atto, così come già avevano fatto i giudici di primo grado, che il p.v. di verifica sottoscritto da [OSCURATO:PERSONA], legale rappresentante della società verificata, riportava a pag. 2 l’annotazione della G.d.F. di aver reso edotto la parte contribuente dei motivi dell’intervento e di aver esibito l’ordine di esecuzione della verifica fiscale, senza registrare alcuna contestazione in merito da parte di quel soggetto, da ciò derivando l’assoluta superfluità dell’allegazione di quell’autorizzazione all’atto impositivo, neppure richiesto ai fini di completezza motivazionale dello stesso. Di talché, al riguardo, nulla può lamentare la socia Menzietti, che non era soggetto sottoposto a verificae che, in ogni caso, nella sua qualità di soci a della Ellegi s.r.l., «ex art. 2476 c.c., ha il potere di consultare la documentazione relativa allasocietà e, quindi, di prendere visione dell'accertamento presupposto e dei suoi documenti giustificativi» (Cass. n. 21126/2020). 12.4. Quanto alla censura di omessa esibizione dell’autorizzazione alle indagini bancarie, il motivo, anche a voler prescindere dalla sua inammissibilità perché la ricorrente deduce un vizio di violazione di legge pur sostanzialmente lamentando un’omessa pronuncia, in violazione dell’art. 112 cod. proc. civ., da dedursi ai sensi dell’art. 360, primo comma, n. 4, cod. proc. civ., su un motivo che è, peraltro, anche nuovo non risultando essere stato proposto nei gradi di merito e nemmeno è trattata nella sentenza impugnata (cfr. Cass. n. 3473/2025), è manifestamente infondato posto che a pagina 8 del processo verbale di constatazione regolarmente consegnato e sottoscritto dal legale rappresentante della società contribuente, si legge testualmente: «Ulteriore attività ispettiva ha riguardato il riscontro della documentazione bancaria acquisita previa autorizzazione dell’A.G. competente. (vds. all. n. 3)». Pertanto, non solo l’autorizzazione preesisteva alla verifica, ma era stata anche allegata al p.v.c. consegnato alla parte contribuente, che non risulta aver mai lamentato alcunché al riguardo. 13. Deve, inoltre, osservarsi che, diversamente da quanto si sostiene nella memoria, nel caso di specie, avendo la ricorrente lamentato - peraltro infondatamente, per come si è detto sopra - , l’omessa esibizione e, quindi, l’inesistenza ma anche l’omessa allegazione all’avviso di accertamento della autorizzazione ad effettuare le indagini bancarie, nessuna incidenza ha nella fattispecie la recente pronuncia della Corte Europea del Diritti dell’Uomo (CEDU) del 6 febbraio 2025, in causa n. 36617/18 più 12, [OSCURATO:PERSONA] s.r.l. ed altri, in materia di garanzie spettanti ai contribuenti in sede di verifiche fiscali effettuate presso la sede dove viene svolta l’attività. 13.1. Con tale sentenza la CEDU ha condannato l'Italia per violazione dell'art. 8 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali sul presupposto che l'ordinamento interno non fornisce garanzie adeguate in relazione agli accessi, ispezioni e verifiche effettuate dalla Guardia di Finanza e dell'Agenzia delle Entrate presso i locali adibiti ad attività commerciali o professionali dei contribuenti, intesi in senso ampio e quindi comprensive sia delle sedi legaliche di eventuali succursali. 13.2. Ciò precisato, va osservato che nella memoria, con riferimento alla citata sentenza della CEDU, la ricorrente lamenta la mancanza di autorizzazione alle indagini bancarie (pag. 12). 13.3. Pertanto, su tale question e, che già si è detto essere stata prospettata infondatamente, nessuna incidenza può attribuirsi alla sentenza della Corte EDU. 13.4. Quanto alla violazione del termine massimo di trenta giorni per l'espletamento delle operazioni di verifica, la sentenza impugnata si è espressamente pronunciata sostenendo di condividere la sentenza di primo grado che aveva osservato che «un conto è la verifica presso la sede del contribuente, altra cosa è la verifica eseguita presso gli uffici dell’organo di verifica, fattispecie che ricorre nel caso in esame». Tale statuizione, che esclude la sussistenza di detta violazione, non è stata fatta oggetto di specifico motivo di impugnazione con conseguente formazione, sul punto, del giudicato interno. 14. Quanto alla questione posta, sempre nella memoria, con riferimento all’art. 21-bis del d.lgs. n. 74 del 2000, deve osservarsi che tale disposizione è inapplicabile nella fattispecie, giacché è la stessa ricorrente a sostenere che «nonostante la consistenza delle accuse desumibili dal PVC contestato non risulta alcuna condanna penale né alcuna imputazione a carico della società e del suo amministratore» (memoria, par. 3.9). 15. Va da ultimo rilevato che la ricorrente nella memoria depositata non si è limitata, come avrebbe dovuto fare, ad illustrare e chiarire le ragioni già compiutamente svolte con l'atto di costituzione ed a confutare le tesi avversarie, ma ha integrato, ampliandolo, il contenuto delle originarie argomentazioni prospettate e sviluppate con l’atto introduttivo, e ha inammissibilmente sollevato nuove questioni di dibattito, mai in precedenza dedotte, come quella relativa ad una presunta duplicazione di imposizione, così violando anche il diritto di difesa della controparte in considerazione dell'esigenza per quest'ultima di valersi di un congruo termine per esercitare la facoltà di replica (arg. da Cass., Sez. U, n. 11097 del 15/05/2006, Rv. 588613 –01). Ne consegue la inammissibilità di tutte le argomentazioni svolte con riferimento a questioni mai dedotte in precedenza, come nella specie la ricorrente ha fatto proponendo la questione sopra indicata. 16. In estrema sintesi, il ricorso va rigettato e la ricorrente condannata al pagamento delle spese processuali nella misura liquidata in dispositivo. P.Q.M rigetta il r